Storia di Avezzano


Cattedrale


Entrata castello Orsini


Castello Orsini dall'alto


Panoramica di Avezzano


Piazza Risorgimento


Monumento ai caduti a Piazza Torlonia


Monumento Cascella, valico Salviano


Piazza Torlonia


Campanile della Cattedrale


Santuario della madonna di Pietracquaria


Torre del Castello Orsini


Le chiuse di Incile


Avezzano febbraio 2005


Il territorio attuale d'Avezzano è il risultato delle vicende storiche che, dal finire del Duecento e fino al termine del XX secolo, portarono lo stesso ad inglobare altri centri vicini con un'estensione attuale di 104 kmq su cui si muovono 38.858 abitanti, pari a 373,6 ab. per kmq. Le frazioni sonno sette: Antrosano sul declivio di base del colle albense; Case Incile sull'imbocco fucense dell'Emissario romano del Fucino; Castelnuovo sotto la catena montuosa di Monte Uomo e vecchio feudo medievale; Cese sui Piani Palentini sotto il monte di Pietraquaria; Paterno sul versante fucense di Monte Uomo e vecchio feudo medievale; San Giuseppe di Caruscino sul versante fucense nel luogo dove era una delle stanghe da pesca del Fucino nel Medioevo; S. Pelino vecchia frazione fucense di Massa d'Albe; Via Nuova nella piana fucense lungo la strada voluta dai Colonna nel ‘500. Il centro urbano si estende sulle quote 670-740, sui bordi settentrionali dell'alveo fucense su un leggero pendio degradante verso le rive dell'ex lago Fucino contornato, ad ovest dalle alture di Cimarani (ex “Cima Grande”), Aria e Salviano (ex “Monte Arrio”), mentre a nord-est sono i monti Cervaro e Uomo. Le altitudini vanno dal massimo di 1398 metri s.l.m. dei “Tre Monti”, sopra Paterno, e di 652 della Piana Fucense. Sul settore nord-ovest, è il basso colle di Cesolino che si apre verso i Piani Palentini in direzione di Cappelle, mentre a nord il caratteristico profilo collinare dell'antica città e colonia romana di Alba Fucens, segna alla base il massiccio del Velino. Le frazioni descritte, permettono al centro attuale di aprirsi a ventaglio verso i Piani Palentini (Cese e Antrosano), il Velino (Castelnuovo), la piana fucense ad est (S. Pelino, Cesolino e Paterno) e sud (Case Incile). Dall'analisi delle attuali infrastrutture urbanistiche e delle potenzialità economiche del territorio (Nucleo Industriale dell'Incile, Centri Commerciali Cappelle e S. Pelino, Agricoltura sul Fucino), si evince la straordinaria evoluzione di questo centro che da semplice villa del territorio albense ha saputo, per la sua felice posizione geografica, prendere l'eredità della vecchia colonia romana di Alba Fucens per diventare il centro egemone della Marsica durante il XIX secolo. Del vecchio ed importante centro storico non rimangono testimonianze eccetto il restaurato Castello Orsini-Colonna, ora in piena funzione, di un brandello della parrocchiale di S. Bartolomeo e del ricostruito complesso sacro di S. Giovanni. Il prosciugamento della seconda metà del XIX secolo, il terremoto del 1915 ed i bombardamenti alleati della II guerra mondiale, hanno profondamente alterato il rapporto fra l'uomo e l'ambiente con la nascita di un nuovo abitato di tipo “coloniale” popolato da genti provenienti dai paesi vicini e da tutta l'Italia. Solo nell'ultimo decennio sta rinascendo l'interesse per la riscoperta delle “radici”, al fine di ridare una dignità storica alla città contemporanea che si appresta a diventare sede di una provincia abruzzese. Riguardo agli esosi problemi legati alle origini del suo nome, credo che sia ora di chiarire definitivamente il problema e va dato atto all'amico Cesare Letta di aver dato la risposta decisiva ai numerosi, inconcludenti e fantasmagorici tentativi della storiografia locale, attuati dal Seicento al termine del Novecento. Si deve al prelato e famoso storico Muzio Febonio, nato ad Avezzano nel 1597, il primo tentativo culminato nell'invenzione del fantasioso tempio di Giano esistente nella località “Pantano”, attuale Piazza S. Bartolomeo, divinità dal cui saluto Ave Iane sarebbe derivato Aveanum e successivamente “Avezzano”: « Erat hoc Pantanum, in quo Iano (cui prisci mores Deitatem tribuerant) non vulgare templum, & religione, & vetustate celeberrimum insacerbat; eò venerabilius, quò gens ipsa ab illo originem traere gloriabat quem Noenum fuisse supra retulimus; eumque ex Sacrorum notizia, cultuq; Principem in sacrificando esse voluerunt, Ianunque ab eundo dictum, ex cuius salutatione sumpra occasione, Ave Iane, Aveanum nuncuparunt, & si vulgato modo pronuncietur, scribaturque Avezzanum, vera tamen vetusta nuncupativo illa est.»: trad. Ital. = « tale luogo era il Pantano, dove sorgeva un tempio consacrato al dio Giano, non spregevole per forma, e assai celebre per santità e antichità; e aggiungo che tanto più era venerabile, perché la stessa popolazione si vantava di trarre origine da colui, tale Noemo, da cui venne dato il nome alla città. Dalle notizie che si possono ricavare da tale culto, pare che la suddetta gens eleggesse Noemo principe del sacrificio, e che nel salutarlo lo chiamassero Giano, dal fatto che ne frequentava il tempio, e che da tale modo di salutare, Ave Iane, traessero l'appellativo di Aveanum, che nella pronuncia volgare e nella scrittura finì col trasformarsi in Avezzanum: questa sarebbe la ragione dell'antica denominazione. » (Phoebonius 1678, III, 144). L'invenzione feboniana ebbe successo negli autori successivi, dal Corsignani (1738, Ia, 376-377) al Di Pietro (1869, I, 173-174), al Brogi (1900, 270) ad altri numerosi autori contemporanei che però si limitarono a riportarla come supposizione. A tale prima ipotesi se ne affiancarono altre: da Ad Vettianum, quindi da un possibile fondo agricolo dei Vettii, fra l'altro non documentato nel territorio avezzanese, ma vicino il Cimitero di Scanzano di Tagliacozzo (“Not.Sc.” 1887, 459); da Abetianum, luogo ricco di abeti; da Avicianum, luogo vicino alle Vicenne; da Avicanum, vicino al villaggio di Vico; da Avellanus, dal vicino Monte Velino. Ipotesi mirabolanti e senza seria analisi scientifica che fecero storcere il naso al famoso Fabretti che già sul finire del ‘600 le definì « Plus de fabulis quam de istoria » (Fabretti 1683, 295), provocando le successive ire dell'Orlandi (1967, 34). A queste prime posizioni, come abbiamo visto fantasiose e mirabolanti, si cercò di affiancare l'origine dei tanti villaggi che costituirono il castrum Avezzani medievale del ‘300, come risultato dei villaggi creati dai superstiti dei lavori romani dell'Emissario romano dell'Incile. Tesi cara al Febonio con la nascita di un'irreale « Pinnam Imperatoris » e la falsa creazione di una medievale « Universitas Pennae » intorno all'Emissario, cui si legarono gli autori successivi fino all'Orlandi (1967, 14-32) ed il Pagani (1968, 49-68). Lo stesso Orlandi, ripreso poi dal Pagani, cercò di collegare le origini di Avezzano e della Penna medievale con il vecchio municipio marso di Anxa ed un fantasioso tempio di Giove Statore posizionato nell'area di S. Bartolomeo, attribuendo alla città marsa tutte le iscrizioni rinvenute ad Avezzano. Tutte supposizioni che non avevano, e non hanno, nessun fondamento scientifico, giacché il territorio di Alba Fucens conteneva appieno tutto il territorio di Avezzano fino all'Incile, come provato dai cippi miliari rinvenuti nell'area e la citazione della tribù Fabia nelle iscrizioni avezzanesi. Tribù romana, la Fabia, cui erano iscritti gli abitanti di Alba Fucens, mentre i Marsi erano inseriti nella Sergia insieme ad i vicini Peligni (Cicerone, Vatin., XV, 36; Letta 1972, 109-124). Riguardo all'ubicazione del municipio marso di Marsi(s) Anxa, esso non può essere cercato nel territorio albense; l'iscrizione trovata ad Antrosano (CIL IX, n. 3950) cita un magistrato di Alba Fucens che svolse le sue funzioni “anche” nel municipio dei Marsi Anxantini. Il Durante nel 1978 e successivamente il Letta ed il Prosdocimi, hanno definitivamente chiarito che negli Anxates dell'iscrizione di Antrosano e nei Marsi Anxatini… Lucenses della lista pliniana, relativa ai municipia marsi (Plinio, Nat.Hist., III, 106), bisogna riconoscere gli abitanti della città di Anxa localizzabile nell'area archeologica di Angitia di Luco dei Marsi (Durante 1978, 792; Letta 1988a, 206-207; Prosdocimi 1989, 533). Lo stesso può dirsi per Penna, un insediamento sparso citato solo a partire dalla seconda metà del ‘200, riconoscibile nel territorio posto fra l'Emissario romano dell'Incile e la città marsa di Anxa, area detta nell'altomedioevo « ad Formas » e dotata delle chiese di S. Padre nello stesso Emissario e S. Vincenzo presso l'inghiottitoio naturale della Petogna di Luco dei Marsi (ora “Salita di S. Vincenzo”). Nei documenti medievali si fa riferimento, a partire dal XIII secolo, della stessa città antica e del vecchio insediamento medievale di Luco col nome di Penna: vedi i toponimi ancora esistenti di “Monte Penna” e “Corno di Penna” nell'area archeologica citata (Grossi 1999a, 39, 45, 46). Anche l'irreale « Pinnam Imperatoris », letta erroneamente dal Febonio nella bolla papale di Pasquale II del 1115, è in realtà riferibile ad una località di Vallepietra, posta sui confini della Diocesi dei Marsi nei Simbruini, e definita nei documenti altomedievali « Petram Imperatoris »; toponimo originato dall'esistenza nell'area di un cippo romano posto all'inizio dell'acquedotto neroniano di Monte Autore (Caraffa 1969, 5-6, 257-259; Grossi 1992, 43-44). Ma per mettere fine a questa vexata quaestio sul significato del nome di Avezzano, ci affidiamo all'amico Walter Cianciusi che, in un recente bel testo dedicato alla storia linguistica della Marsica, riporta le acute osservazioni del Letta: « Avezzano: Dopo l'abbandono della pretesa che il nome derivi da Ave Iane (!) (Feb.) per la supposta esistenza nella zona di un tempio a Giano e, in esso, di una statua cui il passante rivolgesse il saluto, s'è affermata l'opinione che il toponimo derivi da Ad (fundus, praedium) Vettianum, cioè « presso la tenuta, il podere dei Vezzi »: ipotesi accreditata dal fatto che la famiglia dei Vezzi ebbe nella Marsica « varie attestazioni letterarie » (Letta-D'Amato) ma che — nota C. Letta — darebbe “Avvezziano” o “Avvezzano”, con due v e con z sorda, mentre Avezzano si pronuncia con una z sonora. Ma De Giovanni e Giammarco derivano il toponimo da (fundus) Avedianus, da un pers. Avedius che non trovo attestato nella Epigrafia Letta-D'Amato, né finora altrove. « La spiegazione giusta è quella del toponimo prediale Avidianum (o fundus Avidianus) dal gentilizio Avidius, che darebbe regolarmente Avezzano, con una sola v e con la z sonora. […] Il gentilizio Avidius è bene attestato ad Alba Fucens, ed addirittura nel sito stesso dell'odierna Avezzano » (C. Letta). Cfr. CIL, IX, 3933; una iscrizione pubblicata in « L'Antiquité Classique », XXIV, 1955, p. 67, n. 11 e soprattutto CIL, IX, 4024, menzionante due liberti della gens Avidia, « ritrovata proprio in Avezzano, per cui è ragionevole supporre che gli Avidii di Alba avessero delle proprietà nel sito della attuale Avezzano » (C. Letta). » (Cianciusi 1988, 96). Quindi il nome altomedievale di Avez(z)ano era il risultato della presenza in loco di un fundus Avidianus, una grande proprietà agricola con relativa villa romana appartenuta ad una delle famiglie più in vista nel municipio albense. Questo bisogno di “forzare” le testimonianze residue, come abbiamo già visto per il caso avezzanese, è tipico dei centri emersi sulla ribalta regionale in età moderna che hanno cercato di “nobilitare” le origini collegandosi necessariamente con la romanità e l'esistenza di una città antica che giustificasse le fortune recenti. L'operazione ha dato origine ad un campanilismo spesso esagerato ed a scapito di una seria ed equilibrata analisi critica. In realtà le origini di Avezzano sono sufficientemente documentate sia dai resti archeologici, dalle fonti storiche ed epigrafiche e dalla superstite toponomastica altomedievale, come vedremo nelle trattazioni seguenti. Agli evidenti errori interpretativi descritti bisogna aggiungere anche il travisamento di parte della toponomastica dell'area da parte dei geografi militari sabaudi che, nella seconda metà dell'ottocento, realizzarono le prime carte dell'Istituto Geografico Militare del nuovo Regno d'Italia. La incapacità di comprendere il dialetto locale da parte dei “nuovi dominatori” piemontesi creò false denominazioni delle montagne locali: il medievale “Monte Arrio” con il suo centro-fortificato marso di “Castelluccio” sul Salviano, divenne “Monte Aria” (De Cristofaro 1999), la “Cima Grande” divenne “Monte Cimarani” e la “Cima S. Giovanni d'Alezzo” divenne “Monte S. Felice” (Morelli 1968, lett. 3). Questa indisponibilità alla comprensione delle lingue locali ha creato serie difficoltà nello studio della toponomastica dell'Italia meridionale ed alla localizzazione di vecchi insediamenti da parte dei ricercatori contemporanei. Si deve all'attuale lavoro di ricerca archivistica la possibilità di correggere questi errori e di ricollegare esattamente al loro posto i toponimi originari. « Aedificiorum magnificentia, & civilis vitae cultura primarium, locum Oppidum istud facile obtinuit, domorum , viarumque ornatu spendidum, dignum quippè, ut Principis fedes ibidem eligerut, cum Civitatis formam praefeferat, muro undique vallatum, quem horti oleum consepiunt, ex tribus portis aperitur ad commeandum iter, ampli stratarum tractus, comis arborum utraque ex parte protecti deambulationibus, & Viatoribus gatum in meridie umbraculum praebent, & postema portam quae as occasum respicit amplum ridet, omni tempore virens pratum animalibus ad pascua, & hominibus ad palestram, & ad excutiendum ex aristis frumentum praeparatum. Fixerat olim extra moenia ad prospectum prati praeclarissimae Ursunorum famiglie Gentilis Virgilius ad praesidium arcem vallo, fossoque; quatuor in singulis angulis turribus, & quae principatum habet ad quintum locum in medio extollitur artificiosè munita, ad quam, ponte iniecto. » (Phoebonius 1668, III, 146-147): trad. ital. = « Per la magnificenza degli edifici, per la pratica della vita civile, questa città facilmente prese il primo posto (fra gli altri centri abitati), splendida di case e di strade, degna di essere scelta come sede del Principe, allorché ebbe assunta forma di vera città cinta da ogni parte di mura, assiepata torno torno da orti, aperta alla campagna da tre porte, su ampi tratti di strade protette ai lati da vaste chiome d'alberi, ricche di frescura gradita a chi le attraversa nel meriggio; bellissimo il territorio che s'apre al di là della porta occidentale, verde in ogni tempo di prati adatti ai pascoli degli animali, agli spassi degli uomini, a far da aia per le puliture del frumento (al tempo del raccolto). Gentile Virgilio, della celebre famiglia degli Orsini, di fronte a questi prati, fuori le mura, fondò a presidio della città un castello con vallo e fossato, e con quattro torri ai lati ed una centrale, più alta delle altre, alla quale s'accedeva con ponte levatoio, rafforzata ad arte.». Così il Febonio descriveva entusiasticamente a metà del Seicento la sua città natale, ormai avviata a diventare il principale centro abitato della Marsica moderna, ma le sue fortune erano la conseguenza della particolare posizione geografica e della evoluzione dei suoi numerosi insediamenti umani che si erano succeduti dal Paleolitico all'età medievale. Le più antiche testimonianze della presenza umana nel territorio avezzanese, risalgono al Paleolitico inferiore-medio con il ritrovamento di strumenti di selce di tipo protolevalloisiano tra la ghiaia dei viali di Villa Torlonia e nella località “Le Mole” di Avezzano. Ritrovamenti, datati fra i 130.000-75.000 anni fa, che testimoniano il passaggio nell'area di gruppi monadi di cacciatori pre-neandertaliani e neandertaliani che, nella stagione estiva, provenienti dalle coste laziali ed adriatiche, raggiungevano l'area fucense per cacciare animali di grossa taglia (Irti 1980, 50-51). La sicura presenza di questi primi uomini nel territorio fucense è confermata dal famoso archeologo Antonio Maria Radmilli, lo scopritore della preistoria marsicana, che dice: « I pochi manufatti del Paleolitico inferiore rinvenuti ai margini dell'antico lago del Fucino sono tutti in giaciture secondarie perché, come è noto, sino a circa 18 mila anni or sono le acque del lago erano notevolmente alte ed, infatti, tutte le grotte contengono alla base un deposito di ciottoli fluviali. Siamo comunque certi che il territorio del Fucino fu frequentato dai cacciatori dell'epoca perché sporatici reperti sono stati trovati in superficie a Mole di Avezzano, a Lecce dei Marsi, a Collelongo, a Luco.» (Radmilli 1999, 189-199). Al periodo Paleolitico superiore risalgono invece le testimonianze presenti nell'area del Nucleo Industriale di Avezzano con le grotte “Afra” e “Ciccio Felice”. La prima, scoperta nel 1956, è situata alla base del Monte Salviano, verso nord a circa 100 metri dai Cunicoli di Claudio, fu utilizzata per una sola volta intorno ai 13.500 anni fa da cacciatori paleolitici che si cibarono con la carne di un cervo catturato nelle vicinanze. Dai numerosi ritrovamenti ossei si è accertato che la modesta cavità (lunga 10 metri, profonda cinque ed alta 1,80) era stata tana di marmotte (Radmilli 1997, 204). Più consistenti sono i ritrovamenti nella vicina “Grotta di Ciccio Felice”, il più importante giacimento archeologico preistorico e protostorico del territorio avezzanese e marsicano. Conosciuta in passato come luogo di ritrovamenti di “tesori” e di riparo per le greggi dei pastori di Luco, le prime notizie della grande grotta sono contenute nell'opera del Gattinara che ci parla del recupero in età rinascimentale, da parte di un frate laico di Tagliacozzo, di un tesoretto di monete d'oro (Gattinara 1894, 111). Nel tardo medioevo fu utilizzata, in parte, da una chiesetta dedicata a S. Felice che diete il nome alla grotta: « grotta di Claudio a S. Felice » (Pagani 1968, 62-63) ed al vicino villaggio che nel ‘300 contribuì alla nascita del nuovo castrum avezzanese (Phoebonius 1668, III, 144). La sua valenza archeologica venne già riconosciuta dagli Avezzanesi Giuseppe Pennazza e Loreto Orlandi durante la prima metà del ‘900 con i ritrovamenti di ex-voto fittili, un muro in opera poligonale di terrazzamento e le mensae ricavate sul piano roccioso interno (Pennazza 1940; Orlandi 1967, 59-60): durante la II Guerra Mondiale è stata anche luogo di rifugio delle genti avezzanesi durante i pesanti bombardamenti alleati del 1943. Solo a metà del ‘900, i ritrovamenti trovarono l'attenzione di Pietro Barocelli che né diete le prime notizie scientifiche a Roma nel 1949 (Barocelli 1951). A queste prime segnalazioni seguirono gli scavi del Radmilli nell'estate del 1956 con l'apertura di diverse trincee che hanno permesso di conoscere la lunga frequentazione della grotta dal Paleolitico superiore fino all'età medievale con un utilizzo, come luogo di culto italico, dal VII al I secolo a.C. (Radmilli 1956). Per il periodo paleolitico il Radmilli dice: « La presenza fra la fauna di resti di cavallo, di bove, di stambecco, di marmotta permette di poter dire che questa grotta venne visitata dai cacciatori del Paleolitico superiore in un periodo precedente ai 13500 anni da oggi. Non vi è dubbio che si trattava di visitazioni sporadiche e di breve durata, forse di sosta, durante la caccia nel periodo di buona stagione, data la presenza della marmotta, che, altrimenti, non si spiegherebbe la forte percentuale di strumenti rispetto alle schegge di lavorazione, la trascuratezza nella lavorazione degli strumenti, la consistente quantità di schegge e di lame con sbrecciature d'uso, la riutilizzazione delle schegge di ravvivamento.» (Radmilli 1997, 211). A questo periodo iniziale paleolitico con un territorio popolato dai soli cacciatori alla ricerca di grosse prede, nel Paleolitico superiore-Mesolitico, intorno ai 18.000 anni fa gruppi di uomini del tipo Cro-Magnon, dei cacciatori-raccoglitori, raggiungono il Fucino installandosi stabilmente sui terrazzi ghiaiosi che fiancheggiano i torrenti che si versano nel Fucino e nelle numerose grotte e ripari rocciosi aperti verso l'alveo lacustre con un paesaggio caratterizzato da montagne a sommità boscose e versanti bassi spogli di vegetazione. Di queste genti abbiamo ora i resti ossei riferibili all'“Uomo di Trasacco” della Grotta Continenza di circa 14.000 anni fa e all'“Uomo di Ortucchio” della Grotta dei Porci di circa 12.000 anni fa (Radmilli 1993, 58-64). Con il periodo Neolitico, intorno ai 6200 anni fa, ha inizio nella Marsica il popolamento umano per villaggi, come confermato da quello di “Cellitto” di Paterno nel territorio di Celano, con insediamenti di pianura composti da gruppi di capanne abitate da genti che utilizzavano la ceramica, praticavano l'agricoltura, l'allevamento, la caccia e pesca ed utilizzavano le grotte come luogo di sepoltura o per scopi cultuali. Agli agricoltori neolitici sono da attribuire le prime esperienze artistiche indirizzate verso la figura umana e forme più complesse di pratiche religiose legate a culti della fertilità e degli Antenati, come potrebbe dimostrare la lunga frequentazione cultuale della Grotta di Ciccio Felice. Con le successive età dei metalli (Eneolitico-Età del Rame ed Età del Bronzo), dai 4.400 ai 3000 anni fa, gli insediamenti di pianura diventano più numerosi e complessi sia intorno al lago che nelle pianure e valli vicine, con genti legate ad una economia polivalente (agricoltura, allevamento, caccia, pesca, metallurgia). Si avvertono i primi conflitti locali data l'apparizione nelle tombe maschili delle prime armi di rame e poi di bronzo (asce, pugnali e spade). I villaggi sono ora retti da “capi” espressi da ceti emergenti di agricoltori-guerrieri, capi che combattono a cavallo e che sono seppelliti, come le loro mogli, in sarcofagi lignei in grandi tumuli sepolcrali ben delimitati da circoli di pietra (“Paludi” di Celano e “Colle Sabulo” d'Avezzano). Gli ornamenti della persona sono rappresentati da complesse fibule (spille), rasoi, spilloni, bracciali, armille e collane composte da conchiglie, perle in pasta vitrea o ambra (resina fossile). Il vasellame ceramico si fa più vario con fogge diverse decorate da impressioni a squame, da linee dipinte, incisioni geometriche ed anse antropomorfe. Sulla dorsale appenninica si diffonde, nell'età del Bronzo, una “Cultura Appenninica” che comprenderà gran parte dell'Italia centro-meridionale. All'età dei metalli sono da attribuire il complesso di insediamenti perilacustri (o posti nelle basse alture vicine al lago) avezzanesi scoperti da Umberto Irti in località “Le Mole”, sotto Caruscino, un'area ricca di sorgive che presenta una frequentazione umana ininterrotta dall'età del Rame fino ai nostri giorni; nel medioevo l'area presentava le famose chiese benedettine di S. Salvatore e SS. Trinità di Avezzano. Lo studio dell'Irti ha evidenziato la sequenza verticale e cronologica di tre villaggi utilizzati dall'Eneolitico alla fine dell'età del bronzo – protovillanoviano - (4.400-2900 anni fa): il più antico, quello Eneolitico (“Mole 1”), è posto a quota 674, altri due all'età del Bronzo (appenninico e protovillanoviano: “Mole 2 e 3”) sulle quote 666-675. Certamente collegato agli ultimi due è quello presente sulla piana fucense a quota 661 di Strada 6, attribuibile all'età del Bronzo. Sempre nelle vicinanze, a “S. Giuseppe di Caruscino”, troviamo un altro insediamento a quota 675 con attestazioni dal subappenninico al protovillanoviano (Irti 1991, 79-80). A questi insediamenti, propriamente avezzanesi, si associano altri quattro insediamenti posti sotto le frazioni di S. Pelino e Paterno: il primo, del protovillanoviano, è posto a quota 674 nella località “S. Martino” di S. Pelino; il secondo, dell'età Neolitica, è situato a quota 674 nella località “Masciarelli” di S. Pelino; il terzo, del periodo protovillanoviano, è posto a quota 667 nella località “La Chiusa” di Paterno; il quarto, del subappenninico, è situato nella piana fucense alla quota 659 di Strada 10 (Irti 1991, 80). Dall'esame di questi villaggi si può comprendere il variare dei livelli lacustri nell'età dei metalli e il possibile collegamento fra il villaggio di Strada 6 (una dipendenza piscatoria?) con i sovrastanti insediamenti delle Mole dell'età del Bronzo: lo stesso può osservarsi per gli insediamenti di Paterno. Nel suo insieme i villaggi si dispongono sulla riva, nelle vicinanze di sorgive, seguendo il variare dei livelli lacustri che nell'Eneolitico, o età del Rame, erano più alti, mentre nell'età del Bronzo scesero di molto, oltre i limiti di secca del lago medievale e moderno. Oltre ai villaggi vicini al lago, altri si disponevano ai margini dei Piani Palentini come quello recentemente scoperto da Irti ad Antrosano, sui prati vicini alla chiesa parrocchiale che ha restituito frammenti di ceramica a squame eneolitica (4.500-4.500 anni fa) (Irti 2000, cs.). Per le tombe legate agli insediamenti della prima età dei metalli, abbiamo ora il ritrovamento recente, da parte dello stesso Irti di una sepoltura neolitica su grotticella, nelle vicinanze della Discenderia Maggiore dell'Emissario di Claudio, prima della Grotta di Ciccio Felice: si tratta di un individuo di circa 20-25 anni, i cui resti scheletrici sono ancora in corso di studio (Irti 2000, cs.). A sepolture neolitiche e dell'età del bronzo, sono da attribuire i materiali trafugati negli anni '70 del Novecento nel Museo Lapidario di Avezzano, provenienti probabilmente dalla grande necropoli di “Colle Sabulo” o “Campo dei Gentili” nell'area dell'attuale Cimitero avezzanese. Nell'ultimo Inventario del Museo Comunale di Avezzano, redatto dal Rapisarda nel 1952, compaiono ben quattro asce neolitiche in pietra verde, due punte di lance ed un'ascia in bronzo dell'età del bronzo finale (Inv.Mus.Avezzano, nn. 19-22, 26-29). Riguardo all'economia di questi villaggi avezzanesi, le attuali ricerche prospettano attività legate sia all'agricoltura sia all'allevamento, oltre naturalmente che alla caccia, pesca sul lago e metallurgia. In passato la “cultura appenninica” dell'età del bronzo, cosi definita da Ugo Rellini nel 1932 per la sua diffusione sulla dorsale appenninica (Rellini 1932), cui i nostri insediamenti appartenevano, era stata descritta da Salvatore Puglisi, come legata esclusivamente al mondo pastorale (Puglisi 1959). Scavi e ricerche recenti e le relativi analisi fatta dal Radmilli, hanno invece permesso di riconoscere a questa importante cultura preistorica italiana un legame ad un'economia mista agricolo-pastorale, come per le precedenti genti eneolitiche dell'età del rame. È certo in ogni modo che nel periodo compreso fra il 1400 ed il 1300 a.C., lo sviluppo della pastorizia fu notevole, rispetto all'epoca precedente, visto il clima “oceanico” (caldo-umido caratterizzato da abbondanti piogge) che sicuramente favoriva lo sviluppo della vegetazione da pascolo. I secoli successivi al 1300 a.C., videro una nuova variazione climatica con il tipo “subcontinentale” (temperato con minori piogge), clima che certamente portò ad un sostanziale equilibrio fra agricoltura e pastorizia con il ritorno ad un'economia mista che rimase inalterata fino al II secolo a.C. (Radmilli 1993, 111-112). Dall'analisi degli insediamenti e dei materiali rinvenuti, il territorio preso in esame appare ben collegato con le dinamiche insediamentali attestate nel bacino fucense nell'età dei metalli con insediamenti agricolo-pastorali situati sui limiti lacustri o sui terrazzi ai margini, nelle vicinanze di sorgive o piccoli corsi d'acqua: l'insediamento del bronzo finale di Strada 6 « forse anche per la maggiore quota dell'insediamento rispetto agli altri della piana, potrebbe invece sussistere un livello della I età del Ferro » (Irti 1987, 291). La prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) si apre per il territorio avezzanese e fucense con sconvolgimenti climatici e sociali. Per i grandi villaggi del bronzo finale presenti nella piana fucense, sui ristretti limiti del lago dell'epoca, il cambiamento climatico che avvenne durante il corso della prima età del Ferro, fu fatale e portò alla fine di gran parte del sistema insediamentale perilacustre dell'età del Bronzo. Nei primi decenni del IX secolo a.C., infatti, si esaurì la fase climatica di tipo “sub-continentale” o “sub-boreale” (prevalentemente arida con scarse piogge) ed ebbe inizio un nuovo periodo climatico, a carattere “oceanico” freddo e umido, caratterizzato da abbondanti piogge. Il repentino innalzamento delle acque lacustri segnò inesorabilmente la fine degli insediamenti perilacustri come quello di Avezzano di Strada 6 ed i più grandi di Luco ed Ortucchio (Irti-Grossi 1983, 346). Questo sconvolgimento insediamentale fu tale da essere tramandato oralmente per secoli, fino all'età romana, attraverso la saga della “città” marsa di Archippe, sommersa dalle acque del Fucino e fondata da Marsia re dei Lidi. La prima notizia della leggenda marsa c'è data dall'analista romano Gneo Gellio che visse nel II secolo a.C. e, successivamente, da Plinio il Vecchio (I sec. d.C.): « Gellianus auctor est lacu Fucino haustum Marsorum oppidum Archippe conditum a Marsia duce Lydorum » (Plinio, Nat. Hist., III, 108 = Gellio, Hist., fr. 8 Peter). Ricordata anche da altri autori del III secolo d.C. (Solino, II, 6), la saga marsa è il preciso ricordo orale dei Marsi della fine traumatica del più grande insediamento dell'età del Bronzo della Marsica fucense, quello di Strada 28 di Ortucchio con i suoi ben 30 ettari di superficie (Grossi 1980, 125, nota 17). Con questi sconvolgimenti climatici e soprattutto con l'aumento dei conflitti sociali nell'area, la struttura “vicana”, cioè basata su villaggi aperti posti in pianura o su terrazzi collinari, ebbe fine nel corso del IX secolo a.C. con lo sviluppo del fenomeno dell'“incastellamento” che portò ad una nuova struttura insediamentale, “oppidanica”, non più basata su insediamenti di pianura, ma su villaggi d'altura (“centri fortificati”) racchiusi da recinzioni lignee paliformi o da murature a secco (composte di grandi e medi blocchi di pietra), posti su colline, sui rilievi montuosi più vicini alle aree agricole e di pascolo delle locali comunità italiche. Nascono così tante “cittadelle” fortificate safine, « ocres », rette dal re (« raki » in lingua locale), principi guerrieri (« nerf ») ed in eterno conflitto fra loro come confermato dagli apprestamenti difensivi e dall'enfatizzazione guerriera dei corredi tombali maschili dell'epoca che presentano le prime armi di ferro (Grossi 1990a, 232-238). Siamo di fronte alla nuova “unità culturale” appenninica dei Safini (i Sabinos delle fonti storiche romane), che dal IX fino al IV secolo a.C. si diffonderà dalle conche e pianure fucensi ed aquilane verso le regioni vicine fino a raggiungere la Romagna, la Calabria e il suolo laziale con Roma cui darà dei re. Le recenti ricerche storiografiche ed archeologiche, stanno ormai evidenziando l'importanza dell'elemento sabino nella creazione della Roma dell'età del ferro con la constatazione che i primi re romani, escluso il leggendario Romolo, sono da ritenersi Sabini (Mumma Pompilio, Tito Stazio e Anco Marcio) componenti la tribù dei Tities (Bernardi 1988, 261-266). Le genti italiche marsicane saranno le protagoniste fondamentali di questa civiltà appenninica antica, con i propri usi e costumi funerari («cultura fucense»), con i loro conflitti e rapporti con il mondo etrusco-laziale e della Magna Grecia, con le guerre del V-IV secolo a.C. contro la potenza romana. La caratteristica fondamentale delle genti safine fucensi, oltre all'elevata produzione metallurgica in bronzo, è riscontrabile negli usi funerari: infatti, le genti appartenenti alla « cultura fucense » dall'età del ferro fino al termine del II secolo a.C., usavano mettere accanto agli inumati, oltre alle armi offensive e difensive, solo oggetti e raro vasellame per carni in metallo. Vi è quindi il rifiuto del mediterraneo “rito del banchetto” con il suo consumo del vino, uso che mal si addiceva ad un popolo di guerrieri. Quest'usanza particolare è presente nelle sepolture dei popoli storici degli Aequi e Marsi, genti di « cultura fucense ». L'elemento dominante dell'economia dell'area, oltre la metallurgia, è la pratica della guerra e della mobilità sociale geografica espressa dal mercenariato (Tagliamonte 1994) associate ad una modesta attività agricola e pastorale. È molto probabile una situazione d'estrema conflittualità fra i vari ocres safini per tutta l'età del ferro con guerre continue fra i tanti re che li dominavano: l'estrema enfatizzazione dell'aspetto guerriero nei corredi tombali maschili dell'epoca n'è una conferma diretta, come nel caso della necropoli di “Colle Sabulo” (S. Maria in Vico) di Avezzano e delle vicine necropoli italiche fucensi di Scurcola Marsicana, di Celano, di Lecce dei Marsi e d'altre sepolture della Marsica. Elemento distintivo dei gruppi guerrieri dominanti (re e principi) è la coppia di dischi-corazza in lamina di bronzo, utilizzata come difesa pettorale e dorsale dall'VIII al VI secolo a.C., prodotta da una metallurgia locale molto raffinata con artigiani posti a servizio del raki (re) e dei nerf (principi) (Grossi 1986b, 20-31; Papi 1990). Gli abitati fortificati si concentrano sulle alture dominanti le piane e le valli della dorsale appenninica centrale e marsicana in modo da controllare e difendere il territorio agricolo e di pascolo della comunità locale. Di questi centri fortificati della prima età del ferro, « ocres » in lingua safina locale (« oppida » e « castella » in Latino), abbiamo nel territorio di Avezzano le testimonianze sulle alture dei monti di Avezzano e delle frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno. I primi cinque si snodano sulle medievali serre di S. Donato, di Arrio, di Cima Grande e di Alizio. Il primo è posto sulla sommità detta “Colle degli Stabbi”, ex trecentesco « Monte Terrentinj » della altomedievale « serra Sancti Donati », a quota 963 sopra la Discenderia Maggiore dell'Emissario romano fucense, nelle vicinanze del confine con Luco dei Marsi (“Cunicella”). Nel colle vicino, verso sud, nel medioevo era un cippo detto « Pigna », un probabile cippo confinale romano che continuò per tutto il medioevo ed età moderna a costituire il limite fra la comunità avezzanese e la prepositura cassinese di S. Maria di Luco. Di forma ovoidale con scarse tracce di mura, che circoscrivono un'area interna di circa 0,5 ettari, e porta riconoscibile sul versante nord-ovest. Nell'interno resti di tegolame, ceramica ad impasto ed acroma.(Letta 1979, 118, n. 47; Grossi: 1980, 181, n. 53; 1989a, 102, n. 40; 1991, 206, n. 40; 1995, 73, n. 41). Dal nome attestato dal 1371 fino al 1810, di “Terrentino” o “Torrontino”, si potrebbe essere tentati di ricostruire il nome antico dell'insediamento italico in Terrentum? (ASCA, Serie Pergamene, n. 2; ASA, 1). Il secondo, sovrastante il Cimitero di Avezzano, è identificabile sulla quota 985 detta “Castelluccio” di Monte Salviano con poche tracce di mura che descrivono un'area ovoidale di circa 1,02 ettari, ma evidenti resti della strada perimetrale interna, numerosa ceramica ad impasto dell'età del ferro, ceramica acroma e qualche frammento di vasellame a vernice nera. Dal toponimo attestato nel medioevo, Arrio, si potrebbe, a titolo di ipotesi, pensare che il nome originale del centro fosse Arrium? (Letta 1979, 118, n. 48; Grossi: 1980, 182, n. 55; 1989a, 102, n. 46; 1991, 206, n. 47; 1995, 73, n. 52; ASA, 2). Il terzo è riconoscibile sull'altura di Monte Cimarani, ex “Cima Grande”, a quota 1108 ora occupata dai ripetitori televisivi. Presenta due fasi d'impianto che racchiudono un'area totale di circa 4,5 ettari: una prima, più antica a forma ovoidale perfetta ed una seconda con forma poligonale irregolare. Nell'interno, oltre a tegolame, frammenti di vasellame ad impasto e macine in trachite vulcanica, missili di piombo da fionda, sono numerose scorie di ferro e, minori, di bronzo che attestano la presenza di una consistente produzione metallurgica nel centro, visti i vicini affioramenti di limonite ferrosa del monte. (Letta 1979, 118, n. 50; Grossi: 1980, 183, n. 60; 1989a, 102, n. 47; 1991, 206, n. 48; 1995, 73, n. 53). Il quarto è situato sulla quota 1017 detta “Colle di S. Silvestro”, sul versante orientale del Monte Cimarani ai margini della medievale « Valle Pandulfa ». Di forma triangolare sul pendio con superficie interna di circa 0,12 ettari, presenta nel suo interno frammenti fittili relativi a tegolame, ceramica ad impasto ed acroma di età italica e medievale (Grossi 1989a, 102, n. 48; 1990b, 79; 1991, 206, n. 49; 1995, 73, n. 54). Il nome di S. Silvestro, « Colletto con la chiesa di S. Silvestro », è dato dalla presenza qui nel medioevo di una piccolo insediamento, dotato di chiesetta, dipendente dal feudo di Pietraquaria (Brogi 1889). Il suo toponimo appare negli Statuti trecenteschi di Avezzano col nome di « (montem) beatum Silvestrum » (Di Domenico 1996, fl. 12 v., [130], 253). Il quinto è ben riconoscibile sull'altura di Monte S. Felice, quota 1030 che sovrasta la Stazione Ferroviaria di Cappelle. La sommità è ora erroneamente detta di S. Felice, ma in passato era denominata “Cima di S. Giovanni d'Alezzo” o “di Alizio” (Morelli 1968, lett. 3), per cui si può risalire ad un toponimo antico di Alitium? Qui si riconoscono i resti di tre cinte murarie, dotate di cinque porte “a corridoio interno obliquo”, e di due terrazzi interni con superficie occupata di 2,6 ettari. Il numero delle recinzioni difensive presuppone uno sviluppo cronologico del centro-fortificato, dal primitivo nucleo ovoidale sommitale dell'età del Ferro alle altre due cinte delle epoche successive fino all'abbandono della fine del IV secolo con la probabile conquista romana. I ritrovamenti ceramici e la numerosa presenza di tegolame sui terrazzi interni, documenta l'esistenza dell'abitato interno dalla prima età del Ferro all'età ellenistica. Il ritrovamento di un contenitore plumbeo con missili per fionda dello stesso metallo nell'interno, sono prova di una riutilizzazione dell'acropoli del centro da parte degli insorti italici durante il conflitto del Bellum Marsicum degli inizi del I secolo a.C. Nel medioevo, sulla sommità della prima recinzione, fu realizzata, probabilmente su un precedente terrazzo cultuale italico, la chiesa di Sancti Iohannis de Alitio, appartenente, forse, al feudo di Pietraquaria e di cui rimangono le sole fondazioni che disegnano la pianta di una struttura a tre piccole corte navate con abside centrale e vicina cisterna circolare esterna (Grossi 1990b, 66-74 con bibl.). Gli altri quattro sono posizionati sulle alture del medievale Mons Humanus che sovrasta le frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno. Il sesto sull'altura detta “Monte Castello”, quota 1242 che sovrasta a sud l'abitato di Castelnuovo. Si presenta come un centro-fortificato di medie dimensioni rioccupato in età medievale dal castello-recinto di Castellum novum citato nel Catalogus Baronum normanno del 1156. L'insediamento medievale occupa solo una parte del recinto italico sovrapponendosi sui resti murari antichi: si riconoscono i resti di una torre sommitale a pianta quadrata e ben tre cisterne medievali ricoperte da intonaco di cocciopesto di colore rosso (Grossi 1995a, 61, 73 n. 56). I rimanenti, ancora in corso di studio e rilievo, sono sul crinale della catena montuosa: “Monte Uomo” che sovrasta S. Pelino a quota 1391; “Monte Uomo 2” che sovrasta Paterno a quota 1380; “I tre Monti”, quota 1398 sopra Paterno (Letta 1979, 118, nn. 53-55; Grossi: 1980, 183, nn. 63-65; 1989a, 102, nn. 51-52; 1991, 206, nn. 51-53; 1995, 73, nn. 57-59). Sotto gli insediamenti fortificati, nelle pianure e colline vicine, sorgono le necropoli di tombe a tumulo costellate da alte steli monolitiche e statue iconiche raffiguranti i re guerrieri e le loro mogli (Grossi 1988, 65-110). Queste estese necropoli con i loro grandi tumuli circolari erano per il mondo italico locale, dei veri e propri “segnali” territoriali che servivano ad esprimere l'importanza della comunità locale ed anche un luogo sacro in cui si praticava, in forma privata e collettiva, il “culto degli Antenati” (Grossi 1995a, 67-68). Questo culto è probabilmente riferibile ai Dis Angitibus (CIL IX, n. 3515), gli antenati morti figli di Angitia (Ancites) la “Signora dei Morti” del mondo fucense che « sembra essere emersa gradualmente come divinità individuale da un fondo indistinto di divinità collettive degli antenati, definendo via via dei caratteri insieme solari e ctoni, gli uni e gli altri legati alla sfera agraria e a quella funeraria » (Letta 1993, 33). Le grandi necropoli italiche dell'età del Ferro sono riconoscibili nel territorio preso in esame a S. Pelino, Antrosano, Castelnuovo e sul Colle Sabulo, sui piani posti sotto i centri fortificati già descritti. Per i ritrovamenti di Antrosano e Valle Solegara (“Monumento”), sul piano fra Alba Fucense ed Avezzano, si tratta di materiali provenienti da tombe relative al precedente centro safino posto sulle alture della successiva colonia romana. Da una necropoli posta ai piedi di Antrosano ed un'altra situata fra lo stesso e Cappelle, provengono tre dischi-corazza in lamina di bronzo a decorazione geometrica e geometrico-orientalizzante, databili fra la fine dell'VIII secolo e il termine del VII secolo a.C., ora conservati al Museo Archeologico di Perugia e nel Museo Preistorico Etnografico « L. Pigorini » di Roma (Papi 1990, 40, n. 30; 59, n. 91, fig. 72; 43, n. 40, fig. 38). Una grande necropoli italica doveva estendersi a Valle Solegara alla località “Monumento” lungo il percorso della Via Valeria, dove ora sorgono i resti di tre mausolei a torre di età imperiale romana. Qui nel passato furono ritrovati numerosi materiali riferibili a tombe di VII-V secolo a.C.: gladi a stami di ferro (pugnale o “spada corta” safina), punte di lance di ferro, fibule di bronzo e una coppia di dischi-corazza di bronzo con decorazione geometrica del VII secolo a.C. (De Nino 1885, 485). Sotto lo stesso S. Pelino, durante i lavori della realizzazione della Autostrada A25, furono riportate alla luce sepolture italiche che hanno restituito una bella spada di ferro con elsa a crociera del VI-V secolo a.C. (Grossi 1991, n. 25, 208). Di importanza notevole è la necropoli di Colle Sabulo o “Campo dei Gentili” di Avezzano la cui scoperta si deve ai lavori del Torlonia per il prosciugamento del Fucino e la cui prima descrizione è data dall'Orlandi: « Trovasi tal sepolcreto praticato su un esteso banco di sabbia gialla di origine lacustre, denominato “Colle Sabulo”. Si sono rinvenute sepolture profonde a fossa coperte da grosse pietre con armi in ferro e scudetti di bronzo della corazza a “balteo-disco” del VI° secolo av.Cr. A minore profondità si rinvennero sarcofagi in pietra con suppellettile varia del mondo muliebre, ed armi in ferro, lucerne, ampolle di terra cotta nonché un anfora (di) tipo campano. L'unica epigrafe rinvenuta è quella su riportata della tarda età dell'Impero. Attualmente sull'esteso banco vi è il Cimitero Civico, ed ivi riposano le vittime del terremoto del 1915.» (Orlandi 1967, 259). Le armi in ferro erano costituite da: « spade, lance, cinture » (Idem, 18), per cui si deve sospettare che in realtà anche le sepolture poste a minore profondità siano riferibili a tombe databili dal VI al IV secolo a.C., oltre a quelle relative alla presenza coloniale romana albense cui si devono attribuire gli altri ritrovamenti, fra i quali l'anfora campana a vernice nera presente, in passato, nel Museo di Avezzano. I materiali conservati in passato nel Museo Lapidario avezzanese documentano la fase italica della necropoli con: piastra di cinturone (o stola?) a pallottole riportate del VI secolo a.C. (Colonna 1958, n. 36, 79. Inv.Mus.Avezzano, n. 30); coppia di dischi-corazza in lamina di bronzo di tipo aufidenate con raffigurazione di chimera funeraria di cm 15 di diametro, databili al VI secolo e un disco-corazza a decorazione geometrico-orientalizzante della seconda metà del VII secolo a.C. (Colonna 1972, 197, 205 n. 7. Grossi in Papi 1990, 85-86. Inv.Mus.Avezzano, nn. 33-34, 35); armi di ferro (quattro “gladi a stami”, una spada lunga e una punta di lancia) databili dalla fine del VII al V secolo a.C. (Inv.Mus.Avezzano, nn. 39, 41-43, 70). Altro ritrovamento relativo a questa estesa necropoli, relativa all'ocre di “Castelluccio”, è riferito dallo Iatosti che descrive il ritrovamento fra le chiesette della Madonna di Loreto e S. Antonio, lungo l'attuale Via San Francesco, di una inumazione maschile dell'età del ferro con corredo composto da una lunga spada in ferro sul fianco ed una “targa di rame” (placca di cinturone?) in bronzo (Iatosti 1876, 29-30). Delle aree di culto dell'età del ferro conosciamo il grande santuario in grotta di Ciccio Felice. La stessa, come abbiamo già visto, scavata dal Radmilli nel 1956, a permesso di conoscere il monumentale luogo di culto dedicato probabilmente ad una divinità della fecondità visto il numero notevole di ex-voto di età ellenistica, riferibili ad uteri, seni ed organi genitali (Terrosi Zanco 1966). La struttura santuariale della prima età del ferro (VII secolo a.C.) consisteva in sei basi rettangolari ricavate sul piano roccioso della stanza esterna e orientate verso nord e nord-est: il Radmilli a proposto di riconoscervi delle basi legate a riti d'incubazione (Radmilli 1977, 213). Dalla prima età del ferro fino al IV secolo, le vicine valli del Liri e dell'Imele-Salto acquistano un ruolo importante nel processo di diffusione delle genti safine nel Lazio e delle loro guerre con gli Etruschi, Latini e Romani per il possesso delle fertili terre laziali. La prima presenza safina nel Latium adiectum è quella ernica, probabilmente nata dalle migrazioni stagionali costanti (« veria sacra ») di genti fucensi della prima età del ferro che dovettero raggiungere le future terre erniche utilizzando i comodi valichi del settore sud-ovest della Valle Roveto (Serra S. Antonio, Morino, Rendinara ecc.). Questi « veria sacra » della prima età del ferro, legati alla mobilità sociale geografica italica, non erano naturalmente spostamenti di masse di genti, ma, probabilmente, di piccoli gruppi di lavoratori stagionali, artigiani o di guerrieri safini che si inoltravano nel Lazio sia per la possibilità d'assunzione nei lavori agricoli ed artigianali, sia a scopo d'iniziale mercenariato al servizio dei re laziali. La loro presenza nel Lazio già nel pieno VII secolo è indiziata dalla presenza di un disco-corazza in lamina di bronzo con decorazione geometrica di produzione fucense rinvenuto nella campagna fra Anagni e Ferentino (Grossi in Papi 1990, 84, A 17), mentre oggetti metallici e vasellame di produzione safina di VII-VI secolo sono presenti in una stipe votiva d'Anagni, scavata recentemente (Gatti 1993, 61-62). I contatti fra il mondo ernico è Roma sono documentati gia dal VII secolo a.C. con il loro appoggio al re romano Tullio Ostilio durante la sua guerra con Albalonga: un anagnino, Laevus Cispius, avrebbe difeso la città sulla parte del colle Esquilino che avrebbe poi preso il suo nome (il Cispio). Lo stesso nome degli Ernici sarebbe derivato da una parola safina (poi marsa) herna, che in latino significava saxa (Virgilio, Aen., VII, 684; Silio Italico, IV, 226-277). Da una notizia contenuta negli Scoli Veronesi a Virgilio, sappiamo che nella più grande città ernica, Anagnia, abitavano dei « Marsorum coloni » (Schol. Verg. Veron., Aen., VII, 684). Dal V secolo gli Ernici costituirono uno stato federale, il nomen Hernicum, che comprendeva il Capitulum Hernicum (l'attuale Piglio) con Anagni, Alatri, Ferentino, Affile e Veroli e centro politico-religioso di riunione presso Anagni nel luogo detto dalle fonti « circus quem maritimum vocant » (Livio, IX, 42, 11). Nei secoli successivi il legame del nomen Hernicum con il mondo safino fucense è testimoniato dalle fonti storiche antiche, soprattutto per il IV secolo, periodo di massimo conflitto fra Roma, gli Ernici e Marsi (Letta 1972, 84). È, quindi, già dalla prima età del ferro, probabilmente sul finire dell'VIII secolo a.C., che gruppi di genti fucensi del bacino lacustre e Piani Palentini si spinsero verso il Lazio dal Passo di Serra S. Antonio per Filettino, Trevi (l'antica città equa di Treba) e l'Altopiano di Arcinazzo creando il loro principale caposaldo a Piglio, il Capitulum Hernicum ricordato dalle fonti, da cui iniziarono la lenta conquista dei centri laziali delle colline dell'alta Valle del Sacco (Gatti 1993, 61). Probabilmente, già a partire del VII secolo, l'alta valle del Liri con l'area sorana ed atinate, come dimostrato dalla Fortini, sono interessate dalla presenza del commercio etrusco indirizzato all'acquisizione del minerale ferroso presente sui monti marsicani (Fortini 1988, 51-63). L'esistenza di materiale ferroso è documentata nella Valle Roveto a Cappadocia, Morino, Collelongo-Morrea, sui monti sopra Civita d'Antino e su Monte Cimarani di Avezzano il cui “ocre” doveva essere uno dei più importanti centri metallurgici marsi(Grossi 1992, 33). Spinte di genti fucensi verso il Lazio settentrionale in direzione del Reatino tramite il corso dell'Imele-Salto durante il VII secolo a.C., sono ora attestate dallo scavo del grande tumulo di Corvaro (Borgorose, RI) in un'area legata alla “cultura Laziale” ancora nella prima età del Ferro, vista la presenza di sepolture “ad incinerazione” e vasellame ceramico nelle tombe, come nel caso della tomba 8 e nei vasi ad impasto del tumulo centrale (Alvino: 1985, 104-105; 1991, 279). L'arrivo delle prime genti fucensi nell'area cicolana è documentato sul finire dell'VIII ed inizi del VII secolo da un disco-corazza in lamina di bronzo a decorazione geometrica dall'area del tumulo di Corvaro (Grossi in Papi 1991, A18, 84-85, tav. XXVIII) e da un altro di Fiamignano (RI) a decorazione geometrico-orientalizzante della fine del VII secolo a.C. (Papi 1991, fig. 89, 66-67, 108). La piena occupazione dell'area da parte di genti a “cultura fucense” avvenne durante la metà del VII secolo a.C. con numerose tombe ad inumazione racchiuse da un raffinato circolo di lastre calcaree coronate da sfingi e chimere, sepolture aventi solo materiali metallici, prevalentemente armi di ferro, stole con placche di bronzo, fibule e solo vasellame di bronzo (bacili ad orlo perlato) legato al consumo della carne (Grossi 1990a, 250). Queste genti, ricordate in epoca storica col nome di Aequi, si spinsero quindi a partire dall'VIII secolo dai Piani Palentini verso la valle dell'Imele, la valle del Turano (Carseolano) e la valle dell'Aniene raggiungendo nella seconda metà del VI secolo a.C. le vicinanze di Roma sui Colli Albani, nello sbocco tiburtino e reatino. La tradizione romana ricorda il fondamentale apporto di questo gruppo safino nella istituzione della « legge feciale » durante il regno di Anco Marzio, quarto re di Roma (Livio I, 32, 5). Da un anonimo scrittore latino di età imperiale (Iul. Paris, Epitone de praen., 1) conosciamo il nome dei primi due re equi. Il primo fu Settimio Modio, mentre il secondo, Fertore Resio, fu il primo ad istituire la legge feciale: « Ab Aequiculis Septumiun Medium primum eorum regem, postea Fertorem Resium qui primis jus fetiale insituit ». Questo consistente apporto equo alla formazione di una legge legata alla dichiarazione di guerra, è prova ulteriore della spinta dei gruppi safini fucensi in direzione di Roma durante il corso della seconda età del Ferro e dei conseguenti successivi conflitti che vedranno Roma contro Equi, Volsci ed Ernici nel corso del V e IV secolo a.C. (Grossi 1990a, 318-322). Nel VI secolo la spinta delle genti fucensi verso il Lazio, come abbiamo già visto, diventa più consistente con la creazione degli stati dei Volsci e degli Equi. Non siamo più di fronte all'arrivo nel Lazio di lavoratori stagionali, artigiani e piccoli gruppi armati di mercenari, ma, probabilmente, di consistenti compagini militari guidati da principi (« nerf ») e tesi ad una vera e propria azione di conquista militare della fertile pianura laziale. Genti fucensi dotate di un notevole potere offensivo, maturato con le guerre locali e con la pratica del mercenariato, pratica che fu veicolo di maturazione culturale e di conoscenza delle realtà urbane e socio-economiche presenti nel suolo laziale e campano. La presenza volsca nel Lazio è documentata già nella seconda metà del VI secolo con un'azione di conquista che li porterà sul Tirreno, ad Anzio, (Antium) e Suessa Pometia, sui colli Albani, sul finire del secolo. I Volsci, insieme agli Equi, diedero un duro colpo al commercio ed alla presenza etrusca nel Latium adiectum e favorirono la caduta della monarchia dei Tarquinii a Roma e, con i Latini, la fine della loro ingerenza nel Lazio (Grossi 1990a, 318). Non solo il Lazio fu interessato dalla presenza di mercenari di “cultura fucense”, ma anche l'area campana a partire dalla seconda età del ferro. Lo studio di un disco-corazza fucense a decorazione geometrico-orientalizzante di VII secolo a.C., proveniente dalla necropoli di Cuma e ora nella Collezione Stevens del Museo Archeologico di Napoli, costituisce un prezioso indizio di una precoce presenza di mercenari fucensi a Cuma. Esso, infatti: « potrebbe costituire un indizio della presenza in ambiente cumano di un guerriero di rango d'origine italica accolto ed in qualche modo integrato, anticipando già al VII secolo a.C. il fenomeno da tempo osservato di quelle “avanguardie italiche” che spostano notevolmente indietro nel tempo il dinamismo e la mobilità di queste genti.» (Papi 1996, fig. 6, 98-100). Anche una notizia che ci viene da Dionisio d'Alicarnasso (7, 3, 1), riguardo alla partecipazione di « molti (…) degli altri barbari » che si unirono ad Etruschi, Dauni ed Umbri nella guerra contro Cuma del 524, potrebbe nascondere la partecipazione di mercenari safini a fianco degli Etruschi nell'ambito della prima metà del VI secolo a.C. (Firpo 1991, 92). Sul finire del VI secolo a.C. ed inizi del successivo, in ambiti geografici e culturali omogenei, a causa d'accordi o ampliamenti territoriali dovuti a conquiste militari, nascono i numerosi stati oligarchici repubblicani storici (i nomina safini) come quelli dei Marsi ed Aequi. Stati federali composti di tante toutas (“comunità” = civitas in Latino), corrispondenti a numerosi centri fortificati non più dominati dalle figure dei re, ma da magistrati pubblici supremi (meddices tudici) scelti fra i maggiorenti italici locali (nerf = “principi”) (Letta 1994a). Magistrati eponimi che duravano in carica un solo anno ed erano eletti dall'assemblea dell'ocris. Come per gli Ernici, la sede federale era il santuario nazionale del nomen: non sappiamo quello degli Equi, ma per i Marsi si può pensare al santuario d'Angitia posto nell'interno della città marsa di Anxa (Luco dei Marsi). In caso di conflitti con i popoli vicini, l'assemblea del nomen italico sceglieva fra i suoi membri un condottiero, l'embratur, che doveva, come per il “dittatore” romano, condurre le operazioni belliche dello stato federale. Dalla stessa assemblea erano svolti i trattati politici e commerciali del nomen federale, mentre dai singoli ocres gruppi di giovani armati, verreia, a primavera partivano come truppe mercenarie, guidati da un magistrato (meddix) della touto, verso i teatri bellici del Mediterraneo. Nell'ambito dei confini settentrionali dello stato dei Marsi era inserito il territorio di Avezzano: le montagne della catena di Salviano (ex “Castelluccio”), Monte Aria (ex “Monte Arrio”), Cimarani (ex “Montagna Grande”), Monte S. Felice sopra Cappelle, Peschio Cervaro e Monte Uomo sopra Paterno, erano probabilmente in mano marsa, mentre la collina di Albe con Antrosano e Cappelle era in mano equa; il confine doveva quindi essere costituito dal piano di Cesolino e il medievale Rivo Foraneo, l'attuale fossato di Valle Solecara che scende da Forme e Capo La Maina. Ma la presenza marsa doveva spingersi sui Piani Palentini fino a Corcumello e nell'alta Valle del Liri, la Valle di Nerfa, fino al diaframma di Cappadocia e Petrella Liri che separa le sorgenti del Liri da quelle dell'Imele. L'indizio di questa avanzata presenza marsa nella parte terminale dell'alta valle del Liri, Valle di Nerfa, è documentato dagli avvenimenti legati ai conflitti fra Roma ed i Marsi sul finire del IV secolo: infatti, i Marsi ostacolarono agli inizi del 302 a.C. il tentativo romano di istituire con l'invio nell'area di 4000 coloni, una nuova colonia romana, Carseoli, nell'alta valle del Turano (Livio, X, 3, 2). Questo intervento armato dimostra una presenza marsa su questo settore interessato, per problemi di sbocco socio-economico, alla piana carseolana e valle dell'Aniene. Superato il Monte Arunzo, sui Piani Palentini, il confine fra i Marsi ed Equi doveva correre fra S. Sebastiano e Scurcola-Cappelle con gli Equi a nord-ovest ed il Marsi a sud-est del corso dell'Imele con i centri fortificati di Monte S. Felice, Cimarani e Rotella di Collalto. Il permanere degli insediamenti fortificati anche nel sistema repubblicano safino documenta il reale stato di conflitto fra Marsi ed Equi per la definizione degli spazi territoriali delle due comunità, soprattutto sulle linee di confine (Grossi: 1990b, 88; 1994, 10). Con il V secolo a.C. abbiamo i primi consistenti scontri fra le genti safine laziali, di originaria provenienza fucense, e le truppe romane sull'imbocco sorano dell'alta valle del Liri. Nell'ambito delle guerre fra Roma ed i Volsci, sul finire del V secolo a.C., s'inserisce la prima citazione del lago Fucino e di un centro fortificato volsco, certamente di grosse dimensioni, posto « presso » il lago e conquistato nel 408 a.C. dal dittatore romano Publio Cornelio: « Bellum haud memorabile fuit. Uno atque eo facili proelio caesi ad Antium hostes; victor exercitus depopulatus Volscorum agrum. Castellum ad lacum Fucinum ui expugnatum, atque in eo tria milia hominum capta, ceteris Volscis intra moenia compulsis nec defendentibus agros.»; trad. ital. = « Non fu una guerra degna di nota. I nemici furono disfatti presso Anzio in una sola battaglia, e per giunta facile; l'esercito vittorioso saccheggiò il territorio dei Volsci. Fu espugnato a forza un castello presso il lago Fucino, e vi si fecero prigionieri tremila uomini, mentre gli altri Volsci furono ricacciati entro le mura - delle loro città -, senza che difendessero le campagne » (Livio, IV, 57, 7). Il passo liviano è stato interpretato diverse volte con ubicazione del « Castellum ad lacum Fucinum » a Civita d'Antino, Civitella Roveto, Luco dei Marsi, Trasacco, sul colle d'Albe (Letta 1972, 30-33) ed anche a Capistrello. In realtà, date le nuove conoscenze sul territorio dei Volsci, si può tentare una diversa localizzazione del castello volsco. Escludendo del tutto le ipotesi sull'appartenenza del centro fortificato al territorio dei Marsi, perché non interessati al conflitto del 408 a.C., si può riconoscerne l'ubicazione nell'interno della Vallis Sorana, sul sito della città volsca di Sora e successiva sede coloniale romana. È da escludere anche l'ipotesi del Letta (e dello scrivente), formulata in passato e tesa a collocare il centro in territorio equo fucense, sul colle della futura Alba Fucens, in base all'osservazione sui conflitti fra Roma ed Equi nello stesso anno. Rimarrebbe difficile spiegare una presenza romana così interna sul settore fucense sul finire del V secolo, mentre sappiamo che solo verso la seconda metà del secolo successivo Roma riuscì ad avere la meglio sugli Aequi fucensi. Appare, quindi, più coerente la posizione del centro fortificato nel territorio volsco sorano, confinante, sull'alta valle del Liri, con quello marso e naturalmente definito, nell'indicazione geografica antica, « presso il lago Fucino »: non a caso a metà del secolo successivo, nel 345, i Romani creeranno un caposaldo romano-latino proprio sull'acropoli di Sora (Grossi 1990a, 317-318). Al termine del IV secolo a.C., l'alta valle del Liri acquista una notevole importanza nell'ambito della conquista romana del territorio equo fucense e di parte di quello marso. Liquidati definitivamente i Volsci nel 338 a.C., Roma si trova ad affrontare le popolazioni safine interne, soprattutto Pentri e Marsi presenti nell'alta e media valle del Liri sulle vecchie posizioni volsche. La prima notizia di una presenza militare marsa nell'alta valle del Liri è del 308 a.C., anno in cui il console romano Quinto Fabio, dopo aver preso nella Campania sannita Nuceria Alfaterna, sconfisse un esercito di Pentri, Marsi e Peligni (probabilmente sul settore sorano all'imbocco dell'alto Liri) accorso a contrastare una possibile avanzata delle truppe romane nelle loro sedi storiche: « Cum Samnitibus acie dimicatum. Haud magno certamine hostes uicti; neque eius pugnae memoria tradita foret, ni Marsi eo primum proelio cum Romanis bellassent. Secuti Marsorum defectionem Paeligni eandem fortunam habuerunt.»; trad. ital. = « Coi Sanniti si combatté in campo aperto. I nemici furono vinti in una battaglia di non grande importanza; e non ce ne sarebbe stato tramandato il ricordo, se in quella battaglia non avessero combattuto per la prima volta contro i Romani, i Marsi. Ai Peligni, la cui ribellione aveva tenuto dietro a quella dei Marsi, toccò la stessa sorte. » (Livio, IX, 41, 4). È questo il primo vero segnale di una penetrazione romana sul settore marso per la Valle Roveto, in direzione del Fucino. Un pericolo avvertito dai Marsi ed anche dai vicini Peligni, alleati con i Marsi e membri della “Lega Sabellica” in guerra con Roma. La stessa Sora volsca con il suo presidio militare romano, che controllava l'accesso al territorio dei Marsi, era stata presa dalle truppe sannite (= Pentri) nel 315 con la successiva riconquista romana nell'anno 312: nel 307 nuovamente Sora ricadde in mano sannita (Salmon 1985, 244, 247, 253-255). Dopo il 307 e fino alla conclusione delle operazioni belliche romane sul settore fucense, la valle fu luogo di conflitti dato il permanere del controllo marso-sannita sul settore sorano fino al 305, quando Sora fu ripresa dai Romani che due anni dopo, nel 303, vi fondarono una colonia latina di 4000 uomini. Successivamente non si hanno notizie precise su altri scontri, o prese di centri fortificati della valle e del settore fucense, ma probabilmente ci furono perché sono documentate altre azioni romane sul settore del Liri in direzione del Fucino fino al 294 a.C. (Salmon 1985, 281-283). Sul settore equo della Marsica l'avanzata romana si fa più incisiva dal 304 a.C. quando, con una campagna di soli 50 giorni, il console romano Publius Sempronius Sophus prese ben 31 oppida (= ocres) equi che furono, nella maggior parte, abbattuti ed incendiati: « nomenque Aequorum prope ad internecionem deletum. De Aequis triumphatum »; trad. ital. = « e il popolo degli Equi fu quasi completamente sterminato. Si celebrò il trionfo sugli Equi » (Livio, IX, 45, 17-18). Lo storico greco Diodoro Siculo, per la guerra romano-equa del 304 a.C., parla invece della presa di ben 41 centri fortificati equi (Diodoro, XX, 101). La sconfitta fu un salasso terribile per gli Equi del settore abruzzese con la presenza ormai costante di truppe romane nel cuore del proprio territorio e la creazione, da parte di Roma, della colonia militare di Alba Fucens nel 303 a.C. con l'invio di ben 6000 coloni a presidiarla: « L. Genucio Ser. Cornelius consulibus ab externis ferme bellis otium fuit. Soram atque Albam coloniae deductae. Albam in Aequos sex milia colonorum scripta: Sora agri Volsci fuerat sed possederant Samnites; eo quattuor milia hominum missa. »; trad. ital. = « L'anno in cui furono consoli Lucio Genucio e Servio Cornelio si ebbe in fatto di guerre esterne una tregua quasi generale. Si stanziarono colonie a Sora ed ad Alba. Ad Alba, nel territorio degli Equi, furono inviati seimila coloni: Sora faceva parte del territorio dei Volsci, ma era stata occupata da Sanniti; vi furono stanziati quattromila uomini » (Livio, X, 1, 3). Con l'arrivo dei coloni, l'ex territorio palentino degli Equi fu acquisito, come preda di guerra, dai coloni di Alba Fucens. La nuova fondazione coloniale romana nella sede originaria del loro territorio fu duramente avversata dagli Equi sopravvissuti che, nello stesso anno, tentarono disperatamente di riprendere il possesso delle colline albensi, ma furono respinti dai nuovi coloni romani. Questo disperato tentativo mise in serio allarme Roma che non si aspettava, dopo lo sterminio del 304 a.C., una nuova rivolta equa. Prontamente il senato romano nominò il dittatore Caio Giunio Bubulco che, insieme al maestro di cavalleria Marco Titinio, con una campagna di soli otto giorni, sul finire del 303 a.C., sottomise nuovamente gli Equi (Livio, X, 1, 7-9). La pericolosità della fondazione coloniale romana ai confini settentrionali del loro territorio fu avvertita dai Marsi che ostacolarono agli inizi del 302 a.C. il tentativo romano di istituire con l'invio nell'area di 4000 coloni, una nuova colonia romana, Carseoli, nell'alta valle del Turano (Livio, X, 3, 2). L'azione marsa d'occupazione armata del territorio coloniale carseolano sortì l'effetto desiderato, infatti, la reale e completa istituzione della colonia si ebbe solo nel 298 a.C. « Eodem anno Carseolos colonia in agrum Aequicolorum deduca. »; trad. ital. = « Lo stesso anno fu stanziata una colonia a Carseoli, nel territorio degli Equicoli. » (Livio, X, 13, 1). Lo scopo dell'occupazione marsa del territorio carseolano era quella di assicurarsi uno sbocco verso le valli del Turano ed Aniene, dal punto di vista degli uscite laziali del mercenariato e del commercio locale ed evitare così il completo accerchiamento territoriale, già in atto con le fondazioni coloniali di Sora a meridione, Alba a settentrione e la nuova prefettura di Atina ad oriente sull'alto Sangro. L'intervento armato in direzione di Carsoli dimostra, inoltre, in maniera chiara, l'effettiva presenza dei Marsi nella parte terminale dell'alta valle del Liri (la Valle di Nerfa) e sui monti posti a sud-ovest della stessa, sistemi montuaosi che erano chiaramente legati per problemi di sbocco all'area carseolana (Grossi 1980, 140). La resistenza equa e la nuova offensiva marsa, preoccuparono seriamente Roma che affidò ai dittatori M. Valerio Massimo e C. Giunio Bubulco la definitiva “pacificazione” del territorio equo ed il contenimento delle nuove offensive marse. Ad agevolare l'azione romana fu in quegli anni la creazione della via consolare Valeria, un prolungamento della Via Tiburtina destinato a collegare le nuove colonie con Roma, per opera dello stesso Valerio Massimo: Tito Livio (IX, 43, 25) ricorda, infatti, che nel 307 a.C. Valerio, insieme al collega Bubulco (censori nel 307), costruì delle « viae per agros publica inpensa factae ». Valerio Massimo nel corso del 302 a.C., dopo aver sloggiato i Marsi dal territorio carseolano si diresse rapidamente verso il Fucino dove conquisto tre città fortificate marse, tolse una parte del territorio ai Marsi e concesse agli stessi il trattato di pace con Roma: « Profectus dictator cum exercitu proemio uno Marsos fundit. Compultis deinde in urbes munitas, Mlioniam, Pestinam, Fresiliam intra dies paucos cepit et parte agri multatis Marsis foedus restituit. »; trad. ital. = « Il dittatore, mossosi con l'esercito, con una sola battaglia sbaragliò i Marsi. Li ricacciò quindi nelle loro città fortificate di Milionia, Plestinia e Fresilia, che entro pochi giorni conquistò, e, dopo aver condannato i Marsi a cedere una parte del loro territorio, rinnovò con loro il patto d'alleanza. » (Livio, X, 3, 5-6). L'identificazione dei centri marsi nella Valle del Giovenco (Plestinia a “Roccavecchia” di Pescina e Milionia a “Rivoli” d'Ortona dei Marsi) e, forse, nella Vallelonga (Fresilia a “Monte Annamunna” di Collelongo?), ci permette di riconoscere il teatro delle imprese di Valerio Massimo ed anche il tentativo dello stesso di controllare gli accessi fucensi al Sannio interno (Valico di Templo di Gioia dei Marsi e forse il Valico dell'Aceretta di Villavallelonga). La sconfitta marsa ebbe però conseguenze dirette sull'assetto territoriale marso con la perdita di parte del migliore territorio agrario (« parte agri multatis »), l'obbligo ad un oneroso trattato d'alleanza (« foedus ») come socii con l'obbligo di dare continuamente soldati a Roma in caso di guerra e la presenza di presidi militari romani nei centri fortificati conquistati ed anche in altri d'importanza strategica per le future azioni romane in direzione della definitiva conquista del Sannio interno. La parte dell'ager Marsorum originario tolta da Valerio Massimo nel 302 a.C. è da ricercare nei fertili terreni agrari del settore fucense, palentino e lirino. Il territorio fra il Rio La Foce di Celano e l'Incile d'Avezzano fu assegnato, insieme alla Valle di Nerfa ed il settore palentino marso, ad Alba Fucens. La parte iniziale della Valle Roveto con i suoi fertili campi di Balsorano e Roccavivi, con un confine ricercabile fra S. Giovanni, S. Vincenzo Valle Roveto e Rendinara, fu assegnato alla colonia di Sora: questa parte dell'alta valle del Liri era, infatti, ancora detta nell'altomedioevo « vallis Sorana » (Letta 1972, 85; Grossi 1980, 142-143). Una presenza militare romana nella vicina e strategica Val Roveto nel III secolo a.C., precisamente nell'ocris marso d'Antinum, è forse deducibile dalla menzione di un censore o “centurione” romano in una lamina votiva a Vesuna con iscrizione marso-latina (databile alla seconda metà del III secolo a.C.) ivi rinvenuta agli inizi del secolo XIX ed ora conservata nel Museo del Louvre a Parigi: pa.ui.pacuies.medis / uesune.dunom.ded / ca.cummios.cetur; in Latino = Pa(cius) (et) Vi(bius) Pacuvii meddix / Vesonae donum ded(it) / Ca(ius) Cominius censor (Vetter 1952, n. 223). Si tratta di una lamina infissa alla base di un donario dedicato alla dea marsa Vesuna dai magistrati superiori (meddices) della comunità atinate, alla presenza del censore Caio Cominio. Un censore romano presente nella comunità alleata della città marsa in « una guarnigione temporanea in tempo di guerra o in missione speciale, legata ad esempio ad operazioni di censimento o di arruolamento nella comunità marsa, o a lavori stradali sulla direttrice Alba Fucens – Sora, o al pattugliamento della stessa strada contro il brigantaggio o altro ancora. A favore di questa possibilità potrebbe deporre che, mentre il gentilizio dei medis è ben attestato tra i Marsi, quello del cetur non trova alcun riscontro e potrebbe essere quello di uno “straniero”.» (Letta 1991a, 318-326). La possibilità reale di questa presenza militare romana nelle ormai alleate toutas (« comunità ») dei centri fortificati marsi, è anche direttamente confermata dalla conquista sannita nel 295 a.C. dei marsi centri fortificati posti sui limiti del territorio marso, in direzione del Sannio e Valle Peligna. Non sarebbe comprensibile un attacco sannita su queste città marse in occasione della famosa battaglia di Sentino nelle Marche, se non nel tentativo di eliminarne i possibili presidi romani posti lungo il tragitto delle truppe sannite in partenza, verso gli scenari di guerra piceno-gallici. Infatti, è solo dopo la vittoria di Sentino, nel 294, che Roma invia nella Marsica un esercito guidato dal console Lucio Postunio, che, provenendo da Sora, per la Val Roveto, raggiunse i confini orientali dell'ager Marsorum e riconquistò con la forza, uccidendo 3200 Sanniti e facendone prigionieri 4700, l'importante città marsa di Milionia sulla Valle del Giovenco e il vicino centro fortificato di Feritrum (Livio, X, 34, 1-5), probabilmente riconoscibile sul colle di “La Giurlanda” di Pescina, posto a controllo della Forca Caruso (la medievale « Furca Ferrati ») in direzione del territorio peligno (Grossi 1990a, 332-333). Anche in quest'occasione, durante le ultime operazioni romane della conquista del territorio storico dei Sanniti, è evidente la funzione centrale e strategica di Sora, della Valle Roveto e dello sbocco Palentino. In quest'ottica va quindi vista la presenza di un censore romano ad Antinum, il maggiore centro fortificato marso della valle, ancora sul finire del III secolo a.C. (Grossi 1990a, 332). Quasi certamente gli abitanti marsi dei centri fortificati del territorio inserito nella nuova colonia albense, furono, probabilmente, dai nuovi magistrati della colonia romana costretti ad abbandonare le loro sedi fortificate e scendere in basso edificando nuovi villaggi non fortificati: infatti, gli ocres di Monte Salviano e S. Felice, come altri inseriti nell'Ager Albenses, mostrano una fase d'abbandono al termine del IV secolo a.C. con la mancanza delle classi ceramiche della ceramica acroma e del tipo a “vernice nera” di III-II secolo a.C. Con la fine delle « Guerre Sannitiche », l'area presa in esame, continua ad avere una notevole importanza strategica con la colonia di Alba Fucens posta nel crocevia di collegamento tra i territori dei Sanniti e dei loro vicini alleati, Umbri ed Etruschi. Questa importanza strategica contribuì anche ad un controllo commerciale dei sistemi viari diretti verso il sud della penisola con lo sviluppo economico delle ville poste nel territorio agrario coloniale. Furono questi gli sviluppi che crearono i presupposti per l'emissione monetale di Alba avutasi intorno al 270 a.C. fino al 263 circa, emissione creata più per motivo di prestigio che per necessità reali: « Va comunque precisato che la moneta nel III secolo a.C. non era, a differenza di oggi, certamente uno strumento indispensabile per gli scambi. L'ambiente italico e romano di questo periodo era ancora troppo intensamente legato al baratto per poter credere ad un uso della moneta quale intermediario sugli scambi. Vale la pena di pensare, invece, che l'emissione di moneta di questo periodo, soprattutto se caratterizzata da un numero veramente esiguo di pezzi in circolazione, come nel caso di Alba Fucens , possa rispondere piuttosto a motivazioni di prestigio, cosa che troverebbe immediato riscontro nella presenza del nome della città su tutti i nominali. Alba Fucens ha emesse una serie di piccole monete in argento composta da almeno tre diversi nominali. La presenza su tutti i valori del nome della città, ALBA, in caratteri dell'alfabeto latino, esclude ogni possibile dubbio di attribuzione. La tipologia utilizzata per i coni (testa di Hermes e di Atena, grifo alato, aquila retrospiciente e un delfino) sono evidentemente derivati dall'ambiente greco di Magna Grecia, così come il sistema ponderale sulla base del quale sono stati emessi i valori, probabilmente un di obolo, un obolo ed un semiobolo (rispettivamente del peso di g 1,26, g 0,62 e g 0,30). L'emissione di questa serie appartiene senza alcun dubbio al periodo della colonia, ma è da scartare l'ipotesi, già avanzata, che essa sia stata prodotta nei primi anni di vita della colonia stessa. È da credere piuttosto che l'emissione, di breve durata, debba aver interessato un periodo immediatamente successivo la sconfitta di Pirro (270 a.C.) per effetto di una apertura commerciale di Alba Fucens verso i mercati del Sud, del Sannio, dell'Apulia e della Campania. La tipologia, il sistema ponderale e i pur rari casi di rinvenimento ne sono una conferma. » (Catalli 1992, 14-15). I numerosi ritrovamenti monetali avvenuti nel centro storico di Avezzano durante lo sgombero delle macerie provocate dal terremoto del 1915, composti da ben 292 monetine d'argento di età repubblicana, fra cui alcune albensi (con Aquila che stringe i fulmini con scritta Alba e testa di guerriero con elmo – anni 270-263 a.C.) (Pagani 1968, 77-78), sono prova della vitalità economica della locale villa degli Avidii durante il III secolo a.C., in un periodo in cui, come abbiamo già visto, la colonia albense si aprì al commercio verso il sud della penisola italiana, in direzione dei mercati del Sannio, Campania ed Apulia. Nel finitimo territorio marso il fenomeno, già evidenziato, del mercenariato italico è ancora attivo: la vicina Valle Roveto, probabilmente, continua ancora per tutta la prima metà del III secolo, ad essere attraversata dai mercenari Marsi diretti in Campania e Lucania per essere reclutati dalle potenze del Mediterraneo (Greci e Cartaginesi). Questi temibili guerrieri (« figli di Marte ») lasciano le loro tracce dal V al III secolo a.C. nei santuari fucensi, palentini e lirini, attestate da bronzetti di Marte ed Ercole loro numi tutelari e dalla monetazione in argento e bronzo delle città campane, della Magna Grecia, greche, sicule e puniche (Grossi 1990a, 288-292). Solo dal trattato romano-cartaginese del 241 a.C., al termine della II guerra punica, che proibì ai Cartaginesi di arruolare mercenari in Italia, la mobilità sociale geografica italica, rappresentata dalla pratica del mercenariato, venne meno con la conseguenza di costringere i socii marsi al solo servizio militare a favore di Roma che « sembra in sostanza adempiere la stessa funzione demografica ed economica in precedenza assolata dal mercenariato e dalle altre attività predatorie tradizionali. » (Tagliamonte 1994, 220). I materiali votivi, bronzetti di Ercole e monete, sono, come già affermato, legati al mondo del mercenariato e della mobilità sociale geografica dell'area. I bronzi di Ercole, databili fra il V e II secolo a.C., sono attestati nei santuari marsi, equi e nel territorio avezzanese a Scalzagallo con iscrizione votiva a S. Nicola. Essi erano le divinità tutelari delle spedizioni militari del mercenariato safino, come già dimostrato, e successivamente dei militari italici e coloniali al servizio di Roma. La loro diffusione sulla direttrice Fucino e Liri comprende, oltre i Piani Palentini e la valle Roveto, anche la media valle del Liri con esemplari ad Alvito e Atina ed oltre fino a Cassino (Fortini 1988, 257-260). Era questo l'itinerario principale percorso dalle bande mercenarie dirette in Campania ed oltre. Questa strada “lirina”, detta nel medioevo « via antiqua quod dicitur Marsicana », dovette costituire il percorso più importante che dalla Campania portava nell'alta valle del Liri e attraverso i Piani Palentini, nel Fucino. Tramite essa dovette arrivare nella Marsica ed Abruzzo interno, la monetazione greca e campana di IV-III secolo acquisita dai mercenari come pagamento dei loro servizi. Questa monetazione è documentata nel territorio avezzanese: un obolo d'argento di Phistelia del IV secolo a.C. ed una semuncia della serie prorata (Mercurio / prora con scritta Roma) dal santuario della Grotta di Ciccio Felice; due monete d'argento di Neapolis della fine del III secolo a.C. dal santuario di Scalzagallo, oltre naturalmente da diverse monetine d'argento della zecca albense rinvenute nel centro storico di Avezzano, ma legate all'uso dei locali possessores albensi. La via del mercenariato marso ed equo verso la Magna Grecia, in precedenza citata, è quella che, partendo da Cassino, per Atina e Sora, raggiunge la Valle Roveto passando sul versante orientale della valle (non sul fondovalle, ma a mezzacosta), collegando Balsorano Vecchio, S. Giovanni e S. Vincenzo Valle Roveto superiore, Morrea, Civita d'Antino, la località Casale di Civitella Roveto, Capistrello, Piani Palentini ed il Fucino. Non a caso lungo questo tragitto sono situati fana (santuari), vici ed Antinum oltre, naturalmente, necropoli. Non va confusa questa strada con l'altra di fondovalle, fatta realizzare da Traiano nel 100 d.C. per collegare rapidamente Alba Fucens con Sora e Frusino (l'attuale Frosinone), ancora ben visibile sotto Capistrello e Pescocanale con la sue tagliate nella roccia (Grossi 1992). Nella nuova realtà coloniale albense degli inizi del III secolo a.C., i centri fortificati marsi descritti sono ormai abbandonati ed i loro ambiti comunitari si trovano inseriti nel nuovo territorio della colonia di Alba Fucens (« Ager Albenses »): i Piani Palentini con Corcumello, la catena montuosa del Salviano (dal Monte S. Felice di Cappelle ai “Tritermini” di Capistrello-Luco dei Marsi), la Valle di Nerfa (da Cappadocia al Fosso della Rianza di Pescocanale) con Capistrello, il piano fra Avezzano ed il Rio La Foce di Celano, sono ormai parte integrante del territorio albense. Ai Marsi rimane solo, il territorio lirino posto a meridione del Fosso di Rianza di Pescocanale (da Pescocanale a S. Vincenzo Valle Roveto), il territorio oltre l'Incile verso Luco dei Marsi e quello oltre il Rio La Foce di Celano in direzione di Aielli. Gli abitanti italici, marsi ed equi, degli insediamenti presenti nel nuovo territorio di Alba Fucens, sono ormai parte integrante della componente umana coloniale e, con i coloni romani, inseriti nella tribù Fabia. D'ora in poi sulle lastre tombali delle numerose necropoli palentine ed avezzanesi comparirà il nome della tribù Fabia, a segnalare l'appartenenza alla colonia romana. Le tribù romane, che prendevano il nome dalle famiglie patrizie dell'Urbe (la Fabia era legata alla gens Fabia), costituivano in quel periodo « le unità amministrative per il censo, la tassazione e la leva militare, come pure per le assemblee della plebe. Comizio » (Diz.Lett.Cl.1997, 966). Con il III secolo a.C. la Valle Roveto, come in tutta la Marsica, cambia il suo aspetto insediamentale con la nascita di nuovi abitati collinari e di pianura non fortificati, i « vici »; villaggi di piccole e medie dimensioni che nel tempo soppiantano i centri fortificati nelle funzioni territoriali e che avranno lunga vita fino all'alto medioevo (Letta 1988c, 223-227). È questo il periodo in cui, nel territorio marso, si afferma una struttura insediamentale di tipo « oppido-vicano » con grandi centri fortificati distrettuali retti da magistrati pubblici, meddices, e numerosi villaggi dotati di veri e propri santuari interni o posti nelle vicinanze. Si sviluppano le arterie viarie con la creazione di vere e proprie strade (tagliate nella roccia o in terra battuta retta da muretti) delimitate da necropoli longitudinali di tombe a cassone di pietra, a grotticella con stele-chiusino a forma di porta ed a cappuccina di tegole nei territori coloniali (Grossi: 1988, 111-112; 1991, 202-204). I santuari si strutturano architettonicamente in forme monumentali, ad imitazione di quelli di area campana, con impianti: su pendii collinari e montani sistemati a terrazze degradanti, rette da raffinata opera poligonale, ed adattamenti sulla roccia; in pianura con porticati di contorno ed ambienti artigianali collegati. I templi sono: i più antichi, senza podio, ripetono la tipica pianta tripartita con vestibolo porticato sul davanti delle case gentilizie arcaiche; i più recenti, sono posti su alti podii modanati con colonne di calcare sulla fronte ed antistanti edifici teatrali. Sono gli stessi santuari, già presenti, anche se non in forme così monumentali, nel V-IV secolo, a costituire il punto di riferimento economico del territorio e di aggregazione dei nuovi vici. Ben diversa e la situazione dei santuari rurali, posti presso valichi e importanti vie di comunicazione. Essi svolgono la funzione di luoghi di sosta e rifugio sulle alte quote, mentre i più grandi a fondovalle sono preposti come luogo di mercato, di scambio con le comunità vicine, oltre ad essere punto di arrivo di pellegrinaggi se la fama dell'istituto cultuale superava l'ambito etnico su cui insisteva (Grossi 1992, 36-37). In tutti questi santuari continuano ad essere presenti gli ex-voto bronzei e la monetazione legata alla pratica del servizio militare a favore di Roma, pratica fondamentale per l'economia delle genti marse e coloniali. Sono sostanzialmente le entrate dei mercenari operanti in Magna Grecia e Sicilia, prima, e dei militari italici e coloniali al servizio di Roma, dopo, a fare la fortuna del santuario. A questi s'inseriscono gruppi familiari emergenti locali che, grazie ad amicizie fra le gentes di Roma, riescono ad entrare come mercatores (mercanti), nel commercio mediterraneo romano, soprattutto nel II secolo a.C. Sono solo loro a poter disporre di ingenti somme di denaro da utilizzare per l'acquisto in loco di terreno agrario o per abbellire il luogo sacro con nuovi apparati architettonici e donari. Gli stessi fenomeni avvengono nei territori delle colonie ad esclusione, forse, della sopravvivenza degli apparati difensivi arcaici in contrasto col carattere accentratore della colonia romana. Infatti, è la fortezza coloniale con le sue alte e raffinate mura, le sue truppe ed i suoi magistrati ad assolvere il compito amministrativo e difensivo dell'ager (territorio) albense e sorano. Con l'inserimento nel distretto coloniale romano, il territorio palentino- fucense si trasforma con la nascita di una nuova struttura insediamentale basata prevalentemente su vici (villaggi), fundi (fondi agricoli) caratterizzati da ville rustiche albensi e fana (santuari); il territorio agrario è ripartito in lotti regolari con la creazione di fossi di scolo e drenaggio, di tracciati viari primari e secondari costellati di necropoli. Riguardo a quanto già detto l'archeologo belga Mertens dice: « Non si può pensare all'insediamento di una colonia senza una preventiva sistemazione del territorio circostante; i confini dell'ager albenses coincidono probabilmente con una serie di ostacoli naturali, quali il massiccio del Velino a nord, il passo di Monte Bove ad ovest, l'alta valle del Liri a sud e il lago Fucino ad est. Alcuni cippi confinari scoperti nei pressi di Scanzano e di S. Anatolia e vicino all'emissario del Fucino potrebbero costituire degli utili punti di riferimento; la superficie della zona così circoscritta può essere valutata a 320 km2, ossia circa mille volte la superficie della città stessa. Tutto questo territorio non è soltanto solcato da strade ma anche diviso in lotti o particelle (centuriatio); secondo il liber coloniarum questa centuriazione sarebbe stata realizzata nel 149 d.C. probabilmente dopo il prosciugamento definitivo del lago Fucino; è tuttavia probabile che la lottizzazione sia più antica. L'orientamento delle parcelle, quadrate o rettangolari, si adatta al rilievo del terreno e riprende, con circa 8 gradi di differenza, l'orientamento degli assi della città. Le tracce della lottizzazione del territorio sono chiaramente visibili sulle foto aeree; sul terreno sono ancora riconoscibili nei Campi Palentini intorno a Cappelle e a sud est d'Avezzano. Questo tipo di realizzazione conferma l'importanza economica della zona di Alba, le cui culture cerealicole, frutticole e vinicole sono segnalate dalle fonti antiche; l'industria del legno doveva essere importante, così come la pesca sul lago Fucino, prima della sua bonifica; nelle zone di montagna si praticava la pastorizia » (Mertens 1981, 19-20). Uno studio recente della divisione agraria albense ha dimostrato che essa fu realizzata, nella sua prima fase, nei primi anni del III secolo a.C. con il sistema della strigatio, cioè per soli decumani (assi orientati a nord-est sud-ovest) con la divisione per limites paralleli, non tagliati da perpendicolari, distanti fra loro circa 425 metri (= 12 actus romani) (Chouquer 1987, 131-132; Van Wonterghem 1989, 35-36). Ebbene questa prima divisione agraria albense giunge a Capistrello comprendendo tutti i Piani Palentini sui limiti a sud-est, mentre è inesistente nell'alta valle del Liri dove la strettezza della stessa non permetteva una regolare divisione agraria. Maggiormente visibile rimane nel tratto fra Avezzano e Celano, dove gran parte della viabilità rurale riutilizza, quasi per intero, queste delimitazioni stradali della centuriatio albense. Per l'età repubblicana, dalla prima metà del III fino agli inizi del I secolo a.C., le testimonianze archeologiche sono presenti nella località S. Nicola, Ciccio Felice e Scalzagallo. Un santuario di Hercole era nel luogo della chiesa di S. Nicola lungo la strada antica che da Alba Fucens portava ad Anxa attraversando il vicus di S. Maria e S. Lorenzo in Vico, come attestato da una base votiva decorata in alto da un piccolo fregio dorico, ora conservata nel Museo Lapidario Comunale, ma proveniente dalla chiesa di S. Nicola di Avezzano (CIL IX, n. 3907; Catalli 1998, n. 1): Herculei.d(onum) [d(ederunt)] / milites.africa[ni] / [C]aecilianis. / mag(ister).curavit / C(aius).Saltorius. C(aii).f(ilius). = trad. ital. « Ad Ercole diedero in dono i soldati africani (provenienti) dai Castra Cecilia. Caio Saltorio, figlio di Caio, magistrato curò (che fosse fatto).»; « L'iscrizione ricorda il dono fatto ad Ercole, divinità particolarmente venerata in terra italica, da soldati africani provenienti dagli accampamenti Cecilia. I militari erano organizzati in collegia capeggiati da un responsabile, il magister, che ha provveduto alla regolare esecuzione del dono votivo. È stato ipotizzato che il riferimento ai Castra Cecilia sia da ricollegare con i soldati al seguito di Cecilio Metello impegnati nella guerra (109-108 a.C.) contro Giugurta, re di Numidia. Gli stessi soldati avrebbero avuto in dono terre nella zona albense. Da notare Caecilianis certamente un nominativo plurale arcaico e il cognome del magister Saltorius, estraneo alla regione.» (Catalli 1998, cit.). Il santuario era probabilmente relativo al vicus (Arrium?) posto nelle vicinanze dell'Emissario, sotto il centro fortificato di “Castelluccio” del Monte Salviano. Altre aree cultuali sono, la Grotta di Ciccio Felice di tradizione italica e il santuarietto italico-romano di Scalzagallo con i suoi votivi italici ed albensi. Della prima area cultuale abbiamo già parlato in precedenza, in relazione al suo legame con una divinità della fecondità locale e di un possibile rito dell'uncubatio. La fase monumentale dell'età del ferro, costituita dalle sei mensae ricavate sul piano roccioso, viene in età repubblicana affiancata da un muro di terrazzamento in opera poligonale di III maniera posto all'imbocco della caverna e su cui si elevava un prospetto architettonico ornato di colonne e frontone. L'ipotesi di un rito di “incubazione” espressa dal Radmilli è affascinante ed è probabilmente confermata da indizi successivi come il rito “lattario” attestato nel Rinascimento nella vicina chiesa del S. Padre, ricavata nella Discenderia Maggiore dell'Emissario romano del Fucino, antro sacro dove le donne marsicane raccoglievano oggetti immersi in una pozza d'acqua sorgiva allo scopo di aver abbondante flusso di latte (Phoebonius 1668, II, 92). L'esistenza di una sorgente nella stanza interna con pozze sottostanti cosparse di frammenti ceramici e l'abbondanza di ex-voto, riferibili a falli, uteri e seni, potrebbe confermare l'origine del rito proprio in questo santuario che secondo la Terrosi Zanco potrebbe essere connesso con il culto di Angizia (Terrosi Zanco 1966, 289-290), ma più probabilmente alla stessa associata alla sorella Vesuna dai caratteri più propriamente ceriali e quindi connessi con la sfera della fecondità. Gli ex-voto fittili analizzati dalla Zanco ed altri presenti nel musei di Chieti ed Avezzano, sono databili al III-I secolo a.C. fino agli inizi del I secolo d.C. con statuette panneggiate, teste velate femminili e maschili, molte mascherine funerarie rettangole con raffigurazione di volto umano, piedi, mani, bambini avvolti in fasce, falli, uteri, seni, vasetti miniaturistici ad impasto ed a vernice nera, balsamari in vetro, pesi da telaio, fusaiole, una moneta argentea di Phistelia del termine del IV secolo a.C. ed altra, una semuncia di bronzo della serie prorata del 197-187 a.C. con testa di Mercurio e Prora di nave con scritta Roma (Terrosi Zanco 1966, 274-284; Inv.Mus.Avezzano, nn. 2-4, 9, 15-18, 36-38, 45-56). Fra l'altro la sovrapposizione medievale del culto di S. Felice, documenta questo aspetto legato alla fertilità umana: S. Felice, Papa dal 269 al 274, era onorato nel medioevo il 30 maggio nel mese della fertilità ed il cui nome Felice e legato ai termini: fertile, fecondo e nutriente (Pierrard 1990, 85-86). Altro importante santuario del territorio albense è quello di Scalzagallo o “Cretara”(ex Perracle o Perrate) nell'odierno quartiere residenziale di Avezzano. I ritrovamenti avvennero negli anni '70 del Novecento, durante la realizzazione della villetta dell'artista avezzanese Pasquale Di Fabio in via dei Tulipani, a quota 718. Non abbiamo la descrizione dei resti, ma solo materiali di III-II secolo a.C. riferibili a: coppe a vernice nera e patere dell'atelier des petites estampilles, (285- 265 a.C.); olpay globulari acrome; olle acrome dotate di tre piedini troncoconici di base con coperchio dotato di presa a rocchetto; un bel frammento fittile dipinto di elemento coroplastico templare con decorazioni a palmette, toro e gola; pochi frammenti di ex-voto anatomici ed animali ed un fondo di coppetta appositamente bucherellato (Grossi 1989b, n.12, 43 nota 18). Dalla stessa area, da villette adiacenti, sono stati trovati in passato due bronzetti di Ercole combattente di fine IV ed inizi del III secolo a.C. oltre a due monete d'argento di Neapolis della fine del III secolo a.C. Dall'insieme dei materiali, è chiaro il rapporto dell'area cultuale, posta lungo un decumano della centuriazione, con le genti italiche locali ed i coloni albensi con i loro vicini insediamenti rurali. Nonostante questa ricchezza delle aree cultuali, serie difficoltà si prospettavano per gli Albensi sul finire del III secolo a.C., dopo il florido e pacifico esordio coloniale di gran parte del secolo; nel 211 quando Annibale si avvicinò a Roma, duemila cittadini albensi armati giunsero a Roma per difenderla dal probabile attacco punico (Appiano, Guerra Annibalica, 39). Due anni più tardi l'atteggiamento favorevole all'Urbe cambiò, forse perché spossati dalla dura guerra, gli Albensi rifiutarono, come altre città alleate, di mandare ulteriori aiuti a Roma (Livio, XXVII, 9); rifiuto giudicato da Roma come ribellione e quindi fonte di un duro intervento romano verso la colonia (Livio, XXIX, 15). Il secolo successivo vede la colonia utilizzata dal senato romano come sede ideale per l'internamento dei sovrani e principi sconfitti da Roma. Vi furono, infatti, deportati Siface, re di Numidia (Livio, XXX, 17, 45), Perseo re di Macedonia (Polibio, XXXVII, 16) e Bituito re degli Arverni (Livio, Per., 61; Valerio Massimo, IX, 6, 5). Agli inizi del I secolo a.C., dal 91 all'88, l'area presa in esame fu sicuramente interessata dagli avvenimenti legati al « bellum Marsicum », l'ultimo epico scontro fra Roma e gli ex Safini, con le inevitabili conseguenze sulle strutture insediamentali. Sebbene l'ipotesi dello Squilla sulla localizzazione nella Valle Roveto del combattimento dell'11 giugno del 90 fra il console romano Rutilio Lupo e il comandante marso Vettio Scatone, non sia sostenibile (il luogo dello scontro è localizzabile nella valle del Turano), pur tuttavia la posizione geografica, fra Alba Fucens e Sora, dovette necessariamente dare luogo a combattimenti, soprattutto nel periodo in cui Roma cercò di liberare Alba assediata dai Marsi (Squilla 1966, 81-84). Le direttrici romane verso il Fucino in questa dolorosa guerra sociale, documentate dalla lettura critica delle fonti, dovettero essere quelle del Turano-Imele, Salto-Imele e quelle del Liri per Sora (Servio, Ad Aen., IX, 587). Alba Fucens, dalle prime fasi della guerra, era rimasta fedele a Roma rifiutando una partecipazione al fronte “marso” e per questo motivo fu ripetutamente attaccata dagli insorti italici (Livio, Per., 72); non abbiamo notizie sulla sua presa da parte delle truppe “marsiche” di Poppaedius Silo, quindi, rimase libera sino al termine del conflitto. Probabilmente nella vicina alta valle del Liri, o in quella del Turano, si svolse la prima sconfitta dei Marsi nel 90 a.C., per opera di Mario, data la citazione di « vigne » racchiuse da muri, muri abbastanza alti da offrire sicuro rifugio a Marsi e Marruccini (Appiano, civ., I, 46, 201-202). È molto probabile invece che la Valle Roveto sia stata utilizzata nelle operazioni conclusive della conquista romana del settore fucense della fine dell'89 a.C., quando i Marsi si arresero ai legati di Strabone, Lucio Murena e Quinto Cecilio Metello. Ritrovamenti legati alle azioni belliche di questo periodo, sono i numerosi missili di piombo per fionda rinvenuti nell'interno dei centri fortificati di Monte Cimarani e S. Felice, utilizzati dai frombolieri italici e romani durante gli assedi (Grossi 1990b, 70-71; Grossi 1992, 42 nota 52). A questi avvenimenti della Guerra Sociale legati al possesso del territorio albense e da riferire il ritrovamento di un tesoretto monetale rinvenuto ad Avezzano dentro un muro antico, dopo il terremoto del 1915, durante lo sgombero delle macerie in Via Aloysi, a circa trecento metri dalla chiesa di S. Bartolomeo; consisteva in monete d'argento d'età repubblicana il cui conio più recente giungeva fino al 90 a.C. (Pagani 1968, 77-78). Si potrebbe collegare questo occultamento monetale alla presenza nella stessa Via Aloysi della parte centrale della villa degli Avidii nell'interno del loro fundus attestato successivamente nell'area. Altri avvenimenti drammatici segnano la prima metà del I secolo a.C. nell'area avezzanese con i costanti conflitti delle Guerre Civili fra Mario e Silla (87-82 a.C.), fra Cesare e Pompeo e fra Ottaviano e Antonio. Gli Albensi parteggiarono apertamente per Mario e per la successiva dinastia giulio-claudia, provocando le ire e ritorsioni di Silla, Pompeo ed Antonio cui seguirono assalti, uccisioni, incendi e distruzioni degli edifici cittadini, delle ville sottostanti ed anche assegnazioni terriere ai veterani. Riguardo a quest'ultimo fenomeno, si ricorda l'assegnazione di parte del territorio albense, per ritorsione verso i “mariani” albensi, ai veterani del comandante di Silla, Metello Pio, come attestato da un'iscrizione conservata nel Museo Lapidario di Avezzano (CIL IX, n. 3907; Catalli, 1992, 16). Con la fine della Guerra Sociale, intorno alla metà del I secolo a.C., la romanizzazione del finitimo mondo marso sarà completa con la nascita dei municipia e le relative divisioni territoriali che ricalcheranno i confini fra i Marsi e le colonie romane dell'area. I cittadini fucensi e palentini continueranno a servire Roma anche come componenti del Senato romano, ma soprattutto a partecipare numerosi alle campagne militari come testimoniato dai numerosi fregi militari ed iscrizioni che attestano le fortune dei locali nei quadri dell'esercito imperiale: caso rappresentativo è quello dell'albense Quinto Naevio Cordo Sutorio Macrone che, sotto Tiberio, raggiunse la massima carica militare dell'epoca, quella di prefetto dei vigili e del pretorio di Roma, come documentato dalle due grandi iscrizioni poste sulla facciata dell'ingresso all'anfiteatro di Alba Fucens, struttura di spettacolo da lui regalata, per testamento, ai suoi concittadini: Q.Naevius.Q.f.Cordus.Sutorius.Macro / praefectus.vigilum. praefectus.pretori / T. Caesaris.Augusti.testamento.dedit (Mertens 1981, 65). In età augustea il territorio di Avezzano si troverà inserito nella IV regione, Sabina et Samnium, ed i suoi abitanti, già iscritti alla tribù Fabia, diventeranno tutti cittadini romani del nuovo municipium albense (Cicerone, Filippiche, III, 15, 9). I vicini Marsi ex socii di Roma, ormai liberi cittadini romani, iscritti alla tribù Sergia e parte della Regio IV come gli Albensi, si dividono in tre municipi (Marruvium – S. Benedetto dei Marsi, Anxa – Luco dei Marsi e Antinum – Civita d'Antino), pur mantenendo la titolatura etnica di Marsi. I nuovi municipia sono ora retti da quattro magistrati, i quattuorviri, che si dividevano in iure dicundo, amministratori politico-giudiziari, ed aediles legati ai problemi edili (strade, edifici, mercati, ecc.). Ogni cinque anni i quattuorviri superiori effettuavano anche il censimento, assumendo il titolo di quinquennales. Il limite meridionale territoriale del municipio albense con quello marso rimarrà segnato dal Colle Sforgiato a sud dell'Emissario romano dell'Incile come confermato da un cippo confinario del II secolo rinvenuto nelle vicinanze dell'opera idraulica romana. Esso, presente nella seconda metà dell'Ottocento nei granai del Torlonia, ma proveniente dall'area dei lavori per la costruzione dell'emissario moderno del Fucino, presentava la scritta sulla testata, sui lati della linea centrale, fpa[---] e mar[---] con la ricostruzione, proposta dal Mommsen, di f(ines) p(populi) A(lbensis) / Mar(sorum) (E.E., VIII, 176). Intorno alla prima metà del I secolo a.C. abbiamo le prime testimonianze di un fundus Avidianus in base all'iscrizione rinvenuta nell'interno dell'abitato di Avezzano in cui compaiono dei liberti degli Avidii di Alba Fucens: [D(is)] M(anibus).[S(acrum)] / [Ara]nius Pul[lo] / [et A]vidia Suc[ces] / [sa] Avidio Felici / [f]ilio pientissimo / qui vixit annos /XIII et meses VI / et dies VIIII / poserunt (CIL IX, n. 4024; Catalli 1998, n. 14); trad. ital. = « Sacro agli Dei Mani. Aranio Pullo e Avidia Successa posero (questo cippo) ad Avidio Felice figlio piissimo che visse 13 anni, 6 mesi e 9 giorni ». Un Avidio Successo fu quattuorviro iure dicundo ad Alba Fucens nel I secolo a.C., come testimoniato da un'ara funeraria trovata a Cese nell'Ottocento ed ora conservata nel Museo Lapidario Comunale di Avezzano: D(is).M(anibus). S(acrum) / L(ucio).Avidio L(ucii).F(ilio).Fab(ia tribu).Suc / cesso IIIIvir(o) iur(e).d(icundo). / ………… (CIL IX, n. 3933; Catalli 1998, n. 15); trad. ital. = « Sacro ai Dei Mani. A Lucio Avidio Successo, figlio di Lucio, della Tribù Fabia, quattuorviro iure dicundo [… …] ». Il vecchio centro storico di Avezzano era, quindi parte di un fondo agrario degli Avidii albensi, proprietà agricola probabilmente dotata di una villa ed il cui ricordo sopravvisse nell'alto medioevo con le chiese di S. Clemente, S. Salvatore e SS. Trinità. Al periodo successivo alla Guerra Sociale risalgono gli impianti delle importanti ville delle “Macerine romane” presso il casello autostradale di Avezzano, da cui proviene una testa di Apollo con capigliatura del tipo dell'Apollo Belvedere del Vaticano (Grossi 1989b, N. 12, 43 nota 19), della “Fonte Vecchia” di S. Pelino con i suoi resti monumentali e quella di Paterno, ed altre di cui conosciamo solo aree di fittili superficiali in corso di studio da parte di Herman Borghese e Carmine Malandra. La villa di età sillana della “Fonte Vecchia” di S. Pelino, già segnalata dal Febonio, è descritta dal De Nino: « Presso l'attuale paese di San Pelino a poca distanza da Massa, anticamente doveva esistere qualche pago considerevole, in relazione colla prossima Alba-Fucense. A Valle Folcara, a nord-est dell'abitato, e a nord-ovest di Peschio Cervaro, esistevano molti muri dell'età romana, che sono stati demoliti non ha guari. Nel mascone della fontana sotto San Pelino, c'è una lapide corrosa. Ora non si conoscono che quattro lettere ASSV (Esar / Bassus. ficid / virliscu = CIL IX, n. 3934). Ancora più sotto si ammira un muraglione a grandi massi poligoni, senza cemento, lungo m. 35,25 e seguito da muro a calce, di tempo posteriore, lungo m. 10,00. In una frana verso la metà di detto muraglione, si è scoperta una vasca di laterizi, con pietra forata sul fondo. Vi sono avanzi innumerevoli di anfore e d'altre specie di vasi. Andando più in basso, nella vigna Sciarretta, di proprietà dei sigg. Jacovitti, vedonsi altri avanzi di muri senza cemento, e poi muri a calce, inoltre frammenti di antefisse, di anse, di vasi aretini e campani. A certa distanza fu rinvenuto un sepolcro a mattoni murati, con dentro uno scheletro e una moneta d'argento che andò smarrita. Pare a me che quelle mura colossali, disposte quasi a scaglione, dovevano servire a mantenere il terreno scosceso, sul quale erano edificate le case del pago. La vasca succennata può anche indicare un bagno. Tutti questi avanzi non possono ridursi ad un solo edifizio, perché occupano una grande estensione di terreno a grandi pendenze. » (De Nino 1885, 484-485). Attualmente si vedono i resti grandiosi di una villa romana su terrazze con condotto di acquedotto visibile a monte della fontana con apertura su una bella parete in opera isodoma. Sotto la fonte è visibile un lungo muro di terrazzamento in opera cementizia, lungo 36 metri e conservato in elevato (per i primi 8 metri) per un'altezza di 4,40 metri con un interro alla base di circa 1,80 metri: sul basso è una raffinata cortina (alta 2,60 metri) di blocchi, modanati a gradino sui bordi, in opera poligonale di III maniera (spessi cm 40) in sei filari in elevato, sovrastata da un rivestimento di blocchetti di opera reticolata per un elevato di circa 1,80 metri. Sui versanti laterali si notano le risalite del terrazzo di circa 5 metri con muratura spessa cm 70. A 10,40 metri dall'angolo orientale si notano i resti di un muretto in opera incerta medievale spesso cm 40. Si tratta quindi di una grande villa romana di età sillana (metà del I secolo a.C.) dotata di ambiente termale interno e con il relativo territorio agrario sottostante (fundus Servilianus ?: Chron.Mon.Casin., II, 26, 215; II, 55, 273-274) (Grossi 1989b, n. 12, 43-44 nota 21). Altre ville di notevoli dimensioni sono quelle della vicina Paterno, che si sviluppano su terrazze nelle località “Panciano” e nell'interno dello stesso abitato moderno. Della prima abbiamo un muro di terrazzamento in opera poligonale, salti irregolari di terreno, un condotto su sorgente ed una vasta area di frammenti fittili a quota 702 lungo la strada campestre che unisce S. Pelino Vecchio con Paterno medievale (Grossi 1989b, N. 9-10, 26). Più bassa e collegata al percorso della Via Valeria, è la villa di Paterno, posta nel fundus Paternianus e di cui abbiamo attestazioni anche in età medievale con la curtis de Paterno e la sua chiesa di Sanctae Mariae in Paterniano. Qui nell'ottobre del 1971 « durante scavi per fondazioni di un edificio privato viene alla luce una piccola struttura termale con un ambiente pavimentato in cocciopesto, un altro provvisto di sospensurae, mentre in un terzo era visibile del praefurnium. » (Iaculli 1981, 208). A queste ville e relativi fundi sono da attribuire le necropoli presso S. Bartolomeo, Pineta lungo la “Via Albense”, Cerreto, Scalzagallo e Castello di Avezzano, testimoniate da ritrovamenti recenti ed iscrizioni: Due schiavi dal nome di Epoche e Inachus da “Scalzagallo” (“Not.Sc.” 1892, 169: Catalli 1998, n. 18); nella località “Cerreto” presso S. Maria di Loreto, un Lucio Salvius con i liberti Marco Marcio Euthyceti, Restituta e Giusta Marcia, quest'ultimi ex schiavi del nobile albense Marco Marcio Iusto che era stato veterano nell'esercito di Adriano, magistrato superiore, edile, curatore dell'Annona, dell'acquedotto di Alba Fucens e il cui fundus doveva essere nella stessa località (CIL IX, n. 3922; Catalli 1998, n. 26 e 28), infatti nella Cronaca Vulturnense è citato nell'anno 957 il luogo detto Marciano, posto nelle vicinanze di Vico « in locus qui vocatur Marcianu » (Chron.Vult., II, 285). Dall'area dell'attuale Cimitero e Vivaio della Forestale, i liberti dei Sestuleii, Ametissano, Plozia e Ametisto, della necropoli di Colle Sabulo a S. Maria in Vico (CIL IX, n. 4028; Catalli 1998, n. 44). Dalla chiesa di S. Bartolomeo: il liberto ed “ottimo cuoco” Halicius Marcio Fausto che rivestì la carica di seviro augustale e dentroforo nel municipio albense (CIL IX, n. 3938; Catalli 1998, n. 27); i liberti e coniugi Quinto Naevio Trophino e Marcia Augenda (CIL IX, n. 4015; Catalli 1998, n. 29). Dall'interno dell'abitato: dal muro di cinta del Castello Orsini-Colonna, la Salveia, figlia di Marco, (Orlandi 1967, n.7; Catalli 1998, n. 41); la Titucia, figlia di Manio, di Via Aloysi di Avezzano (CIL IX, n. 4036; Catalli 1998, n. 47) Dal vicino Caruscino, i “villici” dei Novii (Catalli 1998, n. 33). Conosciamo, inoltre, un Salvius Priscus, ma non abbiamo il luogo di rinvenimento (Museo 1989, n. 19; Catalli 1998, n. 75). Quindi nel territorio di Avezzano, in età imperiale romana, dovevano essere i fundi delle nobili famiglie albensi dei Marcii e Sestuleii (vicino Vico), degli Avidii, (nell'interno di Avezzano), dei Naevii e Titucii (fra Avezzano ed Antrosano) e dei Novii a Caruscino. Naturalmente dell'esistenza in loco di vere e proprie villae, riguardo ai nomina precedentemente citati, non abbiamo che diretta attestazione per i soli Marcii e Avidii di cui conosciamo la sopravvivenza toponomastica ancora in età altomedievale. Uno sviluppo degli insediamenti Palentini e del piano di Vico può essersi verificato durante i lavori di realizzazione dell'Emissario claudiano del Fucino del 52 d.C., lavori che portarono alla creazione: dell'“Acquedotto di Angizia” che portava le acque delle sorgenti lirine del Riosonno nei Piani Palentini e sul versante fucense; del nuovo tracciato stradale della via che metteva in comunicazione Alba con Sora e Frusino per opera di Traiano nel 100 d.C.; della definitiva centuriazione dell'ager Albenses nel II secolo. Nel 52 d.C. l'Imperatore Claudio portava a termine, oltre che il prolungamento della Via Valeria dal Fucino fino ad Ostia Aterni - Pescara - (la Claudia Valeria), il suo Emissario fucense che regolerà gli incostanti livelli lacustri con un parziale prosciugamento del Fucino, impresa idraulica che permetterà la coltivazione regolare delle terre emerse. Un lavoro colossale per l'epoca, probabilmente basato su un precedente progetto di Giulio Cesare (Svetonio, I, Iul., XLIV), voluto dall'imperatore romano, allo scopo di rendere coltivabile l'area intorno al lago e di rendere maggiormente navigabile il Liri (Dione Cassio, LX 11, 5; 33, 3-6). La durata dei lavori fu di ben 11 anni, dal 41 al 52 d.C., con l'impiego di 30.000 operai (Svetonio, V, Claud., XX-XXI, XXXII). Le difficoltà dell'impresa imperiale sono ben espresse da Plinio il Vecchio, l'unico testimone oculare dell'impresa, con l'accurata descrizione del traforo, dell'estrazione dei materiali di risulta dai pozzi con apposite macchine, la galleria scavata nella solida roccia nella quasi totale oscurità; cose che colpirono lo studioso romano che, a detta dello stesso « quae neque concipi animo nisi ab iis, qui videre, neque enarrari humano sermone possunt!», trad. ital. = « non possono essere concepite se non da chi le vide, né il linguaggio umano è capace di descriverle! » (Plinio, Nat. Hist., XXXVI, 15, 124). Nel 52 d.C., come abbiamo già detto, Claudio, con una naumachia (combattimento di navi) sulla testata dell'Incile, inaugurò l'opera che però deluse per la scarsa discesa delle acque dovuta probabilmente ad un crollo di una parte del condotto interno. Dopo alcuni mesi, avvenuta la riparazione al condotto interno, si svolse una seconda inaugurazione con lo svolgimento di giochi gladiatori, avvenimento turbato dal crollo delle opere di presa sul lago, probabilmente la diga della testata sull'Incile. Da recenti studi geologici e storico-archeologici dell'opera sappiamo che, dopo le necessarie attività di riparazione, l'Emissario entrò in funzione regolarmente permettendo di stabilizzare i livelli lacustri e rendere possibile una regolare coltivazione delle terre intorno al lago. Solo con Traiano, nel 114 d.C. ed i miglioramenti di Adriano che « Fucinum emisit », si ebbe il prosciugamento di gran parte del lago eccetto la depressione del Baciletto, fossa che rimase a testimoniare per tutta l'età antica l'esistenza del Fucino. Sui Piani Palentini, ora dotati di un acquedotto, sorsero ville rustiche ad economia agricola testimoniate da resti murari e necropoli poste sugli assi viari delle ripartizioni agricole. A controllo dell'Emissario fu addetto un distaccamento (Statio) di marinai (classiarii) della flotta pretoria di Ravenna (Letta 1991b, 501-507), mentre la cura era affidata a dei procuratori imperiali. Di quest'ultimi conosciamo Onesimo e Nobile, dei liberti imperiali incaricati di controllare il funzionamento dell'opera romana. Del primo sappiamo che eresse sulla testata dell'emissario all'Incile un piccolo tempio dedicato al culto della famiglia dei Cesari, ai Dei Lari ed al Fucino: Onesinus.Aug(usti).lib(ertus). / proc(urator). / fecit.imaginibus.et. / Laribus. cultoribus / Fucini (CIL IX, n. 3887). Del secondo conosciamo l'iscrizione funebre che era murata nell'altare della chiesa di Santo Padre in Penna del “Cunicolo maggiore” dell'Emissario: Nobilis.proc(urator) / Aug(usti) / hic.humatus. est., trad. ital. = « Nobile, procuratore dei Cesari (per l'Emissario) è qui sepolto » (CIL IX, n. 3886). L'emissario fucense è certamente da considerare una delle più grandi opere idrauliche del mondo antico con il suo canale di presa a cielo aperto rivestito di pali di legno, il suo Incile monumentale, il canale coperto scavato nelle rocce del Monte Salviano e sulle argille dei Piani Palentini per una lunghezza di km 5.653 e dotato di ben 40 pozzi verticali, 10 cunicoli inclinati (discenderie) e testata di sbocco monumentale sul corso del fiume Liri a Capistrello (Burri 1994, 234-261). Lo sbocco sul Liri è ancora ben visibile nella località “Pisciacotta” di Capistrello con il suo alto fornice e il sentiero dell'antica “Via Traiana”, o “Sorana”, sovrastante lo stesso con il suo ponticello legato sulla destra a scavalcare “il Fossato”. Sullo stesso lato, a destra, si nota una parete di roccia (regolarizzata con tagli artificiali) che, probabilmente, doveva in antico contenere un monumento celebrativo dell'impresa imperiale di Claudio (Messineo 1979, 158). Dell'impresa idraulica di Traiano sul Fucino abbiamo ad Avezzano una testimonianza diretta da un'iscrizione su base marmorea “ricavata” sotto l'altare maggiore della ricostruita chiesa collegiata di S. Bartolomeo di Avezzano, di cui abbiamo conoscenza a partire dal 1651. In essa vengono ricordati i lavori dall'imperatore per il miglioramento delle opere di prosciugamento del Fucino e per aver recuperato i terreni rioccupati dal lago dal cattivo funzionamento delle opere di presa: Imp. Caesari.Divi / Nervale.Fil.Nervale / Traiano.Optimo / Aug.Germanico / Dacico.Parthico / pont.max. trib. pot.XXI.im[p.XII] / cos.VI. patri. patriae / Senatus.Popolusq.Rom[anus] / ob. Reiciperatos. agros.et. possess [ores. reductos] / quos.lacus.Fucini.violen[tia.exturbarat] (Camarra 1651, 76; CIL IX, n. 3915); trad. ital. = « All'imperatore Cesare, figlio del Divo Nerva, Nerva Traiano Ottimo Augusto Germanico Dacico Partico, Pontefice Massimo, munito di tribunizia potestà per la XXI volta , [acclamato imperatore 12 volte,] console per la VI volta, Padre della Patria, il senato e il Popolo Romano (dedicò) per aver recuperato i campi e [aver ricondotto] i proprietari che la violenza del lago Fucino [aveva cacciato]». (Catalli 1998, n. 2). Non possiamo non immaginare che nei proprietari, possessores, di cui furono recuperati i campi invasi dalle acque fucensi, fossero appunto gli Avidii di Avezzano e i Marcii di Vico. Nel 149 d.C., come testimoniato dalle fonti, per opera degli agrimensori sotto la direzione del centurione Cecilio Saturnino, fu realizzata la definitiva centuriatio albense, comprensiva delle terre fucensi emerse dal prosciugamento definitivo romano sotto Traiano e Adriano, con l'introduzione degli assi perpendicolari, kardines (nord-ovest sud-est) e la creazione di una maglia regolare di quadrati di 425 metri di lato (Chouquer 1987, 131-132; Van Wonterghem 1989, 35-36). Interessanti sono le notizie riguardanti la nuova suddivisione agraria: « Item in mappa Albensium invenitur. Haec depalatio et determinatio facta ante d. VI id. oct. Per Cecilium Saturninum centurionem cohortis VII et XX, mensoribus intervenientibus, Scipione et Quinto Nonio Prisco consulibus. » (Liber Coloniarum, I, 244, 13-17), trad. ital. = « Analoghe indicazioni si trovano nel catasto Albense. Questa ripartizione e fissazione dei confini è stata compiuta il 10 ottobre, per opera di Cecilio Saturnino, centurione della VIIa coorte pretoria e della XXa coorte urbana, con l'intervento di agrimensori, durante il consolato di Scipione e di Quinto Nonio Prisco »; « Albensis ager locis variis limitibus intercisivis est assignatus, terminis vero Tiburtinis, qui Cilicii nuncupantur et in limitibus costituti. Aliis vero locis sacra sepulchrave vel rigires. Quorum ratio distat a se in pedes MCCL et infra. Et quam maxime limitibus est assignatus. Terminatio autem eius facta est VI id. octob. Per Cilicium Saturninum centurionem cohortis VII et vicies, mensoribus intervenientibus. Et termini a Cilicio Cilicii nuncupantur. Haec determinatio facta est Orfito seniore et Quinto Scitio et Prisco consulibus.» (Liber Coloniarum, II, 253, 5-14), trad. ital. = « Il territorio Albense in diverse zone fu ripartito con suddivisioni minori, mediante termini Tiburtini [di travertino], che sono chiamati “Cilicii” e che sono posti per (delimitare i) confini. In altre zone (ci sono come confini) tempietti, sepolcri o anche tratti rettilinei. La distanza tra loro è fissata in 1.250 piedi e anche meno [371,25 metri]. E per la massima parte (il territorio) è stato assegnato e delimitato con confini precisi. Questa operazione di ripartizione è stata completata il 10 ottobre per opera di Cilicio Saturnino, centurione della VIIa coorte pretoria e della XXa coorte urbana, con l'intervento di agrimensori. E i termini di confine da(l nome di) Cilicio sono detti “Cilicii”. Questa suddivisione fu eseguita durante il consolato di Orfito il Vecchio e di Quinto Scitio Prisco.» (D'Amato 1980, 172). Fin dalla fondazione della colonia il territorio conquistato, ormai ager pubblicus romano, era stato assegnato ai coloni in lotti regolari di forma quadrata. In origine questi lotti dovevano ospitare 100 coloni con l'assegnazione ad ognuno di un podere (heredium) di due iugera: da qui il termine di centuria assegnato al singolo “quadrato” e di centuriatio dato all'intera operazione di divisione agraria in parcelle quadrate. L'assegnazione dei singoli lotti (adsignatio) era affidata ai magistrati albensi, mentre il tracciamento dei limiti centuriali (limitatio) era compito di “tecnici specializzati”, gli agrimensori, i quali, per fissare a terra gli assi, si servivano di uno strumento apposito detto groma, uno squadro agrimensorio il cui funzionamento non differiva da quelli ancora in uso in epoca recente. Secondo le regole originali della limitatio arcaica, derivata dalla Etrusca disciplina, gli assi dovevano essere orientati secondo i punti cardinali: il decumanus maximus con andamento est-ovest ed il kardo maximus, perpendicolare al decumano, con andamento nord-sud. Ma non sempre le situazioni geografiche permettevano l'orientamento cardinale degli assi, perciò spesso si adattavano gli allineamenti agli assi stradali principali della città coloniale seguendo, più che i dettami celesti dell'aruspicina etrusca, la conformazione orografica del territorio agrario (secundum naturam loci) in modo da favorire le linee di pendenza che consentivano, per esempio, il regolare deflusso delle acque di superficie (Misurare la Terra 1983). Analizzando le carte topografiche del territorio avezzanese, non si può che notare la sopravvivenza di questa regolare divisione agraria consolidata nel 149 d.C., soprattutto nei decumani ancora ben evidenti nelle strade che da Avezzano portano a Celano: l'attuale asse viario che dalle “Fosse di S. Leonardo porta a Via S. Andrea ed a S. Giuseppe di Caruscino; da Caruscino a “Pietragrossa” di Paterno; da S. Lorenzo, sotto Monte Salviano, al bacino fucense tramite “I Cappuccini”; nella stradina delle “Anime Sante”, ecc. Numerose sono anche le necropoli allineate su questi assi viari come nella località “Trara” e “Incile”, S. Maria di Vico o “Campo dei Gentili”. La necropoli relativa al villaggio di Vico e delle vicine ville romane, è così descritta dal Fernique e dall'Orlandi: « In quella regione [di Avezzano] recentemente, non lontano dal territorio di Luco e dall'emissario costruito da Claudio, fu scoperto una necropoli. Forse essa si trovava presso la deviazione della Via Valeria che, da Alba Fucense, si dirigeva verso l'emissario del lago Fucino o, più lontano, fino al bosco di Angizia. Si sono rinvenuti molti sarcofagi presso il convento dei Frati Minori, ma costruiti con pietra grezza, senza alcuna iscrizione od ornamento da cui si possa dedurre un'età certa. » (Fernique 1880, 96); « Vi è in questa zona il così detto “Campo dei Gentili” ed in esso emerge il “Colle Sabulo”. Recentemente, vale a dire all'epoca del prosciugamento del lago Fucino per opera del Principe Torlonia, venne alla luce una necropoli pagana. Grossi, pesanti sarcofagi in pietra del Salviano, racchiudenti scheletri di persone che furono di discreta statura, ed accanto ad essi vi sono resti di spade, lance, cinture, decorazioni, vasi, ampolle, lucerne. Assoluta è la mancanza di tumoli, cippi, iscrizioni, ma circa l'epoca si è constatato che la necropoli risale a tempi posteriori ad Augusto e va oltre quelli di Claudio. … In superficie si ha memoria del rinvenimento di un cippo con epigrafe del tardo Impero, ora nel Museo Lapidario. » (Orlandi 1967, 18-19). I sarcofagi di questa località, presenti ora sul posto, nel giardino sul retro del Palazzo Comunale e Piazza S. Bartolomeo, hanno la particolarità di essere scavati in modo da poter contenere inumati messi di fianco a differenza di altri, di area albense, con deposizioni supine (Orlandi-Veri 1989, 69-70). Le necropoli situate lungo l'allineamento di “La Trara” – Incile si dispongono lungo un diverticolo viario che staccandosi dalla Valeria nella località “S. Leonardo” o “Termine”, passando per la “Pulcina” di Avezzano, “Noce Romana” e “Trara” si ricongiungeva alla circonfucense antica all'Incile. Qui, a più riprese, dagli anni '70 fino al termine del secolo XX, sono state rinvenute tombe a cappuccina alla “Trara” e Via Alessandro Torlonia, vicino la Petogna di Luco, databili fra la fine del I secolo a.C. ed il primo decennio del secolo successivo. La necropoli della Trara, rinvenute nel 1979: « all'incrocio fra la strada che proviene dal “Vivaio Marsica” della Forestale [ex S. Maria in Vico] e la strada che da Avezzano porta allo Zuccherificio Torlonia, sul margine ovest della strada e della linea ferroviaria dello zuccherificio. Le tombe vennero alla luce durante la realizzazione del canale di scolo posto a margine della strada, a circa un metro di profondità dal piano stradale e con orientamento est-ovest. Esse furono in gran parte distrutte dal mezzo meccanico per cui sia i corredi funerari frammentati che i resti ossei erano posti sulla terra di scarico, mentre nel fondo rimanevano le testate e gran parte del fondo delle tombe. Dai frammenti fittili dei corredi riferibili a lucerne a volute in terra sigillata , olle e balsamari a bottiglina si possono datare le tombe al primo decennio del I secolo d.C. Le cappuccine erano affiancate con leggera base in malta su cui erano fissate le tegulae della tettoia (quota di base 668).» (Grossi 1989b, N. 12, 42 nota 13). Quindi lungo la Via Valeria, sul percorso della “Via Consolare” per Anxa-Angitia, sugli assi della centuriazione e nelle vicinanze delle villae e vici, sorgono necropoli di tombe a cappuccina, relative a servi e liberti, e grandi monumenti funerari di gentes e militari di carriera locali i cui raffinati rivestimenti architettonici sono conservati nel Museo Lapidario di Avezzano ed alla “Fontana Vecchia” di Paterno. In quest'ultima località, sulla testata della fonte, sono due lastre di calcare appartenute a due edifici sepolcrali del tipo a dado della prima età imperiale romana: la prima e decorata da un bel fregio di girali vegetali, mentre l'altra è decorata alla maniera dorica con metope raffiguranti armi (Grossi 1989b, N. 12, 44 nota 26). L'enclave montano del Velino è solcato sul lato meridionale dalla stessa Valeria da Scurcola a Paterno, mentre diverticoli si staccano verso i vicini municipia marsi ed i pascoli alti dell'Altopiano delle Rocche verso la vestina Aveia, utilizzati dalle monticazioni stagionali degli allevamenti ovini, bovini ed equini dei vici e ville locali: la parte più bassa è riservata al pascolo dei suini data la presenza numerosa di querce. Questa definitiva lottizzazione del territorio nel II secolo deve aver fatto riferimento alla nuova acquisizione delle terre fucensi, emerse dopo i lavori idraulici sul bacino lacustre fatti sotto gli imperatori Traiano e Adriano (98-138 d.C.): in questa occasione si dovette procedere ad estendere la centuriatio albense nell'ex alveo lacustre (Letta 1994b), realizzare una nuova circonfucense e soprattutto potenziare i fundi con le loro villae più vicine alle nuove terre emerse. A fare le spese di questa nuova disponibilità di terre nel piano, furono le ville montane più lontane dal Fucino, come quella di S. Potito che fu abbandonata fra la fine del II e gli inizi del III secolo (Gabler-Redo 1991). La prova evidente della nuova divisione agraria delle terre emerse durante il II secolo c'è data dal rinvenimento fortuito nel 1969 sull'ex alveo lacustre (nel terreno dei De Rosa di Luco: Strada 45 del Fucino, appezzamento n. 3, part. 248), vicino alla “Petogna” di Luco dei Marsi, di un cippo confinario romano. Esso, del tipo a colonnina cilindrica, presentava sul vertex (sommità piatta circolare) la ripartizione dei territori agrari che vennero concessi agli abitanti di Alba, ai confinanti Marsi del municipio anxano ed al santuario di Angizia: f(ines).p(opuli).Albens(is) / et Ma/rso(rum) / An/giti(ae) (Letta-D'Amato 1975, n. 176, 287-300). Dall'esame complessivo delle nostre attuali conoscenze, il II e III secolo vedono l'espandersi delle grandi ville ad economia agricola grazie alla disponibilità delle nuove e fertilissime terre del bacino fucense. Saranno queste ville perilacustri a sopravvivere alla crisi della struttura municipale fucense ed alle invasioni barbariche e costituire la base su cui si modellerà il sistema curtense altomedievale. Le principali attività economiche del territorio albense, come in tutta la Marsica antica, sono in età imperiale soprattutto indirizzate verso l'attività agricola testimoniata dalle fonti con colture cereagricole, frutticole e vinicole (Plinio, Nat.Hist., XV, 83; Columella, Agric., III, 9; V, 8, 6): all'agricoltura era associata la pesca, mentre il territorio montano era utilizzato per il taglio dei boschi, la caccia, come pascolo di suini, ovini e bovini (Letta 1972; Mertens 1981), con una “transumanza verticale” stagionale, dal piano al monte. Questo territorio agrario centuriato era attraversato da una serie di strade principali che, seguendo percorsi commerciali di età italica, furono ulteriormente potenziate dai Romani dopo la conquista del territorio e soprattutto in piena età imperiale durante i costanti lavori di prosciugamento del Fucino. L'asse primario della viabilità dell'area era naturalmente l'antica consolare Via Valeria che in età imperiale, probabilmente sotto Traiano, fu risistemata con la creazione di un raccordo fra Cappelle e Paterno, evitando così di risalire per Alba; ricordata nel medioevo come « via antiqua, seu Salara », la via che portava verso il sale dell'Adriatico, è ancora evidente nelle carte settecentesche ed ottocentesche dei locali « regi agrimensori » (ADM, C/517). Segnata lungo il percorso dal culto di Ercole Salario, di cui abbiamo attestazioni epigrafiche a Camerata di Tagliacozzo (CIL IX, nn. 3961, 4023) e nella famosa sua statua ellenistica di Alba, essa fu risistemata in età traianea con un diverticolo che permetteva dalla località “Albanello” di Magliano dei Marsi (prima di Cappelle) di raggiungere il percorso più antico a Paterno, attraversando il Cimitero di Cappelle e le località “Pratelle-Cretaro”, “Colle Pilato”, “S. Leonardo”, “Scalzagallo” e S. Pelino Nuovo (Grossi 1990b, 120-121). Raggiunto il km 118,900 della Tiburtina –Valeria, piegava verso Paterno con un posizionamento a metà fra il tracciato della linea ferroviaria e la Statale Tiburtina-Valeria fino a raggiungere il vecchio tracciato all'altezza del Casello Ferroviario di Paterno, lungo l'attuale strada che unisce la frazione avezzanese con Celano, per poi piegare ad est verso “Cellitto”. Lungo questo tratto era la villa del fundus Paternianus e “l'Arco di Paterno”, una fontana d'età romana ornata da due getti a testa di leone, andata distrutta con il terremoto del 1915 (Orlandi 1967, 232). Altro importante asse viario era la “via del mercenariato”, di cui abbiamo già detto, che in età repubblicana con un modesto battuto e con un percorso di mezzacosta sul versante orientale della Val Roveto, da Alba Fucens portava a Sora, Atina, Arce e Cassino per Capua, passando per i Piani Palentini e l'imbocco capistrellano della Giorgia. Definita dai studiosi belgi « route de Campanie » (Mertens 1969, 43), essa fu rifatta e sistemata in modo adeguato da Traiano nel 100 d.C. con un nuovo tracciato lirino di fondovalle e un collegamento con Frusino (Frosinone) come risulta da un miliario trovato a Cappelle nel ‘700: LVI / [imp(erator) Ca]esar / Nervae filius / [Nerva] Traianus / [Aug(ustus) Germanicus. / pontifex maximus. / tribunizia protestate IV.co(n)s(ul)III.pater patriae. / facientum curavit. = trad. ital. « 56 (miglia). L'Imperatore Cesare Nerva Traiano, Augusto, Germanico, figlio di Nerva, pontefice massimo, all'epoca della sua quarta potestà tribunizia e nel suo terzo consolato, padre della patria, curò che fosse fatta (questa strada).» (Donati 1974, 25, 186-187; Grossi 1990b, 122). In origine il miliario di Cappelle era stato attribuito erroneamente al percorso della Via Valeria, ma la numerazione del 56° miglio non corrispondeva realmente alla distanza fra Roma e Cappelle, ma alla via della Campania, come giustamente riferisce il Van Wonterghem: « Un altro miliario, scoperto a Cappelle, risale all'inizio del regno di Traiano (100 d.C.). Nella sua prima pubblicazione, fatta dal Garrucci, viene anche dato il numero d'ordine LVI, non ripreso nel C.I.L. Visto che il 56° miliario della Via Valeria, datato nel 97 d. C., fu trovato prima di Tagliacozzo, si pone il problema dell'appartenenza di quello di Cappelle. Infatti, neanche accentando la teoria del Radke riusciremmo ad inserire questo miliario tra quelli della Via Valeria, perché seguendo i suoi calcoli non arriveremmo in questi paraggi a 56 miglia dall'agro romano (il numero tramandato dal Garrucci), ma soltanto a circa 51 miglia. Del resto, se fosse appartenuto alla via Valeria, l'imperatore Traiano avrebbe menzionato il fatto che egli ultimava un'opera del suo predecessore, come fece su alcuni miliari della via Appia. D'altra parte Cappelle è situata non già sulla via Valeria, ma su una strada che da Alba Fucens va in direzione della valle del Liri. Non è dunque escluso che il miliario di Cappelle appartenga a questo collegamento tra la via Latina e la via Valeria, da Frusino o Fregellanum (?) ad Alba Fucens, passando per Sora e la valle del Liri. Le 56 miglia coincidono perfettamente con la distanza tra la via Latina (Frusino o Fregellanum) e Cappelle. Del resto non è improbabile che Traiano, di cui sono noti i lavori alla via Latina (presso Ferentino e al ponte sul Liri presso Fregellanum), alla via Sublacensis e all'emissario del Fucino, abbia anche, nei primi anni del suo regno, sistemato la strada della valle del Liri.» (Van Wonterghem 1983, 9-11). La strada descritta, ancora in parte segnalata da percorsi moderni e visibile nelle foto aeree, uscendo dalla “Porta Massima” di Alba Fucense raggiungeva i Piani attraversando i colli Mucino e Morese, poi Cappelle sul versante ovest fino alla Stazione Ferroviaria e le “Grotte di S. Felice” con la collina detta “Castello”, dove era il castello di Ponte e la chiesa di S. Felice in Monticello (attuale Serbatoio idrico di Cappelle). Da quest'ultima località piegava per Cese per poi arrivare al valico di Capistrello attraversando le località “Casale di S. Basilio”, la villa rustica romana de “i Casareni” di Iudici, “Ponte Rotto” sul torrente Rafia, “Pescina” e “S. Pietro” presso il Cimitero di Capistrello (ex monastero benedettino femminile di S. Antonio): quindi lungo l'attuale strada che mette in diretta comunicazione Cese con Capistrello. Sul tratto fra Cappelle e Cese, a contatto con il muro della proprietà Irti, sono ben evidenti i resti di un terrazzamento a monte in opera poligonale della stessa strada: sull'altro versante, sui margini del percorso attuale, sono numerosi blocchi sconvolti che attestano l'esistenza di sostruzioni sul versante a valle. Altra strada, ma di minore importanza, era la cosi detta “Via Consolare”, strada che attualmente unisce Avezzano con le discenderie maggiori dell'Emissario di Claudio, tracciato viario dell'ager Albenses di origine repubblicana che univa Alba Fucens con Anxa-Angitia, segnalata da necropoli, vici, santuari e ville romane lungo il percorso. Uscendo dalla “Porta Sud” di Alba Fucens scendeva per “Palombara” e “Noce Leone” (dove incrociava il raccordo della Valeria di età traianea) e, per le località “Quercie”, “Termine”, “Tre Conche”, raggiungeva il “Borgo Pineta” di Avezzano. Da qui, per l'attuale asse di Via Albense, giungeva alla vecchia porta medievale del centro storico di Avezzano (S. Felice, poi detta di S. Rocco). Usciva, poi, per Porta di S. Francesco raggiungendo la chiesa di S. Nicola, S. Antonio e S. Lorenzo in Vico. Da S. Lorenzo si divideva in due bracci: il primo in direzione dell'Incile verso Luco, il secondo per il valico di Monte Salviano in direzione di Capistrello e Luco per via montagna. Lungo questo antico asse viario sono allineate le ville delle “Macerine romane”, di Avidio-Pantano, il santuario ad Ercole di S. Nicola, la villa di Marciano ed il vicus di Arrio. Necropoli di tombe a cappuccina sono segnalate nelle località “Termine”, Borgo Pineta”, “Cerreto”, “Parco” ed Incile. Per le tombe di Borgo Pineta ed Incile abbiamo una migliore documentazione, perché rinvenute in epoca più recente e sottoposte a scavo. Il primo gruppo tombale di Borgo Pineta, rinvenuto nella primavera del 1978 durante i lavori per la rete fognante, nel mezzo della strada e vicino alla Piscina Comunale, si componeva di due tombe a cappuccina fittile « affiancate longitudinalmente ed orientate nord-sud. Del corredo, probabilmente asportato nel momento della scoperta, rimanevano (tomba 1) solo dei piccoli chiodini di ferro, probabilmente relativi a sandali, posti ai piedi dell'inumato. Ben conservati i resti ossei relativi ad un inumato maschio di età adulta (tomba N° 1) e probabilmente una donna (adulta?) (tomba N° 2). La disposizione degli inumati era con la testa a sud e piedi a nord con braccia sui fianchi e gambe parallele affiancate.». Queste tombe rappresentano una tipologia molto diffusa nell'ager Albenses (Avezzano, Paterno e Celano) con cappuccina formata da muretti perimetrali in opera laterizia, base in malta, embrici accostati con coppi di raccordo e colata di malta superiore (Grossi 1989b, N. 12, 43 nota 14). Un nutrita necropoli fu trovata nell'800 lungo la “Via Consolare” di S. Nicola (ora Via San Francesco), all'altezza della Madonna di Loreto e S. Antonio Abate, con il rinvenimento di numerose tombe a cappuccina fittile, dello stesso tipo rinvenuto a Borgo Pineta e con corredi databili in età giulio-claudia (“lucertole di creta”?, monete in bronzo come obolo a Caronte, orecchini, collane ed anelli in ferro con castone in pietra dura) (Iatosti 1876, 29-30). Il secondo complesso tombale di tre cappuccine fu rinvenuto nel 1979 durante la realizzazione della strada allacciante delle strade N° 1 (Circonfucense) e Provinciale Luco-Avezzano, a circa 100 metri dalla rotatoria posta in corrispondenza del km 5 della Provinciale: « Poste a quota 667 con orientamento nord-sud in posizione longitudinale rispetto al pendio e con corredo frammentario composto da balsamari fusiformi ed a bottiglina con fondo schiacciato in vetro, olle acrome e lucerne a volute; materiali databili alla fine del I secolo a.C. » (Grossi 1989b, N. 12, 43-43 nota 13). L'analisi dei sistemi viari e delle sue testimonianze vicine, evidenzia l'importanza che l'area fucense assunse per le comunicazioni fra il Lazio, Campania ed Abruzzo nel periodo antico ed anche della cura che Roma attuò nel miglioramento dei percorsi principali. Ma quest'efficiente e collaudato sistema d'infrastrutture viarie era ormai avviato a collassare sul finire del mondo antico, date le crisi economiche che interessarono l'Impero Romano a partire dal III secolo. Nel tardo impero, nella seconda metà del IV secolo, la Marsica fu interessata da un terribile terremoto che provocò, oltre le prevedibili distruzioni urbanistiche nei centri municipali, l'interruzione del canale di presa a cielo aperto ed il crollo delle opere sulla testata dell'Incile dell'Emissario romano sul Fucino. Le recenti ricerche di Carlo Giraudi dell'ENEA C.R.E. hanno dimostrato che nel tardo impero romano il canale all'aperto fu diviso in due tronconi da due faglie provocate da un forte terremoto: la faglia più interna al lago provocò una contropendenza sul canale verso Pescina, causando il lento insabbiamento dello stesso (Giraudi 1991, 35-36). La data del terremoto è stata ora precisata dal Letta in un suo recente studio e collocata verso l'anno 375 d.C. come documentato anche dalle pesanti distruzioni segnalate a Benevento per questa data (Symmaco, ep., I, 4). La testimonianza di un terremoto che segnò la prima fase di abbandono dell'insediamento urbano sul finire del IV secolo, è attestata anche ad Alba Fucens, secondo il Mertens, in base a livelli stratigrafici datati da monete di Costanzo II e Valente riferibili nell'arco compreso fra il 346 e il 367 d.C. (Mertens 1991, 388). Il Letta ha invece dimostrato che i livelli stratigrafici e le monete datano il terremoto poco dopo la metà del secolo poiché nella città è presente un miliario di Magnenzio del 350-352 ed ancora nel 362 d.C. si dedicavano sul foro di Alba opere pubbliche, come documentato da un'iscrizione lì rinvenuta (CIL IX, n. 3921): quindi il terremoto che determinò la fine del funzionamento regolare dell'emissario romano va datato fra il 362 e il 380 d.C. (Letta 1994b, 210). Gli stessi fenomeni di restauro e ricostruzioni di edifici in relazione del terremoto gia descritto, sono presenti nei municipia marsi del bacino fucense. A Marruvium (S. Benedetto dei Marsi), i recenti scavi hanno evidenziato le trasformazioni di alcuni edifici pubblici nell'inoltrato IV secolo, trasformazioni datate da monete di Valente (314), Costanzo II (335-361), Graziano (375-383) e Costante (408-410). Alcuni ambienti termali, sul Largo Garbatella, sono utilizzati per la produzione di calce, probabilmente in occasione delle necessarie ricostruzioni successive al gravoso terremoto, e le tabernae su Via della Circonvallazione sono vistosamente restaurate: « Al IV secolo inoltrato devono riferirsi gli ultimi interventi costruttivi che attestano un probabile cambiamento di funzione dei vani e l'accecamento dei passaggi per mezzo di murature in scaglie di calcare e tegolame.» (Sommella-Tascio 1991, 459-460). Ad Anxa-Angitia vistosi rattoppi (grezzi blocchi e mattoni) sono presenti nelle murature di fondo di un ambiente con vicina cisterna posto a sud-est del tempio del “Tesoro”. Lo stesso tempio italico-romano, probabilmente dedicato ad Angizia e Vesuna, presenta sul muro a nord una vistosa lesione, probabilmente legata all'evento sismico della seconda metà del IV secolo. Ma la fine di un mondo evoluto, di gran parte degli insediamenti e il tracollo del sistema economico della Marsica al termine del mondo antico, non può essere spiegata con i soli effetti sismici e con il lento ritorno del vecchio lago Fucino nel corso del V secolo, ma fu causata anche dalla crisi della piccola proprietà contadina e della produzione schiavistica nella Regio IV con lo sviluppo abnorme della pastorizia e dei relativi latifondi nel III-IV secolo, crisi che provocò il degrado del paesaggio agrario ed il lento ed inesorabile spopolamento delle campagne (Lloyd 1996, 14-15). Questi gravi fenomeni economici causarono forti malcontenti popolari e la diffusione del brigantaggio lungo le vie consolari ed arterie minori collegate (Lo Cascio 1990): probabilmente i classiari della flotta ravennate presenti con una stabile statio nell'area dell'Emissario fucense dovettero in questi frangenti svolgere opera di polizia lungo le vie consolari vicine (Valeria e “via della Campania”) (Letta 1991b, 507). A questi fenomeni di instabilità politica nella valle Roveto fra la fine del III ed inizi del IV secolo, è da collegare la presenza del ripostiglio monetale nel vicus antinate di S. Restituta di Morrea, composto da oltre 114 monete (“antoniniani”), riferibili ad un arco cronologico compreso fra il 274 e il 295 d.C. (da Aureliano a Diocleziano) ed interrato frettolosamente in un recipiente di terracotta nel primo decennio del IV secolo (Campanelli 1986). Riguardo alle divisioni amministrative attuate nella tarda età imperiale, sappiamo che al tempo di Marco Aurelio, i territori di Alba Fucens e dei municipia Marsi si trovavano inseriti nella Urbica Dioecesis per poi passare nella res privata dell'imperatore Settimio Severo, nel distretto « Salaria-Tiburtina-Valeria »: con Aureliano e fino al 350 circa erano nella Valeria, suddivisione del precedente distretto; da Romolo Augustolo e fino all'arrivo dei Longobardi, insieme ai territori sabini e vestini, costituivano la provincia Valeria, provincia fondamentalmente legata ai Marsi tanto da passare nell'ordinamento ecclesiastico col nome di Marsia (Letta 1972, 145-146). Nel frattempo, agli inizi del IV secolo, nell'area albense appaiono ufficialmente le prime comunità cristiane, visto che nell'anno 313 d.C. la religione cristiana era diventata con l'editto costantiniano di Milano, una delle religioni libere dell'Impero. Si costituiva, quindi, l'organizzazione ufficiale dell'ecclesia Catholica composta dalla massa dei semplici fedeli, detta dei laici (dal greco laos = popolo), dal clero (dal greco kleros = scelto) con i suoi ministri di culto (sacerdotes), dalla gerarchia ecclesiastica composta da episcopi (dal greco epìsckopoi = sovrintendenti) e dal Pontifex (equivalente al Pontefice Massimo romano). Con Teodosio (392 d.C.) si ha l'abolizione del paganesimo ed il culto cristiano, di fatto, diventa la religione ufficiale dell'Impero Romano. A metà del V secolo Alba Fucens con i vicini municipia marsi, è inserita nella Provincia Valeria parte del distretto imperiale (res privata imperiale) del Picenum suburbicarum. È la stessa provincia Valeria che nel 410-412 conosce l'arrivo delle prime truppe barbariche di Alarico ed i Visigoti, che però essendo in parte “romanizzate”, non alterarono ulteriormente un quadro insediamentale già in crisi. Ma il mondo antico, fra terremoti e crisi socio-economiche generali del mondo romano, si va lentamente spegnendo e le città in fase di abbandono sono ora occupate da piccoli gruppi di cristiani che erigono i primi luoghi di culto fra le macerie o riutilizzano edifici di culto pagani. I primi segni monumentali di questo cristianesimo “urbano”, relegato nelle sole città a partire dal IV-V secolo, li abbiamo proprio ad Alba nell'edificio sacro absidato vicino la Basilica e nell'ex tempio di Apollo, ora dedicato a S. Pietro (il medievale Sancti Petri de Albe) con frammenti scultorei ed iscrizioni funerarie cristiane degli inizi del VI secolo: VI K(a)l Septe(m)[b]r deposicio Adelberti sacerdotis, riferibile al “sacerdote” Adalberto morto sei giorni prima delle kalende di settembre, il 27 agosto); III id(u)s M(a)rt(ias) deposicio Bennedic(ti), relativa a Benedetto morto tre giorni prima delle idi di marzo, il 13 marzo. Credo che nell'« Adalberti sacerdotis », se l'iscrizione fosse attribuibile al termine del V secolo e non al VI secolo, sia riconoscibile un vescovo albense della fine del V secolo, presule cui dovevano fare riferimento le comunità cristiane degli insediamenti posti sul piano avezzanese (Grossi 1998b, 3-4, 9). Ma il fragile equilibrio del regno goto-romano con i municipia italici in fase di abbandono, è rotto soprattutto dalle distruzioni della successiva guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.) che determinò il collasso della struttura economica ed insediamentale. Distruzioni avvenute soprattutto nell'inverno del 537-38 quando il comandante bizantino Giovanni, mandato da Bellisario, dopo aver espugnato gli oppida goti di Ortonam e Aternum (Pescara) risalì lungo la Via Valeria per raggiungere e svernare ad Alba Fucens: trad. ital. = « Bellisario, ...., ordinò a Giovanni, figlio della sorella di Vitaliano, di svernare con i suoi ottocento cavalli presso la città di Alba, situata nel Piceno » (Procopio, Bell. Goth., II, 7). È proprio da Alba che partì l'offensiva primaverile del 538 di Giovanni che, con un accresciuto esercito formato da 2000 cavalieri, invase le terre picene abruzzesi, marchigiane ed emiliane con il saccheggio degli insediamenti, la morte di Uliteo, zio di Vitige re dei Goti, e la presa di Rimini: trad. ital. = « [Giovanni] con i suoi 2000 cavalieri, cominciò ad andare in giro per il Piceno, saccheggiando quel che gli capitava e riducendo in schiavitù i figli e le mogli dei nemici. Uliteo, zio di Vitige re dei Goti, gli andò incontro con le truppe, ma quello lo vinse, lo uccise, e sterminò quasi tutte le schiere nemiche, per cui nessuno osava più affrontarlo.» (Procopio, Bell. Goth., II, 10). L'arrivo delle milizie bizantine nella provincia Valeria dovette portare a saccheggi, devastazioni e massacri anche a danno della popolazione civile che provocarono, come riferisce Procopio da Cesarea, una gravissima carestia nel 539 con la morte di ben 50.000 contadini nel solo Piceno (cit., II, 20): come abbiamo già visto, nell'episodio di Alba, per Procopio il Piceno è da intendere comprensivo anche della Valeria. Il ritorno del Piceno e della Valeria nelle mani di Bisanzio, non portò i benefici che le popolazioni si aspettavano visto l'esasperato fiscalismo dei rapaci funzionari bizantini nei confronti delle amministrazioni dei municipia ed anche della loro politica diretta alla ricostruzione della grande proprietà senatoriale esistente prima dell'invasione gota: « Appare ovvio che accadimenti di tale portata, con il loro seguito di atroci privazioni e sofferenze per la gente comune, non potevano non dare inizio al progressivo tracollo dell'assetto territoriale antico quale si era conservato ancora nei primi decenni del VI secolo.» (Staffa 1993, 14). I segni di questa grave crisi che interessò la Valeria e l'area marsicana in questo periodo sono evidenti nelle fasi di abbandono riscontrabili nei centri urbani di Alba, Antino, Marruvio e Anxa. Ad Alba Fucens, sui crolli nell'area del foro vicino la basilica, causati dal terremoto del IV secolo, si edificano “baracche provvisorie” intorno ad un primitivo edificio absidato cristiano datato fra il V e il VII secolo a.C. (Mertens 1991, 388). Ad Antinum sul settore meridionale della città, nell'area vicino alla Porta Campanile, sono stati riscontrati visibili livelli di abbandono datati fra il V e il VI secolo (Gargiani-Paterna 1992, 95-102). Gli stessi fenomeni di abbandono sono riscontrabili a Marruvium nel corso della prima metà del V secolo: le ultime monete romane rinvenute sono quelle relative all'imperatore Costante (408-410), mentre ambienti termali della Via della Moletta sono trasformati in area cimiteriale che termina la sua vita nel corso del XIII secolo dato il ritrovamento nell'area di un tesoretto monetale composto da nominali argentei ed aurei normanno-svevi databili tra la seconda metà del IX secolo e la metà del XIII (Sommella-Tascio 1991, 459-460). L'inizio del medioevo è indubbiamente segnato per la Marsica dall'arrivo dei Longobardi nella provincia Valeria nel 571-574 con la definitiva conquista nel 591 ad opera di Ariulfo, secondo Duca di Spoleto. La conquista non fu uniforme e si prolungò per circa 20 anni « in un arco cronologico di una certa estensione, ma con conseguenze comunque devastanti sulla grande maggioranza dei centri urbani e degli abitati rurali ancora esistenti, sottoposti a saccheggi e distruzioni. » (Staffa 1993, 23). Sebbene esistesse un Ducato longobardo a Spoleto, il potere del suo duca non era dei più stabili sul territorio visto l'eccessivo dinamismo delle famiglie guerriere longobarde (fare) dell'Italia centrale che autonomamente decidevano le direttrici di conquista ed i loro insediamenti nelle aree conquistate. La prova della pericolosità di quei tempi, dai Bizantini ai Longobardi, ed alla difficoltà del vivere negli insediamenti di pianura, è data dal ritrovamento di materiali di quest'epoca sulle alture una volta occupate dai centri fortificati dei Marsi: ceramica sigillata africana di VI secolo (tipo Hayes 87) sul centro fortificato di Milionia a Rivoli di Ortona dei Marsi, sull'altura di S. Vittorino di Celano e di una fibula in bronzo a forma di pavone di VI-VII sul Monte Secine di Aielli. Rinvenimenti che attestano il ritorno, a scopo difensivo, sulle alture fra il VI e VII da parte degli abitanti dei vici sottostanti di Caelum ed Agellum. Uomini che riutilizzano tombe d'età giulio-claudia per le loro inumazioni nel corso del VI-VII secolo, come attestato nella necropoli di “S. Agostino” di Aielli (Grossi 1998a, 27-28). Indizi della distruttiva conquista longobarda sono, probabilmente, riscontrabili nei Piani Palentini e nell'area di Vico, con la fine delle locali strutture fondiarie tardoantiche romane che terminano la loro vita agli inizi del VII secolo. Del dramma della primitiva conquista della « Valeria provincia » da parte delle fare longobarde, abbiamo l'accorata e diretta descrizione del papa Gregorio Magno che evidenzia l'uccisione per impiccagione di due monaci nella Valeria e la crudele decapitazione di un “venerabile diacono” nella Marsica: « Alius quoque in Marsorum provincia vitae valde venerabilis diaconus fuit, quem inventum Langobardi tenuerunt; quorum unus educto gladio, caput eius ampotavit. Sed cum corpus eius in terram cadevit, ipse, qui hunc capite truncaverat, immundo spiritu correptus, ad pedes eius corruit, et quod amicum Dei occiderit, inimico Dei traditus ostentit. » (Gregorii Magni, IV, 262). Da queste notizie si evidenzia la mancanza, per quel periodo, di vescovi nel territorio della Marsica, probabilmente fuggiti alle prime avvisaglie longobarde, ma soprattutto la presenza di monaci verosimilmente ancora addetti alla conversione dei gruppi pagani (goto-romani) che sopravvivevano nell'interno degli insediamenti rurali appenninici. Fra l'altro è significativo che dopo l'invasione longobarda non si abbia più notizia delle diocesi menzionate dalle fonti tardoantiche in Abruzzo, come Sulmo, Aufinum, Truentum ed Aufidena (Lanzoni 1927, I, 370-378). Vengono meno anche le diocesi marsicane, non citate dalle fonti, ma deducibili dalle ricerche archeologiche e dalla sopravvivenza altomedievale del termine civitas (Marruvio, Alba, Antino e Carsoli) di cui solo quella marruvina, di cui abbiamo documentazione nel VI e VII secolo, sopravvivrà con in nome di Civitas Marsicana e si espanderà fino a comprendere gran parte della Marsica medievale (Grossi 1998b, 3-5). Ben diversa sarà la sorte del vicino municipium di Marsi(s) Anxa, che essendo sede del santuario pagano più importante della Marsica subirà, probabilmente, le distruzioni cristiane nel corso del IV e V secolo. Rimane difficile, infatti, spiegarsi la mancanza del termine civitas per la sua area urbana nell'altomedioevo, mentre questo termine è presente in tutti i siti marsicani occupati dai municipi romani: Civitas Marsicana (ex Marruvium), Civitas Alba (ex Alba Fucens), Civitas Carseolana (ex Carseoli), Civitas Antena (ex Antinum) (Chron.Mon.Casin., I, 37, 104; IV, 19-20, 488; III, 61, 442). Quindi una dannatio memoriae a spese della città-santuario marsa che, con il nome di Lucus e la sua chiesa di S. Maria, riapparirà alla luce dei documenti storici solo nel corso del X secolo (Chron.Mon.Casin., II, 7, 182). In passato, prima della conquista longobarda del VI secolo, è possibile che il municipium marso d'Antinum, come quello albense, sia stata sede di una primitiva diocesi cristiana dal IV-V secolo, vista la titolatura medievale di « Civitate Antena » (anno 1077: Chron.Mon.Casin., III 61, 20) e la sopravvivenza dell'abitato interno, nei limiti segnati dalle mura, sino al V-VI secolo con una contrazione notevole dal VII al X (Gargiani-Paterna 1992, 95-102; Staffa 1992, 139-140). Ancora nel 1183, con la bolla del Papa Lucio III, i confini della pieve di S. Stefano di Civita d'Antino comprendevano, oltre al territorio proprio della civitas con le sue numerose chiese, i territori di Morino, di Meta e di Rendinara a ricordo, forse, delle pertinenze della vecchia diocesi marsa della Valle Roveto, la cui sede episcopale doveva essere proprio « Sancti Stephani de civitate Antena » (Squilla 1960). È, quindi, possibile che la diocesi atinate non sia sopravvissuta all'invasione longobarda della Provincia Valeria della fine del VI secolo con la conseguente colonizzazione benedettina della Valle. Agli inizi del VII secolo la Valeria, ormai pienamente longobarda, è inserita nel Ducato di Spoleto con la nascita nella Marsica di una gastaldia locale retta da un gastaldius Marsorun residente nella Civitas Marsicana (S. Benedetto dei Marsi) e nella « curte comitale » (sic.) di Apinianicum di Pescina, posta sotto il monastero benedettino di S. Maria, sede di una primitiva Fara longobarda testimoniata dai toponimi “Fiume della Fara” e “Morrone della Fara”. Nello stesso secolo, nel 608, un prete nativo dalla Marsica diventa papa col nome di Bonifacio IV: «Bonifatius natione Marsorum de civitate [leggi: provincia] Valeria» (Liber Pontificalis, I, 317). Alla metà del secolo i Longobardi si cristianizzano ed iniziano a costellare il territorio di chiese dedicate a S. Angelo, prevalentemente realizzate in grotta, di cui abbiamo numerose attestazioni in tutta la Marsica ed un culto ancora visibile nella Grotta di S. Angelo di Balsorano. Pur tuttavia la conquista longobarda mette fine alle strutture amministrative romane ed anche alle primitive diocesi cristiane insediate negli ambiti municipali. Dei vecchi municipia d'Alba, Anxa, Marrubio ed Antino non rimane traccia alcuna come ben descritto dallo storico longobardo Paolo Diacono, vissuto nel 720-799: « Porro tertia decima Valeria, …, Haec habet urbes Tiburim, Carsiolis et Reate, Furconam, et Amiternum regionemque Marsorum et eorum lacum qui Fucinus appellatur.»; trad. ital. = « La tredicesima regione è la Valeria, ...., Le sue città più importanti sono Tivoli, Carsoli, Rieti, Forcona e Amiterno; vi si trova pure il territorio dei Marsi con il Lago Fucino » (Hist.Long., II, 20). Dalle prime notizie dell'area fucense in tarda età longobarda e prima età franca sappiamo che i fundi e vici documentati in piena età imperiale romana sono in gran parte riutilizzati dalle ecclesie, celle, casalia, villae e curtes. Nel 761 abbiamo la prima notizia, in un documento di Farfa, di un gastaldo longobardo dei Marsi: « Gaiderisius vir magnificus gastaldius » (Reg.Farf., II, n. 43, 50). Del lungo periodo di occupazione longobarda del territorio preso in esame non sono, allo stato attuale delle ricerche, attestate presenze dirette di tipo archeologico, ma sono però segnalate dalla presenza del culto di S. Angelo ad Avezzano ancora nel secolo XIV nella località “Fonte-Muscino”(Sella 1936, 21, n. 374), culto specifico del mondo longobardo cristianizzato che vedeva nell'Angelo sterminatore la figura cultuale dell'Arimanno, il guerriero longobardo. La seconda metà dell'VIII secolo vede la fine del governo longobardo della Marsia: infatti, nel 774 la gastaldia dei Marsi « in finibus Spoletii » è conquistata da Carlo Magno e nuovamente inserita nell'ormai franco-longobardo Ducato di Spoleto, ma il potere locale continua ad essere dominato da funzionari longobardi, come risulta dalla citazione di duchi di Spoleto dal nome longobardo ed ancora, nell'879, dell'importante funzionario longobardo (« sculdahis ») Garibaldo, abitante con la moglie Scamberga nella Civitas Marsicana, costretto in quell'anno a cedere le sue proprietà al celebre monastero di S. Clemente a Casauria, fra cui quelle di Paterno (Chron.Mon.Casaur., 112r-112v). Grande importanza avrà la Marsica ed il territorio preso in esame, nel quadro dei numerosi conflitti che vedranno, di volta in volta, lo scontro fra Longobardi e Franchi, fra Normanni e Conti dei Marsi, fra Svevi ed Angioini, ecc. La vicina Valle Roveto assume il ruolo di fondamentale importanza strategica, perché a Sora passava il confine, variabile, fra i ducati longobardi di Spoleto e Benevento e la stessa zona era interessata dalle scorrerie dei Saraceni. A tal proposito si possono ricordare gli importanti avvenimenti bellici del IX e X secolo che interessarono la valle Roveto e, sicuramente, l'area avezzanese con i soliti strascichi di lutto e terrore: il passaggio nei Piani Palentini e Val Roveto dell'esercito imperiale di Ludovico II diretto a Montecassino nel 866 per sventare la minaccia saracena, quando per Sora entrò sui limiti settentrionali del ducato beneventano « Beneventani fines per Soram ingreditur » (Erch., c. 32, 244); nel 880 con il passaggio per la Val Roveto, Piani Palentini ed area avezzanese degli Agareni (Saraceni) provenienti dalle basi sulla foce del Liri-Garigliano, che raggiunsero il Fucino, distrussero il monastero celanese di S. Vittorino in Telle di Celano (Ugo e Lotario, 173, 8) e depredarono il celebre monastero di S. Maria in Apinianico di Pescina, uccidendo tutti i monaci ed incendiando lo stesso monastero (Chron.Vult., I, 369, 20); nel 937 con l'invasione della Marsica da parte di una banda di predoni Ungari che, dopo aver devastato il circondario di Capua, tramite la Val Roveto, raggiunsero il Fucino dove furono sconfitti e messi in fuga, probabilmente vicino Forca Caruso, dalle truppe congiunte dei Marsi e Peligni (Chron.Mon.Casin., I, 55, 140-141). Con la conquista franca del Ducato di Spoleto, iniziano le prime testimonianze sulle chiese e monasteri benedettini del territorio avezzanese. La prima notizia che c'è pervenuta sull'area avezzanese nell'alto medioevo, è degli inizi del periodo franco-longobardo, dell'anno 782 quando il duca di Spoleto Ildebrando concesse a Montecassino l'importante curtis longobarda di Paterno con ben 500 moggi di terra (circa 250 ettari) e le relative famiglie insediate nella corte, oltre ai pescatori del lago Fucino con il suo porto dell'Adrestina (ora “Sorgenti della Restina” a Venere di Pescina) e il vicino “gualdo” (terreno boscoso) di Cusano: « In comitato vero Marsorum, loco Paternus vocatur, curtem quingentorum modiorum, simul et familias multas cum omnibus substantiis earum, necton et aliquot piscatores in lacu Fucino cum portu ipsius lacus vocabolo Adrestina, sed et qualdum suum nomine Cusanum. » (Chron.Mon.Casin., I, 14, 50). Per questa importante corte longobarda è da supporre che essa si sia sovrapposta ad una villa e proprietà tardo-antica del territorio albense appartenuta ad un Paternus, da cui probabilmente il termine di fundus Paternianus. La derivazione della curtis di Paterno da un prediale appare rafforzata dalla citazione della chiesa di S. Maria in Paterniano in un documento redatto nel secolo XI, ma relativo alle famiglie che il monastero benedettino di Farfa in Sabina possedeva nel territorio marsicano al tempo del duca di Spoleto Guinigio che fu al potere dal 789 all'822 (Chron.Farf., I, 258, nota 1). In questo importante documento sono elencate le famiglie farfensi dell'attuale territorio di Paterno a confine con Celano e vi appaiono anche i nomi prediali di Secunzano e Porciano, derivati anch'essi dai fundi tardo-antichi, controllati dai Gotefridi e Guerrani: « Sancta Maria in Paterniano quam tenet filius Gotefridi. In Segunzano et in Porciano ecclesia Sancti Adriani cum suis pertinensis, quam tenet filius Guerrani per scriptum. » (Reg.Farf., V, doc. 1280, 263-264, 274-275). La stessa chiesa viene citata nuovamente nell' anno 818 (18 Marzo), insieme al vicino porto di Maurino (a Caruscino?) nella conferma dell'imperatore Ludovico il Pio all'Abate cassinese Theodomar, dei beni e degli edifici di culto dipendenti da Montecassino: « in comitatu Marsorum cella …, Sancte Marie ad Paternum,…, Sancti Benedicti et sancte [Marie] in Maurinu cum porto suo, » (Cuozzo-Martin 1991, 115-210). Della chiesa di S. Maria di Paterno non abbiamo la sicura ubicazione, era forse vicino a Porciano (preso S. Maria Casa-nuova?). Per S. Adriano, detto in località « Placidisci » nei documenti farfensi, conosciamo la localizzazione nell'area dell'attuale Cimitero di Paterno. D'altra parte gli interessi verso questa grande curtis, contesa fra S. Angelo in Barregio, Montecassino e Farfa, sono evidenziati dai possessi in Paterno nella seconda metà del IX secolo: dell'importante funzionario longobardo, lo « sculdahis » Garibaldo, abitante nella Civitas Marsicana, costretto nell'879 a cedere le sue proprietà, fra cui quelle di Paterno, al celebre monastero di S. Clemente a Casauria (Chron.Mon.Casaur., 112r-112v); del figlio del Conte dei Marsi Rainaldo che nell'857-858 teneva a livello alcune proprietà « in Paterno » (Chron.Farf., I, 250). Intorno alla metà del X secolo conosciamo un abitante di Paterno « Apici in Paterno » che in quegli anni lasciava in eredità le sue proprietà dell'area a S. Maria di Luco, probabilmente a Secunzano (vd. oltre). Nel territorio di Paterno era anche una cella monastica dipendente dal monastero sangritano di S. Angelo in Barregio « sanctum Gregorium in Paterno » di cui abbiamo menzione nell'873 nella conferma di Ludovico II (vd. oltre), ma era già presente nel Diploma di conferma di Carlo Magno del 787. Passata nel X secolo fra i possessi di Montecassino, nell'ottobre del 1024 un certo Rocconi l'ebbe a livello, con i suoi pescatori, dall'abate Teobaldo di Montecassino con l'obbligo di pagare annualmente sessanta “solidi” e ottocento pesci: « Fecit pretérea per hos dies idem abbas libellum de sancto Gregorio de Paterno in comitatu Marsicano Rocconi quidam, cum omnibus pertinentiis ipsius, pro solidis LX et censu annuali piscibus octingentis. ». (Chron.Mon.Casin., II, 55, 273-274). Se ne ha l'ultima menzione, come chiesa monastica, nel diploma imperiale di conferma a Montecassino di Lotario III di Suplimburgo del 1137 (Pietrantonio 1988, n. 10, 87). Fra Paterno ed Avezzano (forse sotto S. Pelino) era anche la chiesa di S. Gregorio in Serviliano anch'essa sovrapposta su un precedente fundus romano appartenuto ad un Servilius, di cui abbiamo notizia nel novembre dell'899 con il livello concesso da Montecassino a Gotfrido della stessa chiesa con i suoi servi, uomini e donne in cambio di una certa quantità vino e cento pesci nel mese d'ottobre d'ogni anno: « Fecit etiam libellum Gotgrido quidam Marsicano de ecclesia sancti Gregorii in Serviliano cum servis et ancillis et omnibus pertinensiis eius in eodem comitatu Marsorum, pro quo annualiter recipiebat censum tritici modios XV totidemque de vino et pisces centum in mense Octobri.» (Chron.Mon.Casin., I, 47-48, 126-128). Che questa chiesa fosse vicina ad Avezzano sulle rive del Fucino è dimostrato dalla sua citazione cassinese del maggio del 1007 in cui viene dal gastaldo marso Otteramo concessa, insieme a S. Clemente in Avezzano, in cambio di un pagamento di trecento solidi e cento pesci: « Idem fecit et Otturano gastaldo Marsorum de sancto Clemente in Avezzano pro solidis triginta et censu staminearum quinque. Item de sancto Gregorio de Serviliano pro solidis triginta et censu pisces C. Item de eodem censum piscium quadringentorum. » (Chron.Mon.Casin., II, 26, 215). Per quando riguarda la chiesa di S. Clemente in Avezzano, credo che sia riconoscibile nell'area della località di “Pantano”, dove successivamente sorse la pieve di S. Bartolomeo: infatti, dopo il terremoto del 1915 fra le macerie della parrocchiale avezzanese fu rinvenuto un pilastrino di pietra calcarea decorato a nastri a duplice solco intrecciati, databile al IX secolo e parte dell'iconostasi del recinto presbiterale. Il Gavini attribuì il pezzo alla chiesa monastica di S. Salvatore di Avezzano (Gavini 1927-28, I, 13), ma recenti studi permettono di escludere questa ipotesi, perché questa chiesa, come vedremo, era in altro luogo, nella località “Fonte-Muscino” (Mastroddi 1999, 17-18). L'alto medioevo è documentato nell'area avezzanese, oltre le chiese monastiche già citate poste fra Avezzano e Paterno, da altri insediamenti monastici appartenenti a S. Angelo in Barregio, a Montecassino ed a S. Vincenzo al Volturno posti fra Avezzano e Luco dei Marsi, sui resti dell'Emissario romano (« ad Formas ») e del vicus di “Arrio”. Il primo documento è dell'anno 873, con la conferma dell'imperatore tedesco Ludovico II a S. Angelo in Barregio (Villetta Barrea) dei possessi del monastero già confermati da Carlo Magno e Lotario. Fra questi compaiono le chiese di S. Gregorio in Paterno, S. Salvatore in Avezzano e S. Antino alle Forme posta sul versante palentino dei cunicoli maggiori dell'Emissario romano di Claudio: « Videlicet in Marsia cellam…; sanctum Gregorium in Paterno;…; Sancti Salvatoris in Avezzano; sancti Antimi ad Formas; » (Chron.Mon.Casin., I, 37, 104). Di S. Salvatore in Avezzano e S. Antimo alle Forme (ora detto “in Vico”) abbiamo successiva notizia nel settembre del 981/2, quando, dopo la presa di possesso dei beni di S. Angelo in Barregio da parte dell'Abbazia di Montecassino, sono date dall'abate cassinese, insieme con altre chiese marsicane, ad un certo Aimerado in cambio di chiese e terre nel comitato Teatino (Chieti): « Hic idem abbas dedit in concambium Aimerado cuidam de territorio Marsicano ecclesias et terras huic monasterio pertinentes ibidem, idest ecclesiam sanctae Mariae in Montorone, sancti Abundii in Arcu, sanctae Mariae in Oretino, sancti Salvatoris in Avezzano, et sancti Antini in Vicu, et recepit ab eo in comitatu Teatino ecclesiam sancti Heliae et sancti Viti, cum quinque milibus modiis de terra. » (Chron. Mon. Casin., II, 6, 178). Sono queste le prime notizie sulla chiesa avezzanese di S. Salvatore in Avezzano o « apud Avezzano », ubicabile nell'attuale località “Fonte-Muscino” verso Caruscino, sopra gli importanti insediamenti preistorici dell'età dei Metalli (Del Bove Orlandi 1999, 6). Di essa abbiamo notizie già dal 781 e pare che se né possa far risalire la fondazione entro il secolo VII. È compresa nei diplomi imperiali di Carlo Magno del 787, di Ottone III del 998 e Lotario III di Suplimburgo del 1137 (Pietrantonio 1988, n. 13, 89-90). Nel frattempo una famiglia franca provenzale creava le premesse per la nascita di un potere comitale nella Marsica, i famosi “Conti dei Marsi” che domineranno l'area dal X al XII secolo. Fu, infatti, nel 926 con la discesa in Italia di Ugo d'Arles per cingere la corona, che arrivarono con lui in Marsia i conti Attone burgundo e suo zio materno il provenzale Berardo detto il Francisco, che ottennero insieme l'investitura comitale del “paese dei Marsi”, termine che ancora designava l'Abruzzo nella quasi totalità. Il burgundo Attone ebbe i comitati Pennese e Teatino, mentre il franco Berardo ebbe quelli Marsicano, Reatino, Amiternino, Furconese e Valvensi: « Cum hoc Ugóne venit Italiam Azzo comes Burgundie, avunculus Berardi illius, qui cognominatus Franciscus, a quo videlicet Marsorum comites procreati sunt.» (Chron.Mon.Casin, I, 61, 153-154). Da questo “Berardo il Francisco” risiedente a Rieti con la longobarda moglie Doda, avrà origine la stirpe dei Conti dei Marsi detti “Berardi” da cui sul finire del X secolo nascerà il ramo marsicano (Sennis 1994). In base alle donazioni di Doda e del figlio, il Conte dei Marsi Rainaldo II, i monaci di Montecassino arrivarono a Luco dei Marsi, nell'area avezzanese e nei Piani Palentini con l'edificazione del monastero di Sanctae Mariae de Luco, diventato poi sede della più prestigiosa prepositura cassinese della Marsica da cui dipesero ben 29 chiese e monasteri della Marsica. Dalla nuova concessione a livello al famoso abate di Montecassino Aligerno, di Rainaldo II, databile fra il 970 e il 985, abbiamo i possessi della prepositura luchese in cui sono comprese le chiese del territorio avezzanese di S. Lorenzo in Vico, S. Ambrogio in Secunzano e il monastero di S. Maria di Cese: viene inoltre ricordata la precedente donazione (950 circa) della madre Doda per opera del monaco-sacerdote Gualtiero con le concessioni di circa 300 ettari di terre e le donate eredità di Pietro Mainone in Auretino (Celano), di Apico in Paterno e Bettone Rattruda in Avezzano: « Hic abbas fecit libellum de monasterio sancte Marie de Luco Rainaldo comiti Marsorum, secundum illas scilicet pertinentias atque fines, quibus Gualtierus sacerdos et monachus tandem ecclesiam a Doda comitissa sibi concessam in hoc monasterio ante annos ferme vigenti tradiderat, quod est terra modiorum circiter sexcentorum. Quod videlicet sancte Marie monasterium diversis postmodum ac multiplicibus longe lateque ecclesiis seu possessionibus a nonnullis fidelibus est ditatum, de quibus hic ea, que investigare potuimus, congruum scrivere duximus: Ecclesia …, sancti Laurentii in Vico,…, Sancti Ambrossii in Secunzano, monasterium sancte Marie in Cesis, …Omnes iste ecclesie cum universis possesionibus ac pertinentiis earum mobilibus et immobilus predicto monasterio antiquitus pertinuerant. In super et hereditas Petri Mainonis in Auritino magna et bona et hereditas Apici in Paterno nec non et hereditas Bettonis Rattrude in Avezzano. » (Chron.Mon.Casin., II, 7-8, 182-183). Le eredità dell'avezzanese Bettone Rattruda dovevano essere quelle del piano di Vico, dove gli stessi cassinesi edificarono la chiesa di S. Lorenzo che solo nel XVI secolo passò fra i possessi della Diocesi dei Marsi. I resti della chiesa erano, fino ad un trentennio fa, visibili nella località “Vico” o “Arrio”, all'imbocco della salita della strada medievale del Salviano che metteva in comunicazione Avezzano con Capistrello, al termine di uno dei decumani della centuriazione albense, ora una retta stradina campestre detta Via S. Lorenzo che in passato metteva in comunicazione la stessa chiesa con la vicina S. Maria in Vico e con gli approdi fucensi di “Trara” (De Cristofaro 1999). Del monastero di S. Maria in Cese, forse fondato dopo il 630, sappiamo che è menzionato nella lettera di Guglielmo all'abate Desiderio tra il 1066/67 e il 1073 ed è presente nel generale privilegio per l'abbazia cassinese di Papa Anastasio IV del 1153/54 con il nome « in Palentino S. Marie in Cesis »: ricompare, inoltre, nel diploma imperiale di Lotario III di Suplimburgo del 1137. Lo stesso monastero nel ‘200 edificò un piccolo cenobio dipendente sul colle di S. Pietro di Corcumello (Corsignani 1738, II, 238). Rimase nelle mani della prepositura luchese fino al 1299, anno in cui fu soppresso (Pietrantonio 1988, n. 12, 88-89). Nel 1249 la chiesa, e non il monastero, era nelle mani di un rettore della Diocesi dei Marsi come si evince da una lettera del Papa Innocenzo IV. Delle sue strutture originali rimane ben poco, dopo le distruzioni causate dai terremoti settecenteschi e del 1915, ad esclusione del sito occupato dall'attuale chiesa e pochi frammenti scultorei recentemente riproposti all'attenzione degli studiosi (Di Domenico 1993). Altre proprietà monastiche, nel territorio avezzanese, appartenevano ai monaci di S. Vincenzo al Volturno (IS) nel 984 ed erano situate sulla montagna dell'attuale Salviano, sopra la Valle Fredda a nord-ovest del tracciato dell'Emissario di Claudio, ai limiti della « serra di S. Donato » citata come confine meridionale dei possessi volturnensi di Vico e Marciano d'Avezzano ceduti in quegli anni dal nobile Mattefredo, figlio di Lupone: « in territorio marsicano, in locus ubi Vicus vocatur; et in locus qui vocatur Marcianu; et sunt ipse rebus infra finibus; fine serra Sancti Donati; et fine ipsa Pettila; et fine aqua de Fucinu; et fine Cesulinu; et fine Rivo Foraneo.» (Chron.Vult., II, 285). La Serra di S. Donato e la sottostante Valle Fredda di Capistrello erano proprietà dei monaci cassinesi di Luco che s'inoltravano con i loro possessi fino a Cese ed Avezzano con la chiesa di S. Lorenzo in Vico, sul versante fucense, ed il monastero dipendente di S. Maria di Cese, sul versante palentino. Da notare in questo documento, la sopravvivenza del termine prediale di Marciano relativo alla presenza il loco di una villa romana, testimoniata dalle iscrizioni funerarie dei proprietari e dei loro liberti. Vi compaiono inoltre i termini esatti delle montagne, la “serra di S. Donato” posta sopra l'Emissario romano, una “Pettila” di cui non conosciamo l'ubicazione, il colle di “Cesolino” ed infine il “Rio Foraneo”, probabilmente riconoscibile nel fosso del “Vallone di Peschio Cervaro” a S. Pelino. Nel frattempo il 6 marzo del 1017, Pontio con il figlio Berardo rinunciavano, a favore di Montecassino, a tutte le loro pertinenze marsicane che avevano in Opi e Peraccle, che in passato erano appartenute al monastero di S. Angelo in Barregio: « Hic etiam Pontius unacum Berardo filio manifestaverunt et renuntiaverunt nobis in placido Marsorum comitum totam pertinentiam de Opi et Peraccle in territorio Marsicano, que olim videlicet Barregensi monasterio pertinuerat. » (Chron.Mon.Casin., II, 31, 225). Credo che nel Peraccle sia riconoscibile la località avezzanese di Perrate, l'attuale “Scalzagallo”, come giustamente aveva visto il Di Pietro nell'800 (Di Pietro 1869, 172). Nello stesso anno, il 10 maggio 1017, abbiamo il ricordo di una proprietà terriera di circa 50 ettari (una “vicenna”: terreno sottoposto a cultura ed a pascolo) ad Avezzano appartenente al monastero e prepositura cassinese, di S. Benedetto della Città Marsicana o “nel pago dei Marsi”, allora tenuto dall'abate Azzo: « Erat tunc predictus Azzo prepositus monasterii sancti Benedicti in pago Marsorum, quod videlicet monasterium eo tempore tam cellis quam fundis ac prediis atque colonis diversis per Marsiam loci copiose ditatus erat. De quibus hic quondam ad id loci venimus, alquanta perstringimus: cellam…; vicenda in Avezzano modiorum centum; » (Chron.Mon.Casin., II, 34, 232). A metà dell'XI secolo, nell'ottobre del 1049, abbiamo notizia delle rese piscatorie di S. Salvatore di Avezzano, con la concessione a livello della stessa chiesa da parte dell'abate cassinese al Conte dei Marsi Berardo III con l'obbligo di pagare annualmente 300 pesci : « Hic abbas fecit libellum Berardo comiti Marsorum de sancto Salvatore in Avezzano pro censu CCCorum piscium. » (Chron.Mon.Casin., II, 65, 296). Nel settembre 1072, una nuova donazione a Montecassino accresce la vicina prepositura luchese con la cessione da parte di “nobili marsicani” del castello di Meta posto nella Valle Roveto, della chiesa di S. Padre del luogo che è detto Forme, la chiesa di S. Donato posta sopra le stesse Forme, i possessi e gli uomini dipendenti della stessa località e della vicina Valle Fredda: « et ecclesia sancti Patris in loco, ubi Forme vocantur, et ecclesia sancti Donati supra ipsas Formas cum omnibus, que ad easdem ecclesias pertinent, insuper et universis, que ad prefatos nobiles iure hereditario pertinebant tam in ipsius Formis quam et in Valle frigida.» (Chron.Mon.Casin., III, 39, 416). Le località sopra citate, sono riconoscibili nella discenderia maggiore dell'Emissario romano del Fucino del Nucleo Industriale d'Avezzano (“S. Padre”), nel territorio posto fra S. Agnese di Capistrello, l'Emissario d'Avezzano e l'inghiottitoio carsico della Petogna di Luco (“alle Forme”), nella sovrastante montagna dell'Emissario, sul valico a quota 927 (“S. Donato”) e nella sottostante “Valle Fredda” di Capistrello, posta all'imbocco del Piano del Termine al confine con Luco. Nel XIII secolo l'area descritta, che prendeva il nome dai condotti discendenti dell'Emissario romano, cambiò il toponimo di « ad Formas » assumendo quello di Penna dal nome basso medievale della distrutta città marsa d'Angitia-Anxa (Grossi 1995b, 30, 38-39; Idem, 1999, 38-39). Poco dopo la Valle Fredda, i benedettini di Luco edificarono, forse sul finire del XII secolo, la chiesa di S. Agnese di cui si ha testimonianza nelle decime vaticane del 1324 riguardante le chiese inserite nel feudo di Capistrello: « 828. Ecclesia S. Agnetis, cappella S. Marie de Luco.» (Sella 1936, 49); attualmente il solo toponimo indica il luogo dove sorgeva la chiesa, sotto il Casale Tasconi-Luciani. Nelle vicinanze, vicino una sorgente prossima alla discenderia palentina dell'emissario romano del Fucino (forse sopra la località “Corniale”, alla base della montagna, ex “serra di S. Donato”), era la chiesa di S. Antimo alle Forme il cui toponimo “Fonte di S. Antimo” era ancora conservato nel 1811, come documentato dal ritrovamento nella località dell'iscrizione funeraria di Pacidia.N(umerii)f(ilia), citata nel manoscritto del Vescovo dei Marsi Rossi nella Biblioteca Vaticana (Collezione Ferraioli, 513). Dell'importante chiesa del S. Padre, « S. Patris pertinentiarum Pennae » cosi citata dal Gattola per ‘700 (Gattola 1733, 350), rimasta nelle mani della prepositura luchese fino al ‘500, non abbiamo attualmente che pochi resti all'imbocco del restaurato Cunicolo Maggiore dell'Incile. Nel 1979 l'area fu soggetta a lavori di scavo che riportarono alla luce frammenti di affreschi medievali e sepolture sottopavimentali altomedievali delimitate da tegole antiche messe di taglio. L'ultima testimonianza della chiesa è quella seicentesca del Febonio che la definisce « Grotta Santo Patre », descrive l'altare al Dio Padre con superiore affresco dedicato alla SS. Trinità e sottostante lastra funeraria con l'iscrizione del procuratore imperiale Nobile (CIL IX, n. 3886). Qui lo storico avezzanese, leggendo male l'iscrizione latina (Nobilis progenies hic tumulatus est, invece di Nobilis procurator Augusti hic humatus est), descrive la storiella popolare che voleva in quella iscrizione il ricordo della tumulazione nel luogo di un aborto di Agrippina; abordo provocato dal forte scuotimento del palco imperiale, causato dall'ingresso violento e dannoso delle acque alla testata dell'Incile, durante la prima inaugurazione del 52 d.C. (Letta 1988b, 111, nota 2). Ma ciò che particolarmente interessa è la descrizione di un raro rito “lattario” che il prelato avezzanese documenta sulla stessa discenderia: trad. ital. = « Quando da quel luogo si discende per un breve tratto, si incontra sulla sinistra un'esile sorgente che scaturisce da un cavo di una roccia; ad essa, per antica consuetudine, ricorrono le donne che hanno partorito, ma che non hanno latte, affinché il flusso riprenda abbondante. Cercano con la mano sul fondo della sorgente e, se ciò che vi trovano portano con loro, credono di possedere il potere di rendere fecondo il seno; così anche se gettano un loro oggetto nella sorgente. Questa credenza non deriva soltanto da un inutile culto ma anche da un sentimento di devozione e di rispetto verso i Santi Padri. Si racconta che, ai tempi in cui erano costretti a nascondersi in questo luogo, erano soliti dissetarsi con l'acqua di quella sorgente. » (Phoebonius 1668, II, 92). Si tratta ovviamente di un rito d'origini ben più antiche di quello sospettato dal Febonio e non è improbabile che in età italica e romana lo stesso rituale si svolgesse nella stanza interna della vicina Grotta di Ciccio Felice con la sua sorgente cosparsa di ex voto. A metà del secolo XI il territorio di Avezzano era sicuramente inserito nella Diocesi dei Marsi, anche se continuavano ad esistere presenze benedettine nel suo interno, come si evince dalla bolla del Papa Stefano IX inviata nel 1057 al Vescovo dei Marsi Pandolfo della famiglia comitale dei Marsi, in cui si conferma al vescovo tutto il territorio marsicano dal Carseolano all'alta valle del Sangro, compreso Capistrello e a tutta la valle di Nerfa: « ... tam in Castro di Tupho, & Scalellis, quam [in Celle], & alto Sanctae Mariae, & Civitella, & Pomperano, usque ad Capistrellum, & in tota valle Nerfacenda.» (Phoebonius 1668, II, Catalogus Mars. Episc., 7). In precedenza il Tagliacozzano e la Valle di Nerfa, erano entrate negli interessi del Conte dei Marsi Oderisio II che, a metà dell'XI secolo, creò una diocesi carseolana con a capo suo figlio Attone e cattedrale nella diruta civitas Carseolana con la chiesa di Sanctae Mariae in Carseolo. Quest'ultima diocesi, durata dal 1050 al 1056, comprendeva un territorio che andava da Pomperano (Poggio Filippo di Tagliacozzo: il castrum residenza dello stesso Oderisio II) ad Oricola, verso nord, e Valle di Nerfa e Capistrello, verso sud (Sennis 1994, 54). La manovra d'Oderisio II rientrava nel clima di conflittualità fra i figli di Berardo I per il controllo della Diocesi dei Marsi dopo la fine dei Vescovi dei Marsi, loro parenti, Alberico e del figlio Guinigio; stato di conflitto evidenziato quando anche la parte terminale della marsa Valle Roveto (la « Vallis Sorana ») incominciò ad entrare negli interessi della vicina diocesi sorana, nonostante la forte presenza benedettina, grazie alla politica del conte Baldovino « comes de Valle Sorana ». A tale volontà d'Oderisio II di creare una nuova Diocesi marsicana, cercò di opporsi il titolare reale della diocesi e successore di Quinigio, Pandolfo, figlio di Berardo II e residente nel « castrum de Oretino » (Monte Tino di Celano), ma in origine il legame fra Oderisio II e il giovane Benedetto IX (Theophilato figlio d'Alberico, conte di Tuscolo) dovette favorire la nascita della nuova diocesi carseolana. Solo dopo Leone IX (successore di Teofilato), con il papa Vittore II si arrivò, nel Concilio Generale della Basilica Costantiniana del 18 aprile del 1057, a riconoscere in Pandolfo l'unico titolare della Diocesi dei Marsi, mentre Attone (o Azzo) fu trasferito come vescovo nella diocesi Teatina (Chieti). La precoce morte del papa non permise la trascrizione delle decisioni conciliari, che furono eseguite dal successore Stefano IX con una bolla inviata al Vescovo dei Marsi il 9 dicembre del 1057: in essa si afferma in modo deciso che la sede diocesana, retta dal solo Pandolfo, è la « Ecclesia Sanctae Sabinae antiquae Civitatis Marsorum » con i suoi possessi, dipendenze, privilegi e comprendente nuovamente il territorio dell'ex diocesi Carseolana con S. Maria di Carsoli (Oricola), il Castro di Tufo e Scalelle, [Celle], Sante Marie, Civitella (= Tagliacozzo), Pomperano, Capistrello e tutta la valle di Nerfa. Con questa bolla, che abbiamo già descritto, le dimensioni della diocesi, di “ una estensione di 50 miglia per 15 ” come scriveranno i Vescovi marsicani fino a tutto il secolo XIX nelle loro numerose Relazioni « ad limina » (Melchiorre 1986, 138), sono ormai aderenti alla coeva Contea dei Marsi dei figli di Berardo I escluso i possessi monastici cassinesi fucensi e della Valle Roveto. Il periodo in cui Pandolfo è Vescovo dei Marsi è cruciale per la crescente Dioecesis Marsorum, date le prime avvisaglie della conquista normanna del comitato dei Marsi, iniziata nel 1076 alle porte della Valle Roveto (Val Comino e Sora) con la formale resa, “omaggio”, di Berardo III a Giordano, figlio di Riccardo Principe di Capua (Amato, c. XXXIII, 330-332). In questi anni i Normanni raggiungono la Valle Roveto dalla porta di Sora lungo l'antica via che, a partire dall'età longobarda, era ancora detta “Marsicana” come risulta dalla donazione di S. Donato Val di Comino al monastero benedettino di S. Vincenzo al Volturno, da parte del duca di Spoleto Ildebrando, nel 778: « via antiqua, que dicitur Marsicana » (Chron.Vult., I, 30, 244). Quest'incombente pericolo d'annessione da parte dei Normanni, allarmò gli esponenti della contea marsicana che iniziarono a donare le loro proprietà a Montecassino ed a creare delle proprie fondazioni cultuali (delle vere e proprie chiese feudali), al fine di salvarle dalla possibile conquista normanna. In quest'ottica abbiamo la donazione ai monaci di Farfa fatta nel 1061 dal Conte dei Marsi Berardo III, della chiesa della SS. Trinità di Avezzano con tutte le sue pertinenze, cento moggia di terra (circa 50 ettari) e tre moggia di vigna (circa 1,5 ettari): « Item, Berardus comes filius Berardi comites concessit in hoc monasterio ecclesiam Sanctae Trinitatis in Avezano, et .C. modia terrae iuxta Fucinum, et vineam modiorum trium. » (Chron.Farf., II, 148, 19). In questo documento, che riportiamo per intero nella sua stesura originale del Regesto di Farfa nell'Appendice (Doc. I), Berardo III si definisce abitatore in Auretino, in territorio di Celano, insieme al fratello, Vescovo dei Marsi, Pandolfo che, come vedremo entrerà in conflitto con Berardo per la sua politica filo-normanna. Le terre e le vigne donate erano comprese fra le rive del lago Fucino, il feudo di Paterno e quello di Ponte, il monte Magnola ed il feudo di Capistrello: « Finis aqua de Fucino, et finis Paternum, et finibus Ponti, et finis Maniola, et finis Capistrellum. »; il documento, redatto dal notaio Milone, è firmato dallo stesso Berardo III, da Sigenolfo, Berardo e Giovanni, suoi probabili parenti e dai « bonus homines », esponenti della nascente nobiltà locale (Reg.Farf., IV, doc. 919). Con la donazione a Montecassino del novembre 1070 dello stesso Berardo III, della Rocca e del Monastero di S. Maria di Luco con le sue pertinenze, si pongono realmente le basi per l'ampia enclave territoriale cassinese marsicana esente dal locale controllo vescovile. È proprio in questa donazione che sono evidenziati i confini fra Luco, Capistrello ed Avezzano: « …, monasterium sanctae dei Genitrici et Verginis Mariae que dicitur Lucus, cum ipsa Rocca quae supra ipsum monasterium videtur. ... una parte habet finem aquam de Fucino et ascendit per ipsam Pignam et vadit in Spinazzolam et ascendit in montem dicitur Termine, …» (Chron.Mon.Casin., III, 17, 383; Reg.Mon.Casin., II, n.28). Dei toponimi citati, parte sono ormai quasi del tutto scomparsi, ma i ricordi orali delle persone anziane, i documenti archivistici ed una pianta del 1752 dell'Archivio di Stato di L'Aquila (ASA, 3), permettono di ricostruire il confine: dall'imbocco dell'Incile claudiano fino all'attuale altura, quota 955, ad ovest del Colle dei Ciarlotti (per Pigna è da intendere un cippo di confine romano) per poi proseguire per la località detta ora “Cunicella”, lungo il “Piano del Termine” (Spinazzola), ed ascendere, per il Vallone di Sambuco, all'altura detta “Tritermini” di Cima Prato Santo (ex “Colle Raso” = mons Terminus). Sono questi i limiti definitivi delle proprietà della chiesa luchese verso Avezzano e Capistrello e tali rimasero fino al 1811 quando furono, in gran parte, assegnati al Comune di Luco data la fine del Feudalesimo per opera di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Dal 1072 al 1096 con le concessioni di nobili marsicani e della contessa Aldegrina, vedova di Rainaldo IV, Montecassino ha il controllo dei castella di Luco, Meta, Pereto, Camerata, Fossaceca ed Oricola. È della seconda metà dell'XI secolo la prima documentazione delle grandi chiese feudali di Sancti Ioannis ad caput aquae di Celano, posta sotto il castrum di Celanum e creata probabilmente dallo stesso Pandolfo, e Sancti Cesidii posta sotto il « castrum de Transaque » a contatto con un palatium comitale di Berardo III (Grossi: 1998, 31; 1998b, 29). La politica filo-normanna perseguita dai Vescovi dei Marsi, da Pandolfo e suoi successori, Andrea, Siginolfo, Berardo, Bernardo, Benedetto, Zaccaria ed Helliano, fu tuttavia profittevole per la Diocesi dei Marsi che con i Normanni trovò la sua definitiva dimensione, favorita dall'aumento di prestigio che i vescovi assumono nel nuovo Regno normanno di Sicilia, a scapito dei grandi monasteri benedettini. Questo nuovo potere vescovile provocò notevoli conflitti fra gli stessi Conti dei Marsi, conflitti tesi al controllo della molitura, dei diritti di pesca nel lago Fucino ed al possesso delle rendite ecclesiastiche (Phoebonius 1668, II, Catalogus Mars. Episc., 12-27). I legami di Pandolfo con Montecassino, ben documentati, dovettero portare ad un'opera di diffusione in ambito diocesano dell'arte cassinese testimoniata dal raffinato rotolo pergamenaceo dell'Exsultet d'Avezzano, patrimonio della chiesa feudale di S. Giovanni Capodacqua di Celano, miniato nella celebre abbazia cassinese intorno alla metà dell'XI secolo per lo stesso vescovo marsicano, il cui nome compare nel rotolo. L'eccessivo dinamismo di Pandolfo, l'amicizia con Montecassino e quindi i suoi rapporti con gli alleati Normanni, irritarono Berardo III che arrestò il fratello vescovo nella sua residenza nel castello d'Auretino (Casal Martino di Ovindoli), provocando un diretto intervento del normanno Riccardo di Capua a favore di Pandolfo (Amato, c. XXV, 334-336): intervento armato che dovette sicuramente utilizzare la Valle Roveto e la strettoia di Capistrellum, in direzione delle residenze comitali di Berardo III (Trasacco, Auretino e Celano). È con il vescovo Berardo (“ S. Berardo ”), figlio di Berardo IV e della contessa Teodosia, nato nel castellum di Colli (di Montebove) intorno al 1080, che la diocesi conosce un periodo di floridezza e rinascita, dopo le scelleratezze ed il rilassamento dei costumi del precedente vescovo Siginolfo: reso acolytus (suddiacono) dal presule Pandolfo e mandato a studiare a Montecassino per richiesta dei genitori, Berardo fece carriera a Roma come Conte della provincia della Campagna, cardinale-diacono della chiesa di S. Angelo e cardinale-prete di S. Crisogono. Fu assegnato alla sede vescovile dei Marsi da Pasquale II nel 1110, sede che tenne fino al 3 novembre del 1130, giorno della sua morte. La sua adesione alla riforma ecclesiastica per la moralizzazione dei costumi e l'aderenza alla vita monastica del clero secolare, dovette portare a conflitti con il clero diocesano (soprattutto celanese), diretta espressione del potere comitale, e con i parenti conti dei Marsi: in particolare con Berardo V, conte d'Albe (Vita S. Berardi, 129-130). È del 25 febbraio del 1115 la Bolla inviata a Berardo dall'amico papa Pasquale II in cui sono in modo certo definiti i limiti della diocesi, le chiese appartenenti al vescovo e un forte richiamo ai feudatari locali ed all'abuso e « Sanè illam Monachorum pravam praesumptionem» dei monaci di S. Nicola di Cappelle (chiesa appartenente al monastero di S. Maria del Pertuso, Morino – AQ) che, in barba al diritto ecclesiastico, impartivano il battesimo, l'unzione degli infermi, ammettevano alla confessione “individui volgari”, alla comunione gli scomunicati dal vescovo ed assumevano, per «officia Sacra», i colpiti da interdizione. Nella Bolla sono chiaramente definiti i limiti della Dioecesis Marsorum con un territorio compreso fra il Carseolano e l'inizio dell'alta Valle del Sangro con una diffusione nel territorio, ancora non completa ma testimoniata dalla presenza di 59 chiese (compresa S. Sabina), di cui sette pievi, le più importanti, titolate dalla dicitura « cum titulis suis »: S. Ioannis ad caput aquae di Celano, S. Caesidij di Trasacco, S. Vincentij in Forma di Luco dei Marsi, S. Martini in Valle di Magliano dei Marsi, S. Mariae in Eloreto di Tagliacozzo, S. Erasmi di S. Donato (Tagliacozzo), S. Mariae in Carseolo d'Oricola, sul sito dell'antica città romana di Carsioli (Phoebonius 1668, Catalogus Mars. Episc., 13-16). In questo primo elenco di chiese appartenenti al Vescovo dei Marsi Berardo (S. Berardo), sono citate, per la prima volta, le chiese avezzanesi di « S. Andreae in Aveiano, S. Mariae in Vico »: la prima non è ancora nella condizione di pieve (chiesa maggiore), mentre la seconda è una chiesa rurale. Come si può evincere da questi primi documenti, agli inizi del XII secolo, Avezzano ancora non presenta una connotazione di abitato compatto, ma di una villa, dipendente dal castello-recinto di Pietraquaria e dotata di una sola chiesa diocesana posta vicino ai campi coltivati e sottoposti a pascolo, le “Vicenne”. La presenza di S. Andrea come santo protettore dell'abitato agli inizi del XII secolo appare legata alla principale attività economica dell'area, quella piscatoria, attestata nell'area già dal IX secolo da Paterno ad Avezzano con le chiese di S. Gregorio, S. Clemente e S. Salvatore. S. Andrea, com'è noto, è il santo di tutti i pescatori del mondo con la festa che ricade il 30 novembre. Egli venne raffigurato in origine, come uomo barbuto con un libro in mano e due pesci come attributi: successivamente, come si può vedere nella bella pala d'altare seicentesca della parrocchiale di S. Giovanni Battista di Luco, è raffigurato con la sua croce sulla sinistra e con pesce (una tinga) allacciato e sospeso al polso della mano destra (Cattabiani 1993, 66): il suo culto, in area marsicana, ha la più antica attestazione proprio ad Avezzano. Con l'inoltrato XII secolo, con l'arrivo dei Normanni, la Marsica si troverà inserita sui confini settentrionali del Regno normanno di Sicilia e vedrà il definitivo consolidarsi del sistema insediamentale feudale basato sui castella posti sulle alture e villae, casalia ed ecclesiae ad economia agricola poste a fondovalle. Dopo i primi tentativi nella seconda metà dell'XI secolo, nel 1143 i Normanni con i due figli di Ruggero II d'Altavilla, Ruggero ed Anfuso, provenienti dalla Valle Roveto, riescono a raggiungere il bacino fucense ed ottenere la resa definitiva di Berardo e Rainaldo, figli del Conte dei Marsi Crescenzio, gli ultimi ad avere il titolo di « comites Marsorum » (Ann. Ceccanenses, 283). Il comitato dei Marsi, ora detto geograficamente « De Valle Marsi » inserito nel Principatus Capuae, fu diviso da Ruggero II in due contee e diverse consorterie familiari: la Contea d'Albe, data a Berardo V; quella di Celano assegnata a Rainaldo; il territorio Carseolano, parte del tagliacozzano, Valle di Nerfa e Palentino dato agli eredi d'Oderisio II; parte della Valle di Nerfa ed altri feudi fucensi meridionali affidati a Simeone e Crescenzio di Capistrello (Jamison 1972, 214-225). Il primo documento che c'informa direttamente sulla consistenza dei feudi incastellati del XII secolo è il Catalogus Baronum redatto nel 1150 ed aggiornato nel 1167/8, un catalogo che doveva servire per la Magno Expeditio, in pratica per formare un « esercito normanno destinato a contrastare la minaccia di un attacco al Regno di Sicilia dopo l'alleanza (1149) tra Corrado III di Germania e l'imperatore bizantino Emanuele Comeno » (Santoro 1988, 102, nota 100). In esso sono citati tutti i castella del Regno di Sicilia, ed anche quelli, che ci interessano, della Contea di Albe, in cui era inserito l'attuale territorio avezzanese: « (Comes Albae) /1110 - Comes Rogerius de Albe dixit quod tenet in demanio Albae quod est pheudum vij militum et Castellum / novum in Marsi quod est pheudum j militis, et Paternum in Marsi quod est iij militum, et Petram Aquarum in Marsi quod est / pheudum v militum, et Tresacco, et hoc quod tenet in Luco sunt pheudum vj militum, et Capranicum quod est / pheudum j militis, et Pesclum Canalem in Marsi quod est pheudum ij militum, et Carcerem in Marsi quod est pheudum / vj militum una cum Podio Sancti Basii, et Dispendium in Marsi quod est pheudum j militis et dimidii. (Hii omnes / predicti milites et prefata castella sunt in Marsi). Una de proprio pheudo predicti Comites Berardi de Albe sunt milites / xl et cum aumento obtulit milites lxxx et servientes c. 1111 – Hec sunt castella que tenet predictus Comes in servicio: Vallem Soranam et Collem Erectum que sunt pheudum / iiij militum, et Roccam Vivi qued est ij militum, et Morream quod est ij militum, et Civitatem Antine quod est iiij / militum, et Rodemaram et Castellum Gualtieri que sunt pheudum iij militum, et Civitellam, quod est pheudum ij / militum, et Morinum quod est iij militum, et Metam quod est j militis, et Collem Longum et Roccam de Cerri que sunt pheudum / iiij militum. (Hec omnia castella sunt in Valle Marsi). 1112 – Raul de Falascosa tenet ad eodem Comite sicut dixit pheudum iij militum. Una sunt de propriis pheudis et servicio / predicti Comites Berardi milites xxviij et augmentum milites xxj. Una inter pheudum et augmentum servici sunt milites lix / et servientes c. Una demanii et servicii predicti Comites sunt de propriis pheudis milites lxviij, et augmentum sunt milites lxxj. Inter pheudum et augmentum servicii obtulit predictus comes milites cxxxiiij et servientes cc, et si / necessitas fuerit in Marchia et in provincia illa habebit universam gentem suam. » (Jamison 1972, 215-217). Il conte Ruggero d'Albe era succeduto in quegli anni a « Berardus comes de Albe », fratello di Rainaldo di Celano e padre di Pietro, conte d'Albe e Celano. Nella prima stesura del Catalogus Baronum del 1150, infatti, compare il nome di Berardo V come titolare della contea albense, mentre nell'aggiornamento del 1167/8 il suo nome fu sostituito da Ruggero, data la sua ribellione al re normanno Guglielmo I nel 1160 con l'invasione, non autorizzata, della terra di S. Vincenzo al Volturno. Ruggero « filius Riccardi », ebbe la contea d'Albe nel 1166 dalla regina Margherita, ma sul finire dell'estate del 1168 abbandona la contea marsicana per quella più ricca d'Andria in Puglia (« Ruggerius de Andria »). In tale occasione la contea albense è riconsegnata al figlio di Berardo V, Pietro che, dopo la morte del cugino conte Annibale di Celano, nel 1189, la unisce a quella di Celano (Cuozzo 1984, 1110 e 1112*). Era quindi Ruggero, e prima Berardo V, proprietario di ben 23 feudi incastellati, di cui dieci « in demanio », ovvero in controllo diretto di Ruggero (Albe, Castelnuovo, Paterno, Pietraquaria, Trasacco e parte di Luco, Capranico di Canistro, Pescocanale, Carcere e Poggio S. Biagio di Magliano dei Marsi, Dispendio di S. Anatolia di Borgorose), e 13 « in servicio », in altre parole affidati a feudatari fedeli (Balsorano e Colle Eretto, Roccavivi, Morrea, Civita d'Antino, Rendinara e Castel Gualtieri, Civitella, Morino, Meta, Collelongo e Rocca di Cerro di Villavallelonga). In totale Ruggero, come Berardo, poteva armare un piccolo esercito composto da 134 cavalieri, 200 fanti ed altrettanti scudieri. Nel nostro territorio che, come abbiamo visto, era parte integrante della Contea di Albe, troviamo fra il 1150 e il 1168, i castella di Castelnuovo, Paterno e Pietraquaria: Il primo, Castellum novum, era feudo di un solo milite, resa relativa ad una popolazione di circa 125-130 abitanti: i suoi resti, composti da un recinto murario, una torre sommitale quadrata e diverse cisterne, sono visibili sul Monte Castello a quota 1242 che sovrasta a sud l'attuale abitato di Castenuovo. Il secondo, Paternum, era feudo di tre militi con una popolazione di circa 375-390 abitanti: i suoi resti con recinto murario, torre sommitale quadrata, cisterne e fossato esterno, sono sull'altura detta “La Rocca” a quota 900 che sovrasta a nord l'attuale abitato di Paterno. Il terzo, Petram Aquarum, era feudo di ben cinque militi con una popolazione di circa 625-650 abitanti, quindi il più grande incastellamento del territorio albense, dopo la sede comitale di Albe; insediamento fortificato (con le sue tre chiese S. Maria, S. Giovanni e S. Pietro), cui facevano riferimento i numerosi insediamenti, ville e casali, della piana avezzanese e palentina con Cese e S. Basilio. Utili sono le descrizioni del Brogi sul finire dell'800 con l'osservazione delle due cisterne sommitali ricoperte dal tenace e lucido intonaco di signino (malta bianca e coccio tritato) di colore rosso, del fossato esterno sul settore nord-est, il ritrovamento di una scultura medievale raffigurante un religioso e la pergamena scritta nel 1779 in cui oltre la descrizione dell'apparizione miracolosa della Madonna al pastorello, sono citati i falsi donativi fatti al santuario mariano dal Conte di Albe Ruggero (Brogi 1889). Dell'altura dell'incastellamento di Pietraquaria rimane la citazione al foglio 13r, degli Statuti trecenteschi di Avezzano col nome di « pesculo castrj veterj » (“Peschio di Castel Vecchio”) posto a controllo degli insediamenti palentini (Cese e S. Basilio) e delle strade che si immettevano sul valico di Pietraquaria (Di Domenico 1996, 257, [131]). Della vecchia sede del castellum di Pietraquaria abbiamo ormai scarsi resti legati all'erto colle, quota 957 che domina con la sua grande croce di ferro il santuario di S. Maria di Pietraquaria, a sud est del medievale Monte Tarrentinj. Si riconoscono i resti di un medio castello-recinto a pianta triangolare su pendio roccioso con recinzione in opera incerta medievale, terrazzamenti interni, tagli su roccia per appoggio di edifici con fori per l'alloggiamento delle travature lignee e cisterne: notevole il balzo roccioso sul versante verso il santuario. Della torre sommitale non rimane traccia alcuna visto lo spianamento attuato per l'erezione del belvedere e della grande cisterna sommitale. A questo grande incastellamento apicale era collegata, come in altri esempi marsicani (vedi Trasacco), la torre avanzata sul piano, verso il lago, in prossimità della villa Avezzani. Di forma quadrata e con spessore basale di metri 1,20, essa è ancora individuabile nell'interno del Castello Orsini-Colonna di Avezzano affiancata sul lato sud-est. La mancanza di scarpa di base e la buona cortina muraria formata da grandi e medi blocchi angolari e blocchetti in calcare locale legati con malta tenace, permettono di datarla entro la prima metà del XII secolo, come per la parte bassa della torre di Trasacco, con tessitura muraria simile, di cui abbiamo documentazione già a partire dal 1120 nella donazione del Conte dei Marsi Crescenzio alla chiesa di S. Cesidio e Rufino: « … prope portam Turris, & Palattij nostri, » (Phoebonius 1668, II, Catal. Episc., 16; Grossi 1996, 21, 31-32). La mancata citazione di Avezzano, come castellum, nel Catalogo normanno, ha sollevato dubbi e perplessità fra gli storici avezzanesi: il Brogi arriva a sostenere una presenza di un incastellamento ad Avezzano già nel 1156, in base alla (errata) lettura dell'iscrizione del portale di S. Bartolomeo, citata dal Corsignani nel ‘700; iscrizione che lo storico avezzanese attribuisce invece alla porta delle mura (Brogi 1990, 183, 271). Come abbiamo già visto, Avezzano non era dotato di mura nel 1156, visto che nel Catalogus Baronum, che fu aggiornato nel 1167/68, non vi è traccia dell'incastellamento avezzanese. D'altro canto l'erezione di nuove fortificazioni sul finire del XII e fino alla seconda metà del XIII secolo, fu duramente avversata dagli Svevi che si preoccuparono, ove fosse avvenuta, di far demolire le fortificazioni non citate nel precedente Catalogus ed edificate « in terra demani » (Santoro 1988, 108). A segnare la seconda metà del XII secolo marsicano sono i diversi conflitti fra i baroni della contea albense con i Vescovi dei Marsi, circa il possesso delle nuove e ricche pievi diocesane. Il primo di essi è segnalato con il Vescovo dei Marsi Zaccaria che, intorno al 1180, ebbe una lite con i potenti feudatari normanni, Conti di Manopello, delle ville di Avezzano e di Cappelle, i « de Palearia », che volevano appropriarsi delle pievi di S. Nicola di Cappelle e di S. Bartolomeo di Avezzano con i loro sostanziosi possessi. La prima, proprietà (intorno al 1170-1180) dei monaci di S. Maria de Pertuso di Morino e passata alla diocesi marsicana, ad opera dello stesso Zaccaria, tramite una permuta con la chiesa di S. Leucio in Castulo (Ortucchio), fu sottoposta alle continue angherie di Gualtiero de Palearia e di altri militi locali, angherie che portarono ad un intervento energico di Lucio III che nel 1181 ammoniva i de Palearia e loro amici, pena la scomunica, a non disturbare i nuovi chierici della chiesa di Cappelle (Ker 1903-1911, IV, 106-107 n.4). L'avvertimento del Papa fu sentito da Gualtiero che nello stesso anno fece un accordo di intesa con il vescovo marsicano, ma la sua morte (1182), riportò la questione al punto di partenza con un Walter de Palearia che, con i suoi balivi, di nuovo disturbava S. Nicola e il suo clero. Il vescovo si vide quindi costretto a scomunicare il de Palearia con ratifica dello stesso pontefice Lucio III che, il 20 settembre del 1183, confermava la piena indipendenza della chiesa di Cappelle (Ker 1903-1911, IV, 113-114 n. 8). Ad Avezzano Gentile de Palearia, fratello di Gualtiero, aveva disturbato ed angariato i chierici della pieve di « S. Bartholomaei de Avezzano » per il controllo della Collegiata avezzanese e dei suoi possessi « in castro de Cese », provocando l'intervento del vescovo Zaccaria che, non avendo soddisfazione dal feudatario, entrò in una durissima lite con lo stesso, lite sedata nel 1182 a Capua da Roberto, conte di Capua e “maestro giustiziere”, per mandato di Guglielmo II, con l'attribuzione al vescovo della pieve ed al de Palearia dei suoi soli diritti feudali (Phoebonius 1668, II, Mars.Episc.Catalogus, cit., 20-23). Questi continui conflitti evidenziano l'arroganza dei normanni Conti di Manopello che, nella seconda meta del XII secolo, controllavano il feudo di Avezzano dopo il predominio di Taddeo, Gualtieri, Baldassare ed Ettore, parenti dei Conti dei Marsi (Belmaggio 1997, 15-16). È questo il primo documento in cui appare la pieve di S. Bartolomeo, probabilmente sovrapposta alla chiesa cassinese di S. Clemente durante la prima metà del XII secolo, che fa da centro alla villa Avezzani che va estendendosi con il suo abitato nella località “Pantano”. È questo il periodo in cui ha inizio il fenomeno di sinecismo, conclusosi agli inizi del ‘300, dei numerosi insediamenti sparsi del territorio avezzanese che incominciano a far capo alla località Pantano in cui si elevava la nuova importante pieve. Questi insediamenti sono ricordati dal Febonio e dagli autori successivi: S. Felice alle Grotte di Claudio vicino alla Grotta di S. Felice; Castelluccio o S. Lorenzo, intorno al Monte Salviano; Arrio sotto Monte Aria; Cerrito o S. Leonardo lungo la Via Consolare (ora Via San Francesco); Vico o S. Maria di Vico, vicino i cimiteri; Pescina o S. Nicola, vicino al Carcere di Avezzano; Perrate o Parate a Scalzagallo; San Basilio, nei Piani Palentini; La Fonte o S. Salvatore, a Caruscino; Vicenne o S. Andrea, all'incrocio con Via Giuseppe Garibaldi e l'omonima strada, Gagliano o S. Sebastiano, all'incrocio fra Via XX Settembre e Via Garibaldi; Pennerina o SS. Trinità sopra Le Mole; Scimino o S. Simeone, alla Pulcina; Le Fratte o S. Paolo, sotto S. Maria di Loreto; S. Callisto, fra Via di S. Andrea e la Circonfucense; Casole o S. Maria della Casa, sotto Caruscino; Pantano o Avezzano, sul sito del vecchio centro storico. Insediamenti recentemente riposizionati da Serafino Del Bove Orlandi (Teresa Cucchiari Mostra 1999, p. 6.). Nel frattempo però la presenza monastica nella Marsica iniziava il proprio declino verso la metà del XII secolo, dopo le ultime conferme imperiali a Farfa e Montecassino ad opera d'Enrico V e Lotario III: nel 1118 Enrico V aveva confermato a Farfa i possessi marsicani (Chron.Farf., II, 282); con la conferma di Lotario III di Suplimburgo del 1137 a Montecassino, la celebre abbazia possiede ancora quaranta monasteri e sette castra distribuiti in tutta la Marsica e donati in precedenza dai Conti dei Marsi nella seconda meta dell'XI secolo (Sennis 1994, 63). È questo il periodo in cui la famiglia dei conti dei Marsi, sebbene intimorita dalla presenza normanna, riesce a controllare la sede episcopale ed anche ad esprimere ben due abati a Montecassino, Gerardo e Rainaldo II (Chron.Mon.Casin., IV 43, 512; IV 128, 604). Con la Bolla di Clemente III, inviata il 2 giugno del 1188 al vescovo Heliano, la Diocesi dei Marsi ha ormai una consistenza maggiore con un controllo capillare del territorio: vi si trovano riferimenti diretti sulla permuta (confermata) delle chiese di Cappelle e S. Leucio di Castulo e sui contrasti fra l'episcopato dei Marsi con i preti di S. Giovanni Capodacqua di Celano, con i monaci cistercensi di S. Maria di Pertuso di cui è nuovamente ricordata la « pravam praesuntionem ». Le chiese sono ormai 229 (compresa la cattedrale di S. Sabina): ben 170 chiese in più rispetto alla bolla di Pasquale II del 1115; le pievi « cum titulis suis » sono ben 23, fra le quali S. Vincenzo alle Forme, S. Lorenzo in Cuna di Paterno, S. Andrea e S. Bartolomeo di Avezzano. I confini della Diocesi dei Marsi ora sono chiaramente definiti, dal Carseolano alla Valle di Nerfa, dall'Altopiano delle Rocche alla Valle del Giovenco, alla Vallelonga ed inizio dell'alta valle del Sangro: « A Furca Ferrati decurrunt ad Caput Carriti; inde per Vadum de Marso; in Portella de Valle Putrida; per Serram de Feresca; per Argatonem; per Serram de Camino; per Serram Formellae; inde ad molinum vetus; inde ad Furcam Aceri; per Serram de Ruo; per Serram de Troja; inde ad Pesculum Canale; inde ad petram Imperatoris; per Serram de Cervaja; inde ad Sanctum Britium; per Furcam di Auricola; inde ad Sanctum Georgium; per flumem Sisarae; per turres de Ofrano; per Scalellas; per Tufum fluvii Rumanii; per Trepontium; inde ad Vulpem mortuam; per Buccam de Teba; per rivum gambarorum; per Serram de candida; per Ventrinum; et redeunt ad Furcam Ferrati. » (Di Pietro 1869, I, 311-320). Le chiese pertinenti, o legate da interessi, all'attuale territorio di Avezzano, sono: « Sanctae Mariae in Porciano. / Sancti Georgi, Sancti Sosii – in Paterno. / Sancti Laurentii in Cuna cum titulis suis. /, …, Sancti Vincentii in Formis cum titulis suis. / Sanctae Mariae in Vico. / Sanctae Mariae, Sancti Johannis, Sancti Petri – in Aquarnia. / Sancti Bartolomaei in Avezzano cum titulis suis. / Sancti Andreae cum titulis suis. / Sancti Pancrati in Castel-nuovo. » (Di Pietro 1869, I, 314-315). Appare quindi evidente l'importanza ecclesiastica della villa di Avezzano della località “Pantano” con le sue pievi di S. Andrea e S. Bartolomeo, rispetto al castello-recinto di Pietraquaria che pure annovera tre chiese. Lo stesso vale per Paterno con S. Lorenzo e il territorio dell'Incile-Petogna con la sua pieve di S. Vincenzo in Forme, da cui, successivamente dipenderà anche S. Maria in Vico. Non sono presenti nell'elenco le chiese di pertinenza monastica della prepositura di S. Maria in Luco o tenute direttamente dall'abate cassinese, confermate a Montecassino nel 1137 da Lotario III di Suplimburgo: Sanctae Mariae in Cesis, Sancti Salvatoris in Avezzano o « apud Avezzano », Sancti Patris ad Formas, Sancti Donati in Formis, Sancti Antini ad Formas, Sancti Laurentii in Vico, Sancti Gregorii in Marsi (Paterno), Sancti Ambrosii in Secunzano (Sella 1936, 55-56). A Farfa appartenevano ancora: il monastero Sancti Salvatoris in Paterno, Sancti Adriani in Porciano e la chiesa Sanctae Trinitatis in Avezzano, confermate alla celebre abbazia sabina da Errico V nel 1118 (cit.). La presenza benedettina, seppur ridotta come prestigio, continuerà nei secoli successivi ad interessare il territorio di Avezzano, con le dipendenze di S. Maria di Luco: S. Padre in Penna (ex Forme), S. Lorenzo in Vico e il monastero di S. Maria di Cese. L'accresciuta importanza dell'abitato, nella seconda metà del XII secolo, è ulteriormente segnata dal riconoscimento di “Cappella Reale” alla Collegiata di S. Bartolomeo, da parte del re normanno Guglielmo II detto “il buono” (Pagani 1968, 174); il regio patronato fu successivamente riconfermato da Roberto d'Angiò nel 1331 (ADM, 4). La collegiata avezzanese di S. Bartolomeo, come evidenziato da recenti saggi, era probabilmente in questa fase composta in struttura basilicale a tre navate con arcature a tutto sesto poggianti su pilastri quadrati (Mastroddi 1999, 17-24). La stessa era stata già sottoposta a restauro nel 1156 vista l'iscrizione sull'architrave, letta dal Corsignani nel ‘700 e, erroneamente, rapportata alle mura d'Avezzano dal Brogi: « Anno. Dom. 1156. porta Sancti Bartolomaei instaur. » (Corsignani1738, IIa, 389). La scelta avezzanese di S. Bartolomeo come santo protettore dell'abitato, la cui festa ricade al 24 agosto con la fine degli estenuanti lavori agricoli estivi (segnati dall'arrivo delle prime piogge), ha evidenti legami con attività piscatoria locale o con possibili malattie psichiche diffuse nell'area. Il santo, infatti, presenta specifiche caratteristiche taumaturgiche: « San Bartolomeo è popolare in tutta Italia: per i tanti miracoli che gli vengono attribuiti è patrono degli indemoniati, degli ammalati di convulsioni, di emicrania, di paralisi, di varici, di disturbi psichici. Protegge anche i bambini dai terrori improvvisi. Sicché ha legittimamente ereditato nell'immaginario medievale le funzioni del dio guaritore [Esculapio] sul cui tempio romano [nell'Isola Tiberina] fu costruita la chiesa che era destinata ad assumere il nome del santo taumaturgo. … Nelle immagini popolari infatti il santo è raffigurato con i capelli sciolti e quasi nudo mentre, legato ad un tronco d'albero, sta per essere scorticato da un uomo vestito rozzamente e con un enorme coltello fra le labbra. Un altro topos iconografico lo rappresenta barbuto, con un libro e con coltello che allude allo scuoiamento, come nella pala trecentesca di Lorenzo di Nicolò Gerini al museo Civico di San Gimignano. Con il XV secolo si diffonde infine la rappresentazione di Bartolomeo che reca la propria pelle sul braccio, come nell'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina.» (Cattabiani 1993, 128-129). La diffusione del culto nella Marsica e Avezzano dovette avvenire, probabilmente, per opera dei vicini monaci di S. Nicola di Cappelle legati all'abbazia di Trisulti dedicata allo stesso santo (Belmaggio 1997, 127). Mentre gli Avezzanesi si affaccendavano intorno alle loro pievi, la Marsica era interessata dagli sviluppi politici dei massimi esponenti delle contee marsicane. Nel 1189 Pietro, figlio del Conte d'Albe Berardo V, riuscì a riunire le due contee d'Albe e Celano dopo la morte del cugino Annibale Conte di Celano (Ann.Ceccanenses, 291): nei primi anni del suo dominio egli giurò fedeltà al nuovo imperatore tedesco Enrico IV che nel 1191 aveva invaso il Regno di Sicilia e dopo aver ottenuto la fedeltà di numerosi conti, « ... Tunc per terram Petri Celani comitis sub illius fido ducato de regno exiens » (Ryccardi Chronica, 1191). Successivamente, attraverso una decisa politica d'adesione al partito svevo, dopo la morte contemporanea d'Enrico IV e Costanza d'Altavilla e Federico II ancora piccolo, divenne nel 1208, per volere d'Innocenzo III, maestro capitano del regno svevo con giurisdizione su Puglia e Terra di Lavoro ed anche, più tardi, dell'intero principato di Capua. L'accorta politica matrimoniale di Pietro gli permise di controllare personalmente tutto il bacino fucense, la media ed alta valle del Liri e le importanti strade che attraversavano la dorsale appenninica dalla Marsica al Molise, alla Puglia e Campania (Jamison 1933). Nel 1210 le relazioni con il Papa Innocenzo III si rompono dato l'appoggio dato da Pietro, ormai il più potente conte del regno normanno, alla conquista del Regno di Sicilia da parte di Ottone IV: si ripete qui lo stesso passaggio per le terre reatine e marsicane in direzione della Val Roveto, Sora, Val di Comino e Capua « Regnum intrat per Reatinus partes, ..., per Marsiam et Exinde per Cominium venit » (Ryccardi Chronica, 1210). Come si può vedere dagli avvenimenti del 1191 e 1210, la Valle Roveto ed i Piani Palentini, sono continuamente soggetti ai passaggi degli eserciti imperiali diretti a Napoli. Alla morte nel 1212 di Pietro, suo fratello Riccardo divenne Conte di Celano, mentre il figlio Tommaso sposando la contessa Giuditta di Molise, si titolò « Celani, Albe et Molisi comes » così come documentato nella riconferma del 1213 dei diritti di pesca alla chiesa di S. Cesidio a Trasacco: ma la pretesa di assumere la nuova titolatura di « Celani comes » non fu facile per Tommaso dato il conflitto che lo zio Riccardo (Conte di Celano). L'avvento di Federico II al potere del Regno di Sicilia determinò un suo intervento diretto nelle terre abruzzesi con l'istituzione nel 1233, di uno Justitiariatus Aprutii con sede a Sulmona: da questo momento il termine Aprutium designerà tutta la regione abruzzese. Il conflitto fra i re svevo e il riottoso e potente conte Tommaso, fu inevitabile vista la politica federiciana d'annullamento dei poteri comitali nell'interno del regno: un primo momento Tommaso tenta di entrare nelle grazie di Federico II, ma essendone respinto decide di entrare in conflitto con lo svevo (Santoro 1988, 107). La presa di Celano e la sua distruzione, dopo la resa “onorevole” di Tomasso nel 1223, mettono fine ai sogni di potenza dei discendenti dei Conti dei Marsi del ramo fucense. Il riottoso conte celanese, però, non si rassegna alla sconfitta e nel 1229 è di nuovo nella Marsica durante l'invasione dell'Aprutium delle truppe pontificie di Gregorio IX condotte fra gli altri anche da Tommaso di Celano. Ma la fortuna non arrise al celanese; un gruppo di 200 militi imperiali riportò la Marsica in mano di Federico II, escluso la Rocca di Foce (Monte Secine d'Aielli) che solo nel 1230 cadde per opera di Bertoldo fratello del duca di Spoleto. Nel 1247 il pontefice Innocenzo IV, restituisce al conte di Celano e Molise i beni usurpati dall'imperatore svevo e consente la rinascita del nuovo abitato col nome di quello vecchio (Grossi 1998a, 35-36). Solo dopo la morte dello svevo, dopo un breve dominio di Federico d'Antiochia conte di Celano, Albe e Loreto nel 1252, abbiamo il ritorno a Celano di Ruggero, figlio dei conti Tommaso e Giuditta. La sottomissione a Manfredi di Ruggero permette allo stesso di avere il primato diocesano della chiesa di S. Giovanni Battista di Celano e la riunione delle contee d'Albe e Celano (Grossi 1998a, 37). Avezzano, che avevano veduto infeudato ai potenti baroni della contea albense dei de Paleria, sotto gli Svevi passa ai Corsi, poi ai De Ocra, allo stesso Federico D'Antiochia ed infine ai De Poli (Brogi 1900, 253; Orlandi 1967, 13; Belmaggio 1997, 16-17). Federico II « Dei Gratia Romanorum Imperator sempre augustus Hierusalem et Siciliane Rex », sosta vicino ad Avezzano con il suo accampamento militare (castrum), probabilmente vicino all'Emissario, nel 1242 per tutto il mese di giugno dove emette diverse sentenze e privilegi datati « datum in Castri prope Avezzanum in Celano anno anno Domine Incarnationis Millesimoduecentesimoquadragesimosecundo, mense juni quintedecime indictionis » (Breholles 1850, V parte II, 57-59). L'ipotesi di questo castrum federiciano presso l'Emissario è supportata dal particolare interesse del sovrano svevo per il riattamento dello stesso. In precedenza, infatti, Federico II aveva ordinato ad Ettore Montefuscolo, giustiziere svevo d'Abruzzo, di ripulire i canali al fine di rendere stabili i limiti lacustri e di nominare un soprintendente ai lavori di spurgo. Il Montefuscolo diede inizio alle opere, ma essendo sostituito nell'incarico non riuscì del tutto ad ultimarle. Il nuovo giustiziere d'Abruzzo B. Pissone non procedette al completamento dell'ordine federiciano, perciò, dopo le proteste del soprintendente dei lavori sul lago Fucino, lo stesso re dovette nuovamente incaricare il Pissone a completare i lavori secondo le modalità attuate dal Montefuscolo. Il documento inviato a Pissone a noi pervenuto, datato al 20 aprile del 1240, c'informa delle intenzioni di Federico II che vedeva nel compimento dell'opera l'accrescimento del suo nome e relativa gloria, ma anche l'aiuto ed il potenziamento economico delle fedeli genti fucensi del regno « ad laudem et gloriam nominis nostri et profectum nostrorum fidelium et hominum regionis.» (Breholles 1850, V, parte II, 906-907). L'aspetto più importante dei documenti federiciani è però dato dal fatto che le incomplete opere di presa, mutilate dal terremoto del IV secolo, dovettero per tutto il medioevo assicurare, se curate, una stabilità dei limiti lacustri. La lenta ma costante fuoriuscita delle acque allo sbocco sul Liri, quindi, dovette per tutto il medioevo assicurare il funzionamento di molini posti a quota più bassa. Nel 1250, su volere di Federico II, gli Orsini arrivano nella Marsica e s'insediano nella signoria di Tagliacozzo: il primo fu Napoleone di Giacomo di Napoleone Orsini, signore di Vicovaro e Licenza (Roma) che in quegli anni aveva sposato Isabella, figlia di Bartolomeo da Tagliacozzo (Labande 1939, 24). Pur tuttavia in quegli anni gli Orsini dovettero dividere Tagliacozzo ed i suoi possedimenti con la famiglia dei De Pontibus che allora possedevano una parte di Tagliacozzo (Brogi 1900, 230). Quest'ultimi, possessori di molti feudi marsicani, oltre Tagliacozzo (Ponte, Scurcola, Marano, Oricola, Pereto, Fossaceca, Tremonti e Poggetello), ed anche giustizieri d'Abruzzo nel 1289, erano i rappresentanti di una signoria laica altomedievale discendente dai Conti dei Marsi del ramo carseolano ed il cui nome è collegato alla villa altomedievale in località “Setteponti”, lungo la « via antiqua quod dicitur Salara » (la consolare via Valeria), fra i ponti sull'Imele e il torrente Rafia con l'incastellamento di Ponte sul colle detto “Castello” o “Monticello” sopra la Stazione Ferroviaria di Cappelle dove era anche la chiesa di S. Felice in Monticello (Grossi 1990b, 124-127). I fragili equilibri raggiunti in età normanno-sveva per l'area presa in esame sono annullati dalla tragica sconfitta dell'ultimo esponente degli Hohenstaufen, Corradino di Svevia, per opera di Carlo I d'Angiò il 23 agosto del 1268 nei Piani Palentini presso il feudo di Ponte e Scurcola Marsicana. Ricordata con l'errato nome di “Battaglia di Tagliacozzo” per la citazione dantesca, il cruento scontro dei Piani Palentini portò gli Angioini francesi ad occupare il Regno di Sicilia scegliendo come capitale Napoli. Le ripercussioni sull'assetto dell'area furono notevoli: la sede comitale di Albe fu distrutta insieme al vicino castello di Pietraquaria, visto l'appoggio a Corradino; Celano fu tolta ai Conti di Celano eredi dei vecchi Conti dei Marsi. Solo i feudatari del Carseolano, Tagliacozzo e parte dei Piani Palentini, i De Pontibus, ebbero spazio di autonomia vista la loro neutralità nel conflitto. Sappiamo, infatti, che nel 1268, Andrea De Ponte, signore di una parte di Tagliacozzo ed altri feudi marsicani, ebbe da Carlo I d'Angiò la possibilità di poter ricavare tributi dalle terre possedute nel limitrofo Stato della Chiesa. Lo stesso avvenne per Oderisio De Ponte che, nel 1269, ottenne l'esenzione per Scurcola Marsicana (suo feudo) del pagamento degli Augustali, un tributo annuale che si doveva al re per le spese di guerra (Brogi 1900, 230). La punizione per Albe fu tremenda, visto il vistoso e “rumoroso” apporto a Corradino, gran parte dell'abitato fu demolito come ben descritto da un cronista quasi coevo all'avvenimento, l'aquilano Antonio di Boezio, detto Buccio da Ranallo: « Quando quilli Todischi per campo se spaliaro / Lo re, non essendo in campo, sconficto se pensaro;/ Le laude de Corradino tutti quanti gridaro / Re Carlo quando seppero Albe fece guastare / Ca troppo foro presti, fecero ben pariare; / La ecclesia della Victoria in Marsi fece fare / Dellà dalle cappelle Francisci ce fece stare. » (DE Bartolomaeis 1907, an. 1252-1362, stanze 141-142). La stessa sorte toccò, probabilmente, all'incastellamento di Pietraquaria come giustamente intuito dal Brogi nel 1889, visto l'abbandono dell'abitato e delle sue chiese durante la seconda metà del ‘200. Da un antico Censuale, databile probabilmente al termine del ‘200 ed inizio del secolo successivo, si afferma che il Capitolo di S. Bartolomeo aveva diritti sulle rendite della « Ecclesia S. Mariae de Petracquaria », questo a riprova che i suoi abitanti erano ormai inseriti stabilmente nell'abitato di Avezzano (Brogi 1889). Anche Carlo I d'Angiò, dopo la vittoria, sosto nei pressi di Avezzano dal 25 agosto al 3 settembre del 1268, da dove compì i primi tre atti ufficiali del nuovo regno angioino di Sicilia e la famosa lettera inviata al papa Clemente IV la sera stessa della vittoria, in cui si fa esplicito riferimento alle condizioni di abitato aperto, villa, di Avezzano descritto durante la sua marcia di avvicinamento per i prati di Ovindoli, il lago Fucino, la villa di Avezzano, il colle vicino ad Albe ed i Piani Palentini: « de pratis Ovinuli secus lacus Fucini et villam Avezani » (Herde 1968, 75). Gli altri tre atti portano la data del 26 agosto, del 29 dello stesso mese ed infine del 1° settembre (Del Giudice 1869, II, 196-197). La crescente villa di Avezzano andava quindi a modificarsi per assumere successivamente l'aspetto di un borgo accentrato, un castrum. È possibile che la vecchia torre dei Conti dei Marsi era stata, nel corso del Duecento, racchiusa da un piccolo recinto esterno assumendo l'aspetto di una torre-cintata, presupposto per la sua trasformazione nel tempo a castello vero e proprio. È possibile che dopo il 1269, l'abitato, in ambiti più ristretti della recinzione trecentesca del vecchio centro storico, sia stato collegato con la torre-cintata con la creazione di una recinzione di forma trapezia irregolare. Dall'esame delle piante ottocentesche d'Avezzano è possibile ipotizzare, vista la diversità dell'impianto urbano posto a meridione della Via Centrale, l'esistenza di una recinzione costituita: a settentrione, dall'asse delle vie Corso Umberto I e Centrale; ad oriente, da via Vezzia ed a meridione da quella dedicata a Marcantonio Colonna su cui si apriva l'unica porta di S. Bartolomeo. Il nucleo centrale era, naturalmente, costituito dalla collegiata di S. Bartolomeo con la sua antistante piazza. Questo nuovo sviluppo urbano è segnalato anche dal miglioramento dell'apparato architettonico degli edifici ecclesistici, con l'iniziativa della scuola scultorea benedettina nel territorio avezzanese, con i bei portali romanici incorporati nella chiesa di S. Nicola, ed ora nel Museo Lapidario di Avezzano. Si tratta di portali della seconda metà del ‘200 provenienti, probabilmente, da una sola chiesa avezzanese e, nel Rinascimento, incorporati nella chiesuola di S. Nicola di Bari, « edificio di nessun interesse architettonico » a detta del Gavini, che era posta lungo l'attuale Via San Francesco. Il primo, di più raffinata fattura, è probabilmente quello dedicato alle donne, si presenta con la sua forma archivoltata, con piedritti laterali terminanti in capitelli floreali ed architrave decorato da un fregio di girali vegetali terminanti con due uccelli bezzicanti, fregio reso in maniera veristica. Il secondo, di dimensioni maggiori, tipico della “scuola marsicana” con le due lesene laterali scanalate e decorate, capitelli decorati a traforo su due ordini di foglie d'acanto. L'architrave presenta un fregio a grandi volute d'acanto portanti animali ed uomini. L'arco sovrastante è decorato da motivi a cassettonato con rosette e gigli di Francia, sulle formelle sporgenti sui fianchi, che permettono di datare il portale al periodo di Carlo I d'Angiò. Le affinità evidenti con il portale di S. Salvatore di Paterno e con il “Portale delle Donne” di Trasacco, portano il Gavini ad attribuirlo allo stesso maestro (Gavini 1927-28, I, 344-345). Il citato Carlo I d'Angiò, il 5 ottobre del 1273 ad Alife in Terra di Lavoro (CE), con un diploma aveva diviso il Giustizierato svevo dell'Aprutium in due parti, « citra » ed « ultra » con il fiume Pescara e le catene montuose del Gran Sasso e la Maiella che dividevano l'Abruzzo adriatico (Citra) da quello montano (Ultra). La Marsica con Avezzano, Castelnuovo, Paterno e la terra di Penna erano compresi nello “Giustizierato oltre il fiume Pescara”, retto dal giustiziere Egidio di San Liceto: « Die Jovis, quinto mensis octuobris IIe Indictionis apud Alifam de Mandato domini Regis. Jstiticiariatus Aprucij Divisus est in duas partes. Videlice a flumine Piscarie ultra factus est Justitiarius Egidius de sancto Liceto miles, cuius commissio inferius denotatur, … Karolus dei Gratia Rex Sicilie et,… Egidio de Sancto Liceto militi …de fide et legalitate tua confusi te Justitiariatus Aprutij ultra flumen Piscariae, cum Aquila, Amatricio et Monte Regali… Nomina vero terrarum Justiciariatus ipsius sun hec videlicet: Ortona cum Carreto. Asclum. Sanctum Sebastianus. Speronasinum. Licium. Vicum. Castulum. Archipetra. Venere Civitas Marsie. Piscina cum casalis comites Acerrarum. Forchi. Turris Passarum. Agellum. Pazanum. Sanctus Petitus. Sancta Eugenia. Ovinolum. Rocca de Medio. Paternum. Castellum novum. Alba cum Capella. Avezzanum. la Penna. Lucis. Trasaque. Carcium cum villis. Toranum. Vallis Sorana. Civitas Antine. Castellum novum. Leonum. Balianum. Morreum. Rocca de Vivo. Rendinaria. Meta. Civitella. Castrum.Capranica. Pesclum Canale. Capistrellum et Califanum [leggi: Collefridium]. Moranum. Castrum de Flumine. Girofalcum. Curcumellum. Petra de Vernula. Cappadocium. Bonapanum [leggi: Marrunpanum]. Auricula. Rocca de Cerro. Intermontes. Altum Sancte Marie. Castellum vetus et Scanzanum. Sanctus Donatus. Tigularium [leggi: Tibularium]. Podium Sanctus Michael. Tallacocium [leggi: Talliacocium]. Maranum. ... Rocca de Cerro et Collis longus. Pontes. Sculcula cum casalibus. Tufum. Celle. Petra sicca. Podium Siginolfi. Berreche [leggi: Verrecle]… Civitas Carsoli. Rocca de Iabucco [leggi: Rocca de Bucte]. Pruncia. Piretum. Baurum [leggi: Varrum]. » (Faraglia 1892, 75-76). Nel 1277 lo stesso angioino concesse ai suoi monaci cistercensi di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana la pesca, Jus Piscandi, su tutto il lago Fucino, un vasto territorio agrario intorno alla badia (la “Cardosa”) ed i proventi del passo o “baliva” di Civitella-Capistrello. Negli anni successivi i monaci cistercensi riuscirono ad avere possesso dei feudi di Corcumello, Gioia, Lecce, Vico, Templo, Montagnano, Corcumello e la pieve di S. Nicola di Cappelle, oltre ad altre numerose chiese, fondi e relativi diritti (Brogi 1900, 224). In questi primi anni di dominio angioino del nuovo Regno di Napoli, la contea albense era retta da prima dai Tuzziaco o Dussiaco e poi infine dalla contessa Filippa, che la tenne dal 1252 al 1308. Con questa contessa abbiamo i primi seri conflitti fra i Conti di Albe con i monaci cistercensi di Scurcola, soprattutto per il loro Jus Piscandi su tutto il lago Fucino. La stessa Filippa, sul finire del ‘200, armato un galeone (una piccola nave) perseguitava i pescatori badiali per tutte le girate del Lago: solo dietro un duro intervento di Carlo II d'Angiò fu costretta a desistere dalla sua violenza e riconoscere il diritto dei monaci di pescare e di fidare « in lacu Fucini in basso, in alto et in ripis » (Brogi 1900, 254-255). Morta Filippa la contea albense passò alla Regia Camera ed alla Casa Reale diventando sede della Corte baronale albense; successivamente, nel 1343, per testamento di Roberto d'Angiò, fu affidata a Maria di Durazzo. Probabilmente sotto questa contessa Avezzano divenne un vero e proprio abitato accentrato e circondato da una regolare ed ampliata recinzione muraria dotata di torrette rompitratta e tre porte (“Porta S. Francesco, “Porta S. Bartolomeo” e “Porta S. Felice” detta poi, nel secolo XVI, “S. Rocco”). Di questa evoluzione urbanistica del castrum Avezzani abbiamo una chiara testimonianza per l'anno 1333, negli Annali del Monaldeschi, manoscritto trecentesco conservato nel ‘700 nella “Biblioteca Moralda” in Roma. Sappiamo, infatti, che: « Ianni Caffariello fe costione, & uccise Ianni delli Iudice e se ne fuio allo Regno, e no piezzo stava ad'Albe dalli Capocci, e no piezzo stava a Lugo dalli Vangelisti, & una buona parte fecero certe case a no loco, e si chiamavo Avezano, che chisto ce lo pigliro li più ricchi e nobeli …» (Corsignani 1738, Ia, 379-380). È evidente l'opera del Caffarielo con i suoi amici Capocci di Albe e gli Evangelisti di Luco nella costruzione di case nobili nel nuovo castrum avezzanese: infatti, le acquistarono ricchi e nobili avezzanesi. Le trasformazioni architettoniche dovettero, probabilmente, interessare la torre-cintata duecentesca, dotata (forse) di apparato a sporgere, era stata trasformata, assumendo l'aspetto di un castello medievale con recinto quadrato dotato di torrette “a scudo” angolari, torre-mastio laterale collegata con la recinzione; il tutto rafforzato da una solida scarpatura esterna. Lo stesso portale ad arco ogivale, riportato alla luce nei restauri degli anni ‘60 e '70 del Novecento, dovette essere stato realizzato nel corso del ‘300. È certo che da questo momento l'antica villa era ormai avviata a diventare il centro egemone della contea albense e della Marsica occidentale, grazie alla crisi di Albe e all'abbandono della vecchia sede incastellata di Pietraquaria. La posizione geografica di Avezzano, a capo di un complesso sistema viario legato all'antica Via Valeria ed alla via perimetrale lacustre, dovette accrescere la sua potenzialità commerciale, vista la concessione ad Avezzano, nel 1337 da parte di Roberto d'Angiò, di ben due fiere che si svolgevano nel giorno di sabato sullo spazio antistante la pieve di S. Andrea alle Vicenne, nelle vicinanze del lago: quella di S. Giorgio in aprile e quella di S. Giovanni Battista in giugno. In precedenza, nel 1332, Carlo II d'Angiò aveva riconfermato alla pieve di S. Bartolomeo, del titolo di “Cappella Regia” (Antinori, Annali, XI, 318, 400). La consistenza socio-economica ed ecclesiastica dell'abitato è tale da portare il Vescovo dei Marsi Tommaso Pucci a dimorare in Avezzano nel 1363 con la sua diretta conferma dei privilegi alla Collegiata di S. Bartolomeo (Antinori, Annali, XII, 267). Lo stesso motivo deve aver favorito l'arrivo dei Francescani nel crescente castrum con l'edificazione, durante la metà del ‘300, della chiesa di S. Francesco nelle vicinanze del Castello, lungo la vecchia “Via Consolare” Alba Fucense-Angizia (Antinori, Annali, XII, 99). La nuova consistenza politica e sociale del novello borgo fortificato è evidente nella struttura pievana con le numerose cappelle sparse nel territorio, evidenziata nello studio delle decime vaticane e diocesane del ‘300. Nei documenti vaticani e della Diocesi dei Marsi relativi al pagamento delle Decime sono ormai numerose le sue chiese e le relative rendite. Nelle decime vaticane del 1308, relative alla « Diocesi Marsicana », si fa riferimento alle chiese di Avezzano e di Paterno: « 360. Prepositus S. Salvatoris de Paterno solvit tar. XII.; …, 369. Ecclesia S. Laurencii de Vico solvit gr. XV./ 370. Clerici castri de Aczano [leggi: Avezzano] solverunt tar. VIII./ 371. Ecclesia S. Andree solvit tar. VIII./ 372. Ecclesia S. Iohannis et S. Symeonis solvit III½./ 373. Ecclesia S. Nicolai solvit tar. III et gr. II./ 374. Ecclesia S. Trinitatis et S. Angeli solvit tar. II½./ 375. Ecclesia S. Leopardi [leggi: S. Leonardi] de Avezano solvit tar. VII½. » (Sella 1936, 21-22).La chiesa di S. Salvatore di Paterno risulta essere retta ancora da un Preposto cassinese, e dai sui pagamenti, ben XII tar(eni). (monete) in argento, è evidente la sua ricchezza terriera. La chiesa di S. Lorenzo in Vico, vecchio possesso della Prepositura cassinese di S. Maria di Luco, è ora inserita nel feudo di Avezzano e pagò XV grana (monete minori). I sacerdoti del castrum di Avezzano con la loro chiesa castrale, e pieve, di S. Bartolomeo, pagarono VIII tarini; la stessa tassazione è relativa alla pieve di S. Andrea alle Vicenne. Seguono poi le chiese minori di S. Giovanni e S. Simeone, S. Nicola, la SS. Trinità e S. Angelo, ed infine quella di S. Leonardo che dimostra una maggiore ricchezza con il pagamento di ben VII½ tarini.Dalla successiva Decima dell'anno 1324 Avezzano diventa una delle sedi di pagamento delle decime con le sue numerose chiese: « De Avez(z)ano: 960. Ecclesia S. Andree./ 961. Ecclesia S. Pauli./ 962. Ecclesia S. Leonardi./ 963. Ecclesia S. Bartholomei./ 964. Ecclesia S. Nicolai./ 965. Ecclesia S. Marie./ 966. Ecclesia S. Trinitatis./ 967. Ecclesia S. Symeonis./ 968. Ecclesia S. Stefani./ 969. Ecclesia S. Sebastiani. » (Sella 1936, 53-54). A queste chiese inserite nel feudo di Avezzano sono da aggiungere le chiese benedettine e secolari dello stesso territorio e frazioni vicine, come: S. Laurenti de Paterno e S. Salvatoris de Paterno, che, per le riscossioni, sono attribuite alla chiesa benedettina di S. Donato di Tagliacozzo (Idem, 48); la chiesa di S. Maria de Vico, cappella dipendente della chiesa di S. Vincenzo di Penna di Luco dei Marsi (Idem, 35); le chiese di S. Marie de Cissis [ leggi: Cesis] e S. Marie del Monte de Avezzano (Pietraquaria) (Idem, 48). Di queste chiese conosciamo i nomi dei sacerdoti e preposti, come: il preposto benedettino di S. Salvatore di Paterno Nicolaus che, il 3 aprile nella chiesa di S. Bartolomeo di Avezzano, pagò per se e la sua chiesa la somma di 12 tarini in argento; nello stesso luogo e data, l'abate cassinese Franciscus della chiesa di S. Lorenzo di Paterno, pagò per se e per il clero dipendente, la somma di quattro tarini in argento (Idem, 34, nn. 631, 363); lo stesso fece il rettore Berardus Bartholomeus di S. Nicola di Avezzano, che pagò per la chiesa la somma di tre tarini in argento (Idem, 34, n. 638); lo stesso fece l'abate Petrus della pieve di S. Vincenzo di Penna che pagò per se, la sua chiesa e « dependentiis et cappella sua S. Maria de Vico et clericis predictarum ecclesiarum », la somma di nove tarini in argento (Idem, 35, n. 643). Non conosciamo il nome dell'abate di S. Andrea di Avezzano che, nello stesso luogo, pagò per « ipsa ecclesia et clericis dicte ecclesie », la somma di otto tarini in argento (Idem, 37 n. 654). Nel giorno 16 dello stesso mese di Aprile, nel luogo già citato, l'abate di « S. Bartholomei de Avezzano », pagò per se, per la chiesa « et clericis suis » la somma di un'oncia d'argento (Idem, 44, n. 714). In luogo diverso, a Rocca di Mezzo e nello stesso giorno, i rettori « dompnus Nicolaus et dompnus Berardus » della chiesa di S. Leonardo di Avezzano, pagarono per se e per la loro chiesa, la somma di sei tarini in argento (Sella 1936, 44, n. 715). In totale, quindi, le chiese attestate in territorio avezzanese sono 15 a cui bisogna aggiungere altre cappelle dipendenti, non comprese nell'elenco, ma, forse, comprese nelle tassazioni delle pievi: le altre chiese di Paterno, S. Giorgio, S. Sosio e S. Onofrio; la chiesa di S. Pancrazio di Castelnuovo. Dal calcolo delle somme pagate appare evidente la supremazia della chiesa cassinese di S. Salvatore di Paterno e delle due pievi avezzanesi di S. Andrea alle Vicenne e S. Bartolomeo sita nell'interno del castrum. Ma un altro documento della seconda metà del trecento, conservato nell'Archivio Diocesano dei Marsi di Avezzano, relativo ad un registro delle decime in natura da versare al Vescovo dei Marsi, ci permette di conoscere l'ambiente economico a cui faceva riferimento il numeroso clero locale. Oltre a confermare le rendite in denaro, o once in argento, già presenti nei documenti vaticani, vi sono anche numerosi riferimenti alle rendite in natura. In occasione dei pagamenti per la Vicaria de Medio della Diocesi, troviamo: « Primus iure procurationum dictae Vicariae », « Ab ecclesia Sancti Salvatores de Paterno - auri florenos .III. / Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna - in argento unciam .I. / Ab ecclesia Sancti Bartholomei de Avezzano – in argento unciam unam. / Ab ecclesia Sancti Andrei de Avezzano – in argento unciam unam./ …, Ab ecclesia Sancti Vincentii de Penna – unciam unam in argento (ADM, A2, ff. 7r.-7v.). « Consuentum caritativum subsidius praedictae Vicariae »: « Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna – auri tarenos quinque. /…, Ab ecclesis de Penna – auri florenum unum./ Ab ecclesis de Avezzano – auri florenos tres. » (Idem, ff. 7v.-8r.). « Hec sunt debita sine census ecclesiarum ipsius Vicarie: in festo Sanctae Sabinae », « Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna – pro porco auri florenum unum et pro vigenti piczis solidos decem. / Ab ecclesia Sancti Salvatoris de Paterno – solidos sex./, Ab ecclesia Sancti Vincenti de Penna – auri florenum unum pro porco et pro vigenti piczis solidos decem./Ab ecclesia Sancti Andrei de Ave(z)zano – pro porco uno auri florenum unum. » (Idem, ff. 8r.-8v). « In festo Nativitatis Domini », « Ab ecclesia Sancti Laurentij in Cuna – prosuctorum par unum et pro quatuor tortulis solidos duos. / Ab ecclesia Sancti Andrei in Avez(z)ano – presuctorum par unum et pro quatuor tortulis solidos duos./…, Ab ecclesia Sancti Vincentii de Penna – presuctorum par unum et pro duodecim piczis solidos sex. » (Idem, ff. 8v-9r.). « In festo Pasce Maiori », « Ab ecclesia Sancti Laurentii de Cuna – pro agno et duobus tortalis solidos quinque./…, Abecclesia Sancti Vincentii de Penna – pro duodecim et uno agno solidos novem./ Ab ecclesia Sancti Andrei de Avezzano – pro duobus tortalis et uno agno solidos quinque. » (Idem, f. 9v.). « Iura decimarum victualium debet grani ordei secinae et annona dictae Vicariae », « In primo in Paterno: Ecclesia Sancti Salvatoris – grani quartaria .III./ Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna – grani quartaria .XII./ …, In Penna: Ab ecclesia Sancti Vincentij – grani quartaria unum./ In Avez(z)ano: Ab ecclesia Sancti Andrei – grani quartaria duo et cuppas sex./ Ab ecclesia Sancti Bartholomei – grani quartaria duo et cuppa sex. » (Idem, ff. 10r-11r.). « Debita grani et annonae in praedictae Vicariae./ In Avezzano:/ Ab ecclesia Sancti Bartholomei – grani quartarium unum et cuppas octo./ Et de annona – (q) uartarium unum et cuppas octo./ Ab ecclesia Sancti Callisti – grani quartarium unum. » (Idem, f. 11r.). « Grani provisionis dictae Vicariae. In primis / Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna – grani coppas quatuor./..., (Unam coppam antiquam que reducta ad communem mensuram ipsius comitatus Albae quartarium antiquam cuppas et redducit ad novem cuppas communis mensurae comitatus.)/…, Ab ecclesia Sancti Vincentij de Penna – grani cuppas .II./ Ab ecclesia Sancti Andrei de Avez(z)ano – grani cuppas .III. » (ADM, A2, ff. 11v.-12r.). Come abbiamo già visto le chiese più importanti sono le pievi avezzanesi di S. Bartolomeo e S. Andrea, la chiesa di S. Salvatore di Paterno e la pieve di S. Vincenzo di Penna in territorio di Luco dei Marsi: da notare in questi documenti la prima citazione della chiesa avezzanese di S. Callisto. L'economia che traspare dalle rendite in natura è quella agricola (con un modesto apporto di allevamento animale), testimoniata dalla citazione delle “coppe” di grano (cuppas), dei maiali (porci) e relativi prosciutti (prosuctorum), delle pagnotte di granturco condite con olio ed affini (tortulis), pizze di granturco condite con miele (piczis) ed infine gli agnelli per il periodo pasquale (agnos). Dall'insieme pare evidente l'esistenza nel territorio avezzanese, nella seconda metà del ‘300, della piccola proprietà contadina associata ad una modesta attività transumante locale di tipo “verticale” (dal piano al monte). Nel frattempo il Regno di Napoli fu interessato da una nuova guerra legata alla successione di Giovanna I di Durazzo del 1343, successione che portò a gravi conflitti fra la stessa e il re Luigi d'Ungheria perché Giovanna aveva, probabilmente, fatto uccidere suo marito Andrea, fratello di Luigi. Gli scontri fra le truppe angioine ed ungheresi avvennero in Abruzzo e portarono allo stremo gli insediamenti abruzzesi soprattutto per opera delle compagnie di ventura capitanate dai più feroci condottieri del tempo: ricordiamo in particolare il sacco d'Avezzano del 1363, organizzato da Francesco del Balzo, duca d'Andria, ma attuato dai dodicimila scorridori della compagnia di ventura dell'Ambrogino (Brogi 1900, 256-257). La distruzione e il saccheggio del nascente borgo fortificato fu tale da essere immortalata nella già citata cronaca dell'aquilano Antonio di Boezio, detto Buccio di Ranallo: « Ma Laidu saccu in Avezzano per illi fatto fone. / Non se ne n'accorse nullo quanno nella terra entraro, / Fierovi molto male e tutto derubaro. » (De Bartolomaeis 1907, an. 1363-1382, stanze 252-253). A quest'episodio, e non alla peste come sostenuto erroneamente da molti, sono da collegare le morti di Roberto Carafio, milite di Capua, e Ugo Giovanni, probabilmente un giudice del contado ed un governatore della contea albense, documentate dalle due tombe poste nella sagrestia della chiesa di S. Francesco. La prima aveva una lastra tombale raffigurante uomo con cappa corta, collana d'ordine militare, spada, ai lati lo stemma gentilizio consistente in due fasce orizzontali sormontate da un rastrello e lungo le fasce perimetrali della lastra l'iscrizione: Hic jacet Domnus Robertus Carafius de Capua Miles A.D. 1363 …. La seconda una lastra con raffigurazione di uomo con mantello talare e guanti, stemma gentilizio raffigurante sei monti sovrastati da due rose e l'iscrizione: A.D. 1363. Hic jacet Hugius Iohannes De Pro …(Brogi 1900, 273-274). Le due lastre tombali sono ora nel Museo Civico Lapidario. A tali distruzioni si aggiunse, gia dal 1348, la prima gran peste dell'Aprutium con l'apparizione dei tipici “bubboni”, epidemia che falcidiò interi villaggi: la stessa Aquila perdette ben due terzi della popolazione. Alla peste si aggiunse, nel 1349, anche un terremoto di cui però non conosciamo gli effetti reali sui tessuti urbanistici degli insediamenti del territorio avezzanese, ma, dal Febonio, sappiamo che fece crollare molte case e la stessa chiesa collegiata di S. Bartolomeo (Phoebonius 1668, III, 145). Allo stesso terremoto si devono anche danni alla nuova chiesa di S. Francesco, che risulta essere stata restaurata nel 1355 (Antinori, Annali, XII, 99). La seconda metà del Trecento, vede dunque Avezzano in piena espansione urbanistica e territoriale, come si evince dal considerevole aumento delle chiese, degli edifici civili e privati del castrum e dalle prime contese con i vicini feudi per la definizione dei confini. Sono, infatti, due documenti del 1371 e 1372 che c'illustrano i primi conflitti con i feudi vicini. Il primo è della regina Giovanna di Durazzo, contessa di Albe, che confermò a Napoli il 15 ottobre del 1372 il precedente condono di sua madre, Maria di Durazzo contessa di Albe, del 22 dicembre del 1360, alla comunità avezzanese del pagamento di quattro once d'oro per le tasse relative al territorio del « Castrum quod dicitur, la Penna », tassazioni troppo onerose per la Universitas di Avezzano, poiché doveva accollarsi anche altri pagamenti. Nel documento sono citati i sindaci di Avezzano patrocinatori della supplica, « Cicci, & Mucius Venturae de Avezzano », mentre dell'abitato di Penna viene detto che, in un tempo lontano di cui non c'è memoria, per causa dei miasmi delle acque del lago Fucino, per il gran numero dei serpenti e per i frequenti allagamenti del lago, si era totalmente svuotato di abitanti: « lacus Fucini, tùm propter infectione aeris, tùm etiam propter Serpentum multituidi nem, & abundantiam aquae lacus prefati extinctis fuis Incolsi omnibus derelictum, & totaliter inhabitatum » (Phoebonius 1668, III, 135). In realtà il vecchio insediamento di Luco, detto a partire dalla seconda metà del ‘200 Penna, era stato già abbandonato dal 1154 o decennio successivo, a causa delle serpi, di una o più possibili inondazioni del Lago, ma più probabilmente per le nuove esigenze economiche legate alla coltivazione dei campi della Valle Transaquana, esigenze che avevano portato la gente luchese a trasferirsi presso la torre-cintata del poggio roccioso dove si svilupperà il Casale de Luco duecentesco, l'attuale centro storico del paese (Antinori, Ann., VII, 505-506). Riguardo alla numerosa presenza di serpenti sulle rive del lago (bisce acquatiche = hidriae) c'è di aiuto il Febonio che le descrive intorno al lago e soprattutto alle falde del Monte Penna, moltitudini di serpi che nella buona stagione sostavano attorcigliate sulle rocce presenti sui limiti lacustri, emanando un forte fetore che spesso erano causa di malattie per le persone che stazionavano nel luogo: « In partibus, quae circa Fucini lacum, & in radicibus montis Pinnae praecipuè tanta adest Serpentum copia, ut aestivo calore ex monte ad aquas discendere, & glomerati velut vitium faciculi in faxis, lacusque scopulis confidere inspiciantur; & quanquam veneno careant, habent tamènfaetorem adeò lethalem, ut veneno possit possit aequiparari. » (Phoebonius 1668, I, 6). Eccezionale è anche la descrizione del viaggiatore inglese Richard Keppel Craven dell'assalto degli stessi serpenti alla sua barca durante la visita all'inghiottitoio naturale della Petogna, sotto il Monte Penna, nell'estate del 1835. Lo stesso descrive l'esistenza di due Petogne, una del tipo ad assorbimento di strati di ghiaia, più vicino all'Incile, mentre dell'altro posto sotto i ruderi della chiesa di S. Vincenzo in Penna, dice: trad. ital = « Un poco più vicino a Luco si dice che esista un altro uguale emissario naturale, che è pero celato da un cumulo di rocce che si protendono nell'acqua. Il rumore che trasmette è comunque udibile ad una certa distanza. Quando lo visitai, il luogo era reso più caratteristico da innumerevoli moltitudini di serpenti che sulle pietre crogiolavano al sole: essi si tuffavano nell'acqua man mano che ci approssimavamo e si potevano vedere nuotare sotto la superficie intorno alla nostra barca, mentre le lingue vi dardeggiavano contro esibendo tutta la loro aggressiva violenza. Era impossibile non sovvenirsi delle tradizioni relative ai magici poteri degli antichi Marsi ed agli innumerevoli rettili che si voleva vivessero sul loro territorio.» (Craven 1837, 97). La descrizione dei sindaci avezzanesi era quindi realmente legata alla paura della comunità verso le serpi che dominavano l'ex territorio pennese. Un secondo documento del 1371, ancora conservato, in una copia quattrocentesca, nell'Archivio Storico del Comune di Avezzano (Serie Pergamene, n. 2), viene redatto dall'allora Conte di Albe Ludovico di Navarra, nipote di Carlo II d'Angiò e zio della regina Maria, « in Castrum Novun Malliani, in platea publica », per la delimitazione delle aree di pascolo e di legnatico fra Avezzano ed Albe. Vengono citati come confine il Monte Pafnj, il Monte Bulgari e Peschio Cervaro con la sua Valle sul versante di Paterno; il Monte Terrentino (Colle degli Stabbi) e la Valle Pandulfa, verso Cappelle ed i piani del Cretaro e di S. Leonardo in mezzo: « de Monte Terrentinj, .., a dicta Valle Pandulfa rectam lineam, …, usque Cretaria Avezani, …, usque Piani sancti Leonardi., …, Paterni, .., in Monte Pafnj et Monte Bulgari & Peschia Corbaria loro valle »; sappiamo inoltre che oltre il Monte Terrentino erano i monti di « Penna, Luci, et Transaquas » (Brogi 1900, 258). Si ritrovano qui i nomi che compaiono, insieme ad altri, nuovamente in una pianta del 1715 allegata alla vertenza, fra l'università di Cappelle e il Capitolo di S. Bartolomeo di Avezzano, circa il possesso della “selva di S. Bartolomeo” situata in località Cesolino: Valle Pandulfa, Piano di Cesolino, Via (S.) Felice, Via Romana seu Salara (l'antica Via Valeria), Peschi Corbary, S. Pelino, Paterno, località su cui passava in confine retto (Valle Pandulfa di Monte Cimarani - Peschio Cervaro di S. Pelino) fra Avezzano, Cappelle ed Albe (ADM, C/517; Melchiorre 1990, 170 n. 31, 177 ). Il 1381 vede l'arrivo ad Avezzano del marito di Giovanna di Durazzo, Roberto d'Artois duca di Durazzo, che in visita alla contea della moglie, confermò privilegi ed immunità all'avezzanese « Masius Andreas Mancini de Avezzano nostri domesticus familiaris » (ASCA, Serie Pergamene, n. 4). Al fedele “confidente” avezzanese Masio Andrea Mancini i privilegi e relative immunità, erano state concesse in precedenza dalla moglie, ma le sue azioni si erano rivelate scomode alla locale comunità che, in occasione della visita del duca, presentò un regolare reclamo al fine di ottenere la fine delle concessioni; il d'Artois si guardò bene dall'irritare la moglie e dall'alienarsi i servizi del fedele e « familiare domestico », perciò le riconfermò (Brogi 1900, 259). Atro importante elemento per la comprensione della vita “cittadina” avezzanese nella seconda metà del Trecento sono gli « Statuta Universitas dicte Terrae Avezanij », ovvero l'insieme di leggi che governavano la comunità di Avezzano, concessi da un feudatario dell'epoca ed ora conservati nell'Archivio Storico del Comune di Avezzano (Serie Pergamene, n. 1. Di Domenico 1996). L' allora Universitas era retta da quattro Massari (sindaci), coadiuvati dai Baiuli (gendarmi), Giurati e Confidenti (aiutanti dei Baiuli), Catapani (controllori di pesi e misure) e Giudici (per le liti civili): i Massari e Giudici erano eletti dal popolo con un publico Conseglio e confermati dal Barone; gli altri venivano invece nominati dai Massari. Le informazioni che si possono dedurre da essi sono notevoli e si sommano a le già studiate strutture ecclesiali: rimane sostanzialmente valida la vocazione agricola della comunità avezzanese, già evidenziata, con apporti della pesca e dell'allevamento capro-ovino. Le informazioni sul territorio e forma urbana sono consistenti: viene citato il palentino casale di “S. Basilio”, i castagneti di “S. Bartolomeo” (di Caruscino) e di “Cese”, la “Costa di Subignano”, i monti dalla “Fossa di Roccia” sino al “Beato Silvestro” di Cima Grande (Cimarani), il “Peschio di Castel Vecchio” di Pietraquaria, la “Porta di S. Bartolomeo” da dove si andava per la località “Puzzillo fino alla “via Antica”, la “via di S. Stefano”, la “via Vetere” che conduce al lago Fucino, i molini di “Santo Stefano” e “S. Bartolomeo di Trisulti”, ecc. (Di Domenico 1996, 167-265). Riguardo alla datazione degli Statuti in età federiciana (XIII secolo), proposta recentemente dall'amico Mario Di Domenico, in base alla citazione della monetazione degli Augustali negli stessi, monete abolite nel 1266 dal vincitore francese Carlo I d'Angiò (Di Domenico 1996, 21-25), ritengo che non sia proponibile per diversi fattori in seguito elencati. 1. L'uso del termine monetale è documentato ben oltre il 1266: nella concessione ad Oderisio De Ponte che, nel 1269, ottenne l'esenzione per Scurcola Marsicana (suo feudo) del pagamento degli Augustali, un tributo annuale che si doveva al re per le spese di guerra (Brogi 1900, 230 ; Reg. Ang., XV, 74 n. 52). Nelle decime che l'abbazia cistercense di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana doveva al Vescovo dei Marsi durante la seconda metà del Trecento, è espressamente citato l'uso di tale moneta « Debita redditus et census que regale Monasterii Sancte Mariae de Victoriae ordinem Cistercensij Diocesi Marsicanae…, Item pro ecclesia Sancti Nicolai de Cappelle nomine census anno quolibet in festo omniunque sanctorum augustalem unum et quartarium montuariorum ed decimarum. » (ADM, A2, f. 9v.). 2. La citazione negli Statuti dei ruderi del castello-recinto di Pietraquaria col nome di « pesculu castri veterj », ovvero “Peschio di Castel Vecchio”, posto sopra il casale di S. Basilio (fl. 13 r.: [131] ): il termine usato documenta uno stato di abbandono lontano tanto da mettere in obblio il termine di castellum o castrum, per il più “moderno” Castel Vecchio di cui non si ricorda il nome. Apparirebbe strano che a metà del duecento il feudo e castellum di Pietraquaria fosse da tanto abbandonato vista la sua vitalità, documentata dal 1156 al 1188 ed oltre, fino alla probabile distruzione angioina del 1268. 3. La consistenza dell'abitato con le sue mura, le porte, le piazze, il molino di S. Bartolomeo di Trisulti (fl. 14 r.: [144]), tutto parla di un abitato fortemente accentrato in pianura che difficilmente poteva esistere, in queste forme, durante la metà del Duecento. Ritengo dunque valida la datazione assegnata dal Brogi agli Statuti, la seconda metà del Trecento avanzata: non a caso la prima conferma datata degli stessi Statuti è del 1434 sotto Edoardo Colonna; le altre, non datate, sono invece attribuibili al periodo « quando la contea era tenuta dai Reali di Napoli e in difetto dalla Camera; cioè, entro gli anni 1309 e 1414.» (Brogi 1900, 274-279). L'inizio del XV secolo vede nuovamente riaccendersi i conflitti fra gli abitanti di Avezzano e Luco per il possesso della terra di Penna. L'Universitàs di Avezzano tornò alla carica chiedendo a Margherita regina d'Ungheria, nuova Contessa di Albe, che il territorio di Penna fosse assegnato ad Avezzano ed escluso ai Luchesi. Margherita con un documento dato in Salerno il 1 giugno del 1404, assegnò la proprietà del « Territorio Pennae » ad Avezzano, ma lasciò gli usi civici (legnare, pascolare ed utilizzare l'acqua per gli animali) ai Luchesi su tutto il territorio fino al monte “Tarentino” (Colle degli Stabbi): « & homines dictae Terrae nostre Luci habent, & habere debent ius sumenti pascua, & aquas cum eorum animalibus in dicto territorio Terrae Pennae, & similitèr habere commoditates eiusdem pascua sumendi, & ligna etiam incidendi im Monte Tarentino libere » (Phoebonius 1668, III, 135-136). Nonostante questa concessione, i problemi per la definizione sui confini si trascinò fino all'età contemporanea. La Collegiata di S. Maria di Luco rimase infatti proprietaria di gra parte del territorio dell'ex Penna, dai resti di Anxa-Angitia fino all'Incile. Le conferme alla stessa chiesa luchese si estesero per tutta l'età moderna fino al risolutivo Regio Decreto del 1747 e, in età contemporanea, alle decisioni prese durante il regno di Giacchino Murat. Il 19 dicembre del 1811 a Chieti, ad opera del « Cavaliere Giuseppe De Thomasis Relatore al Consiglio di Stato e Commissario del Re per la Divisione de' Demani » fu redatto l'accordo fra il « Comune di Luco della Provincia dell'Aquila, e il Clero della Madonna delle Grazie dell'istesso Comune » per la cessione di gran parte della proprietà ecclesiastica al Demanio di Stato e quindi all'Amministrazione Comunale in base alle leggi del 2 agosto 1806, del 17 gennaio del 1810 e Reali Istruzioni del 10 marzo dello stesso anno. Alla chiesa rimase il territorio dal Vallone di S. Vincenzo fino ai confini storici con Avezzano e Capistrello. Alle proteste del Comune di Avezzano, che ancora accampava diritti ed usi civici sul territorio dell'ex Penna, il de Thomasis viste le prove presentate dei rappresentanti di Luco, dalla donazione del conte Berardo del 1074 al Regio Decreto del 1747, chiuse la questione con la dichiarazione che la pretesa avezzanese era sprovvista di prove e che « non esistono gli usi dedotti dal Comune di Avezzano » (ASA, 4). Il ‘400 vede i numerosi conflitti fra Orsini e Colonna per il possesso delle contee di Tagliacozzo ed Albe, conflitti terminati sul finire del secolo con la vittoria dei Colonna. La sede comitale d'Albe, cui Avezzano apparteneva, era ormai, come abbiamo già detto, in abbandono ed Avezzano, il più importante feudo della contea, diventava ormai la sede permanente dei nuovi feudatari laziali. Una contea allo sbando caratterizzata dai continui passaggi feudali a favore dei membri della famiglia reale di Napoli o addirittura devoluta direttamente alla Regia Camera (Brogi 1900, II, 252-324). L'elemento più considerevole della presenza diretta dei Colonna nella contea albense, era stata la politica filo-papale della regina di Napoli Giovanna II che, per ingraziarsi Martino V, nel 1414 assegnò la Contea d'Albe al suo nipote, Lorenzo Colonna. Dall'esame dei numerosi documenti dell'Archivio Orsini, conosciamo l'espansione della famiglia romana nel contado di Tagliacozzo ed Albe nel ‘400. Nel 1404, il 9 giugno, Margherita, madre del re di Napoli Ladislao, concedeva la contea di Albe a Giacomo Orsini per i servigi militari resi dallo stesso al figlio re (Colonna B. 1955, 199). Il giorno dopo, la stessa regina e “Contessa di Albe” Margherita, con due decreti condonava per un anno allo stesso Giacomo le tasse relative ai suoi feudi che dovevano contribuire alla pensione annua di trenta once d'oro dello stesso Orsini (Squilla 1966, 152). Nel frattempo il Regno di Napoli è interessato dalle lotte fra Aragonesi e Angioini che si conclusero nel 1443 con la conquista aragonese di Napoli ed il defenestramento di Renato d'Angiò, ultimo esponente angioino. Alfonso d'Aragona diventa re di un regno che comprendeva nuovamente anche la Sicilia con capitale a Napoli. La Marsica è divisa in due contee: quella di Celano con i Conti di Celano cui successero i Piccolomini e quella di Albe con gli Orsini. Lo stesso re aragonese iniziava in Aprutium la sistemazione della rete tratturale pastorale con l'istituzione nel 1447 della Dohana menae pecudum Apuliae (“Dogana della mena delle pecore in Puglia”), pur tuttavia Avezzano, ad esclusione di Paterno, rimase parzialmente esclusa dai tre tratturi alfonsini di Celano-Foggia, L'Aquila-Foggia, Pescasseroli-Candela. La rete tratturale più vicina ad Avezzano era quella di Celano-Foggia che iniziava dopo Paterno in territorio di Celano e da esso, utilizzando in parte la Via Valeria, arrivava a Foggia attraverso Sulmona e l'Altopiano delle Cinquemiglia (Colapietra 1972). Gli abitanti di Avezzano, seppur votati ad un collegamento geografico anche con i vicini pascoli laziali, utilizzarono anche loro il Regio Tratturo Celano-Foggia, come documentato dalla numerosa presenza di ovini, gia a partire dalla seconda metà del ‘300. A causa di queste guerre fra Aragonesi ed Angioini, la penetrazione colonnese in Aprutium fu in realtà molto movimentata e contrastata, sia a causa degli Orsini sia per alcuni reali di Napoli: nel 1427 i Colonna ebbero il possesso della Contea di Celano e di quella d'Albe con il deforme Edoardo Colonna, marito di Jacovella di Celano dal 1424; nel 1436 le due contee sono tolte ai Colonna dalla regina Isabella d'Aragona a favore del vecchio condottiero Giacomo Caldora, secondo marito di Jacovella; nel 1441 gli Orsini si impossessano delle contee di Tagliacozzo e d'Albe, tenendole per altri quindici anni. Complessivamente il quattrocento: « era stato uno dei più oscuri e travagliati per l'Italia meridionale, divenuta teatro delle contese franco-spagnole, contese nelle quali il ruolo del Pontefice e delle famiglie romane era sempre estremamente importante. Il conflitto tra gli Orsini e i Colonna per Albe e Tagliacozzo era stato in questo contesto ricco di colpi di scena e di rovesciamenti di fronti sino al definitivo successo dei Colonna, un successo dovuto tanto alla capacità dei condottieri di questa famiglia quanto a una serie di fortunate circostanze, come la volontà pacificatrice degli Aragonesi che nel 1495-96 avevano deciso di confermare al loro posto una gran parte dei baroni che erano stati fedeli a Carlo VIII, oppure la scelta di inizio ‘500 che aveva visto i Colonna schierarsi con gli Spagnoli e gli Orsini con i Francesi, scelta che aveva definitivamente premiato i Colonna, dal 1504 e per tre lunghi secoli signori di Albe e Tagliacozzo. » (Piccioni 1999, 38). Nell'ottica dei vari possessi della contea albense durante il ‘400 che interessarono il territorio di Avezzano, ricordiamo: il diploma del 21 febbraio del 1432 della “Concessione delle terre marsicane ad Eduardo Colonna”, in cui troviamo Avezzano fra i feudi della Contea d'albe: « Comitatum Celani …, Paternuum, …, comitatum Albe minus terras castra loca et fortilicia subscipta, videlicet …, Aveczanum » (Faraglia 1904, 368); l'Elenco dei feudi del Regno fatto compilare da Alfonso d'Aragona nel 1445, in cui Avezzano e Cese sono citati fra i possessi di Giovanni Antonio Orsini, Conte di Tagliacozzo e d'Albe: « Avezzanum, …, Cese » (Brogi 1900, 284); concessione di Ferrante d'Aragona del 20 marzo 1464 a favore di Napoleone e Roberto Orsini delle contee di Tagliacozzo ed Albe, delle baronie di Carsoli, del Corvaro e della terra di Paterno; nuova concessione del 20 giugno del 1484 dello stesso Ferrante a Virgilio Orsini ed al figlio Giangiacomo delle contee di Tagliacozzo e d'Albe, e delle baronie di Carsoli e del Corvaro comprese le rocche, fortilizi, terre, rendite, vassalli, salvi i diritti e le relative tasse da doversi al Regno di Napoli ed alla sua Curia. Nel mese di luglio dello stesso anno, lo stesso re aragonese concesse all'Orsini la pensione annua di 6000 ducati da ricavare dalla tassa del sale dovuta dai suoi feudi (Celletti 1963, 27, 34). Il 30 ottobre del 1426 abbiamo un documento che ci attesta il nome di due, delle tre porte, del castrum di Avezzano. Si tratta di una pergamena in cui è riportata, da parte di Leonardo di San Cristofaro de Griptis di Spoltore, per ordine del giudice delegato Giovanni di carapelle, una sentenza per la vertenza fra l'università di Avezzano e la chiesa collegiata di S. Bartolomeo, per il possesso di alcuni beni, case, locali e orti situati sulla sponda pubblica del Fucino, situati da “Porta S. Felice” sino a “Porta S. Francesco” (ADM, A/18). Probabilmente la Porta di S. Felice è riconoscibile nella successiva Porta di S. Rocco, sui cui si immetteva la “Via Albense” che portava ad Albe. La politica “armentaria” degli Orsini ed il loro dispotismo, non era ben accetto dai “terrazzani” (agricoltori) della contea albense; infatti, nel 1490 Gentile Orsini trasformò il vecchio castello angioino d'Avezzano in un'aggiornata ed efficiente rocca rinascimentale « seditiosis. exitium » (« a sterminio dei sediziosi ») al fine di controllare i rivoltosi agricoltori e pescatori avezzanesi che apertamente parteggiavano per i Colonna (Colapietra 1998, 40). L'iscrizione ancora presente sopra il portale gotico trecentesco del castello, murato successivamente dai Colonna, così recita: Gentilis.Virginius.Ursinus. cum.avitum./ ius.parum.succederet.bellic.virtutis./causa.relictum. a.maioribus.haeredium./ recup.auxitq. Xisti.IV.pont.max.copiis./ ter.victor.praefuit.in.Etruria. Latioq.et./ Gallia.exercitus. Ferdinandi.regis.Sicil./Imp.varios.motus. repressit.delevitq.remp.restituit.postq.bellor.felices. success.arcem.Aveani.seditiosis.exitium./ a.fundament.pos. MCCCCLXXXX. Il rifacimento del primitivo castello trecentesco in rocca rinascimentale a pianta quadrata con bastioni cilindrici sugli angolo sovrastanti i camminamenti merlati, è certamente opera del celebre architetto Francesco di Giorgio Martini, autore del Forte di S. Leo, che in quegli anni lavorava per gli Orsini, come sappiamo da alcune lettere dello stesso Virgilio Orsini (Santoro 1988, 135-136). Avezzano al termine del medioevo si presentava come un borgo ben accentrato con una “Via centrale” ed altre strade, il percorso perimetrale con supportici sulle mura dotate di torrioni angolari e rompitratta semicilindrici: sulle vie centrali, aperte sulle due piazze (“Centrale” e di “S. Bartolomeo”) le residenze signorili mostravano i loro arredi architettonici tardo-gotici composti da cornici marcapiano a decorazione floreale e diverse eleganti e raffinate finestrature, bifore o trifore, come si può ancora osservare nei superstiti disegni a matita dell'architetto Caracciolo del 1801, conservati nella Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte di Palazzo Venezia a Roma (BIASA, Collezione Lanciani; Grossi 1999b, 7). Sulle mura si aprivano tre porte: Porta S. Francisci verso il Castello, l'Aia pubblica e la chiesa di S. Francesco; la più antica Porta Sancti Bartholomaei aperta verso la pieve di S. Andrea e le rive fucensi; la Porta Sancti Felici in direzione delle strade che portavano ad Albe e Paterno. La consistenza delle fortificazioni di Avezzano ci è offerta da una serigrafia di Fedele De Bernardinis del 1791 in cui sono ben evidenziati i torrioni angolari con apparato a sporgere, quelli affiancati alla Porta di S. Bartolomeo, le mura dotate di merlature e la risega della Porta di S. Francesco (APSB; Teresa Cucchiari 1999, retro cop. e 5): le misure evidenti di un torrione sono, inoltre, presenti in una pianta del 1921 relativa al Monastero di S. Caterina di Avezzano, in cui il torrione aveva il diametro esterno di 6 metri (Avezzano 1998, 50, fig. 14). Le mura di Avezzano furono definitivamente demolite nel 1843 per ordinanza del Decurionato del 26 Marzo dello stesso anno (ASCA, Libro delibere Decurionato 1834/1846, p. 51). Al quattrocento si devono i miglioramenti degli arredi ecclesiastici delle chiese di Cese e Penna con la realizzazione delle pale d'altare dedicate alla Madonna, a S. Maria di Cese ed a S. Vincenzo di Penna, ad opera del famoso pittore Andrea de Litio, autore del ciclo di affreschi del Coro di Atri, e di altro artista della sua scuola. La prima, detta “Madonna di Cese”, realizzata a tempera su tavola, è ridotta ad un frammento relativo al solo volto aureolato ed è conservata nel Museo d'Arte Sacra della Marsica nel Castello Piccolomini di Celano. In origine la pala d'altare, raffigurante la Vergine in trono con Bambino, era parte integrante dell'arredo ecclesiastico della chiesa di S. Maria di Cese ed era collocata nell'altare centrale. Con il terremoto del 1915, la pala, rimasta sepolta fra le macerie del crollo della chiesa, si ridusse al solo frammento superiore (Di Domenico 1993, 171-183). Si presenta ora con il bel volto leggermente inclinato verso la sua destra con volto circondato da un aureola dorata con iscrizione (- Ave Maria gratia plena Dominus t(ecum)-) e tracce di trono decorato da motivi floreali. Gli studi di Ferdinando Bologna hanno permesso di attribuire il dipinto al periodo giovanile di uno dei più grandi pittori abruzzesi del Rinascimento, nativo di Lecce dei Marsi è detto Andrea de Leccio o Andrea de Litio, datandolo tra il 1439 e il 1442 (Bologna 1987, 1-27). La seconda, detta “S. Maria di Vico” o “di Penna”, ora conservata nella chiesa di S. Francesco d'Assisi di Avezzano, è realizzata con tela incollata su una tavola di cm 97×63. Datata alla metà del XV secolo, in origine era parte di un trittico conservato nella chiesa di S. Vincenzo di Penna che nel Cinquecento, probabilmente per furto, pervenne alla chiesa di S. Maria in Vico, luogo di culto in passato dipendente, come cappella, da S. Vincenzo di Penna. Il racconto fantasioso del suo arrivo (travagliato ed a colpa delle acque fucensi) a S. Maria in Vico, è nel Febonio e negli autori successivi che ricordano sui lati le immagini di S. Benedetto e S. Vincenzo, a riprova della sua provenienza dalla chiesa maggiore di S. Vincenzo: trad. ital. = « Leggiamo nel precitato antico codice, conservato nell'archivio della Collegiata di Avezzano, che, nella notte in cui l'impeto dell'infuriato lago devastò gli abitati, l'acqua raggiunse il tetto della chiesa: per cui gli abitanti si disperavano sinceramente per la sua scomparsa nelle acque della immagine della Vergine, ma mentre non si illudevano di poterla ripescare fra le onde, essendosi rifugiati nella vicina chiesa di S. Vincenzo, colà sull'altare maggiore la veneranda immagine ritrovarono, miracolosamente quivi trasportata: per la letizia di tanto dono, dimentichi dei danni, versando lacrime per la gioia del miracolo, lodi a Dio ed alla Vergine in gran numero cantarono. Si tratta dell'effigie della Madonna col Bambino e i volti di S. Benedetto e S. Vincenzo ottimamente dipinti. Il quadro a questa nostra patria poi, per volontà di Dio, passò, precisamente al villaggio di Vico, annesso al territorio di Avezzano, quivi trasportato furtivamente o per altra occasione. Famosa (detta immagine) per i miracoli, con grande devozione dei fedeli oggi è venerata nel convento dei Cappuccini, detto Santa Maria in Vico. » (Phoebonius 1668, III, 139). Con il terremoto del 1915 la pala d'altare perse le immagini laterali e fu trasportata al Museo di Palazzo Venezia a Roma da dove poi ritornò ad Avezzano, dopo numerose richieste, nel 1972: il 24 giugno del 1979 l'opera pittorica fu definitivamente collocata nella chiesa di S. Francesco. Il dipinto, realizzato in tela applicata su tavola dal fondo dorato, dalle movenze raffinate vicine all'arte senese del quattrocento, può essere attribuito alla cerchia del “maestro del Trittico di Beffi” o a quella di Andrea de Litio, artisti che vediamo operanti in ambiente marsicano (Cese e Celano) durante la prima metà del ‘400 (Palma 1987, 128-129). Al termine del ‘400 o inizi del secolo successivo risale il portale di S. Maria in Vico, ora incorporato nella chiesa di S. Giovanni di Avezzano con stemma di S. Berardino da Siena nel centro dell'architrave. Esso, del tipo archivoltato e delimitato da colonnine laterali su due ordini sovrapposti di tradizione tardo-gotica, era inserito nella piatta facciata della chiesa ristrutturata dai Francescani nel primo Rinascimento con la tipica pianta gotica a navata unica divisa da tre campate con arconi a sesto acuto. La facciata era contrassegnata da un finestrone circolare con superiore bassorilievo di S. Giorgio a cavallo (Gavini 1927-28, II, 286). Al periodo tardo-gotico appartiene anche il bel portale di S. Sebastiano ora conservato nel Museo Lapidario di Avezzano. Sul finire del medioevo il costante conflitto fra Orsini e Colonna trovò termine: importanti appaiono diversi diplomi di Federico II d'Aragona databili dal 1495 al 1499 in cui è ben chiara la vittoria dei Colonna sugli Orsini: Il 6 luglio del 1495 il regnante aragonese concesse a Fabrizio Colonna ed ai suoi eredi l'investitura totale delle terre, appartenute a Virgilio Orsini e successivamente devolute al regio fisco a causa della sua ribellione, di: Tagliacozzo, Albe, Celle (Carsoli), Oricola, Rocca di Botte, Pereto, Colli (di Montebove), Tremonti, Rocca di Cerro, Verrecchie, Cappadocia, Petrella (Liri), Pagliara, Castellafiume, Corcumello, Cese, Scurcola (Marsicana), Poggio (Poggetello), S. Donato, Scanzano, Sante Marie, Castelvecchio, Marano, Torano, Tusco (Latuschio), Spedino, Corvaro, Castelmenardo, S. Anatolia, Rosciolo, Magliano (dei Marsi), Paterno, Avezzano, Luco, Canistro, Civita d'Antino, Cappelle. Gli concesse inoltre, nello stesso diploma, la Baronia di Valleroveto formata dai castelli di Capistrello, (Pesco) Canale, Civitella (Roveto), Meta, Rendinara e Castel dei Vivi (Roccavivi) concedendogli, inoltre, ben 6000 ducati vita naturale durante (Colonna P. 1927, 99); Il 6 Luglio 1497, abbiamo altri due diplomi di riconferma dei feudi marsicani a Fabrizio Colonna, in cui ricompaiono le stesse terre e tutti i paesi rovetani sulla destra del Liri (Brogi 1900, 317); Il 3 febbraio del 1499 in cui si riconoscevano ai Colonna le contee di Tagliacozzo ed Albe, con le baronie di Valleroveto e di Carsoli (Colonna P. 1927, 100). La seconda metà del secolo, seppur fra i vari conflitti e passaggi di mano, segna lo sviluppo della mobilità geografica umana dell'area con specializzazioni dovute alle caratteristiche morfologiche e climatiche locali. Le migrazioni stagionali dei braccianti agricoli dei Palentini, del Piano di Vico e Valle di Nerfa verso la Campagna Romana, nei possessi degli Orsini e Colonna, si fanno più consistenti. Le popolazioni della Valle di Nerfa si specializzano nella pastorizia e nell'allevamento equino (i “cavallari”), utilizzato per i passi appenninici e la Campagna Romana: rinasce la vecchia strada romana che da Corcumello, per il passo di Girifalco, Pagliara, Cappadocia e l'altopiano di Marrumpano, raggiunge Vallepietra e Subiaco; strada che diventa metà di frequenti pellegrinaggi al santuario trinitario di Vallepietra da parte delle genti della Marsica occidentale. Nasce il “Tratturo Colonna”, che per il Valico di S. Antonio arriva a Filettino e Piglio per l'alta valle dell'Aniene e la piana del Sacco. Tratturo che incomincia ad essere frequentato dalle greggi dei ricchi proprietari capistrellani ed avezzanesi legati alla potente famiglia romana. Altra linea commerciale e pastorale era quella della media valle dell'Aniene (“Tratturo Orsini”): non dimentichiamo che con Napoleone Orsini, « comiti Tagliacotii » nel 1470, le proprietà degli Orsini si estendevano dal Tirreno al Fucino con terre nella media ed alta valle dell'Aniene (Arsoli, Licenza, Vicovaro, ecc.) e Piana del Cavaliere nel Carseolano. Prova di un commercio del sale fra Marsica e Valle dell'Aniene, lungo l'antica Via Valeria e medievale « via antiqua quod dicitur Salara », è documentato per il 1464 con la concessione di Ferrante d'Aragona a Napoleone e Roberto Orsini di esportare una determinata quantità di sale, senza licenza, dalle terre del Regno nell'agro romano (Celletti 1963, 27). In questo clima generale di sviluppo della pastorizia transumante nel Regno di Napoli nella seconda metà del ‘400, i Colonna, per concessione regia, istituiscono una loro Dogana pastorale a Tagliacozzo ed utilizzano i pascoli estivi dei monti Simbruini dove confluiscono le greggi dei loro ed altrui possessi laziali (Filettino, Subiaco, Serrasecca e Vallepietra). La ricchezza degli alti pascoli estivi dei Simbruini abruzzesi, facilità lo sviluppo economico degli insediamenti dell'alta valle del Liri ed altri centri del Ducato di Tagliacozzo ed Albe: « In virtù delle sue buone zone a pascolo, pur senza ospitare grandi comunità pastorali la Marsica occidentale mostra insomma diversi paesi in grado di fare dell'allevamento transumante un'attività stabile e in grado di procacciare redditi consistenti, ben di là dall'estemporaneo investimento di qualche individuo particolarmente intraprendente. Se però tutta la pastorizia della Marsica orientale è marcata in profondità dalla dipendenza dai pascoli invernali del Tavoliere, dal lungo percorso per arrivarvi e dalle contrattazioni primaverili della fiera di Foggia, qui i condizionamenti più forti provengono dalla vicinanza di Roma, città dei Colonna, dei proprietari di gran parte delle greggi e soprattutto mercato di sbocco privilegiato di gran parte dei prodotti dell'allevamento.» (Piccioni 1999, 89-90). Pur tuttavia Avezzano con le sue famiglie emergenti appare sostanzialmente legata allo sfruttamento della terra e, in minor parte, all'allevamento transumante e all'attività piscatoria sul Fucino vista la vicinanza della Stanga di Caruscino. Con i Colonna, ormai potentissimi feudatari del Regno di Napoli (« gran contestabili» del Regno) ed i loro gabellieri della famiglia dei Mattei, Avezzano con la sua universitas contrassegnata dalla figura di S. Bartolomeo ed inserito nel Ducato di Tagliacozzo-Albe, entra nella storia moderna del Regno di Napoli e si conclude l'analisi delle sue vicende medievali.




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